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Inginocchiarsi contro il razzismo: uno psicodramma Nazionale

26 Giugno 2021 8 min lettura

Inginocchiarsi contro il razzismo: uno psicodramma Nazionale

8 min lettura

Quando, sull'opportunità di inginocchiarsi per i calciatori prima del fischio di inizio delle partite, sono cominciate le polemiche, le discussioni sul gesto "divisivo", gli hashtag #iononminginocchio, il circo vittimista che lamentava la "gogna social", i più accorti tra noi già presagivano dove si sarebbe andati a parare. Quando poi sono arrivate l'elucubrazione doppia, quella tripla carpiata con avvitamento laterale a destra, le elaborazioni teoriche a partire dal proprio ombelico, la paternale sugli antirazzisti manichei, ci si è preparati con stoica rassegnazione all'inevitabile epilogo. Ovvero che non se ne sarebbe fatto nulla, che per Italia-Austria i nostri sarebbero rimasti in piedi. Eravamo stati ottimisti.

Tutto è iniziato per colpa o merito (a seconda di come la pensiate) di cinque giocatori italiani, che durante Italia-Galles si sono inginocchiati in risposta a quelli gallesi. Dove non c'è unanimità c'è potenziale conflitto, e dove c'è conflitto le scelte acquistano un valore; anche l'inerzia diventa una scelta. Il presidente della Federcalcio subito ribadisce che era stata lasciata libertà di coscienza, anche perché la stessa Uefa non aveva dato alcuna disposizione al riguardo. Alcune nazionali (quella inglese, belga e gallese) hanno deciso di effettuare il gesto, mentre altre - quasi tutte - no. Alcune, come la Scozia, che inizialmente aveva rifiutato perché aveva preso a eseguire un altro gesto, dopo le pressioni di parte dell'opinione pubblica ha cambiato idea.

Il fatto che solo alcuni dei nostri si sia inginocchiato ha fatto così esplodere una specie di psicodramma nazionale, riassumibile in "Ma non è che siamo cattivi?". Alla fine di questa seduta di autocoscienza a mezzo social e stampa, l'Italia sembrava essersi messa d'accordo: "No, sono quelli che si inginocchiano che ci disegnano così, anzi, adesso quasi quasi diventiamo cattivi apposta, così imparano!". E i calciatori, si ipotizzava non senza ragioni ieri mattina, decidevano di restare in piedi. Ma se c'è un tratto che distingue noi italiani è la volubilità nei conflitti, quell'incapacità tra l'infantile e l'ineffabile di prendere una posizione e tenerla fino in fondo. Insomma, di prendersi una responsabilità che sia una, e render conto di quella. Perciò, nella serata di ieri, arriva una chiarificazione: non si è ancora deciso nulla. Il capitano Bonucci spiega che:

Quando torniamo in hotel decidiamo tutti assieme con una riunione cosa fare domani come squadra. Se verrà fatta la richiesta ne parleremo, se ci sarà la voglia e l’idea di fare un gesto contro il razzismo.

Ovviamente nella giornata di oggi sapremo la decisione definitiva, che probabilmente potrà arrivare da cinque minuti dopo l'uscita di questo articolo a cinque minuti prima del fischio iniziale.

In ogni caso, a prescindere dalla decisione, possiamo già trarre alcune considerazioni. La prima è che il focus della solidarietà e della protesta ormai si è spostato, specie per noi, su un meta-dibattito, sul ridicolo dramma di undici tizi che non sanno se stare in piedi o meno, e che magari alla fine si diranno «vabbè, dai, almeno evitiamo una figuraccia». Speriamo in ogni caso in una vittoria, perché  vuoi che in caso di sconfitta non arrivi la polemica sul fatto che il dibattito "in ginocchio sì, in ginocchio no" forse ha creato qualche distrazione?

Questo tipo di decisioni vanno prese rapidamente, in un senso o nell'altro, altrimenti diventano pura forma senza alcuna sostanza. Viene da dire, per sfinimento: ma state in piedi, per carità, ma chi la vuole la vostra protesta, chi la vuole la vostra adesione da ragazzotti insicuri. Nel frattempo, ieri sera è arrivata la notizia della condanna a 22 anni e mezzo a Derek Chauvin, il poliziotto responsabile dell'uccisione di George Floyd. Mentre insomma in Italia si discuteva, la storia non è rimasta ad aspettarci.

In secondo luogo, tutto il ciarlare che si è mosso attorno ai calciatori è un teatrino itinerante che si installa con estrema rapidità ogni qual volta c'è da rubare la scena al tema del razzismo. Un teatrino di distinguo, relativizzazioni, differenze da marcare, e persino fastidio. In tal senso, il nostro paese ha davvero uno strano rapporto con Usa e Gran Bretagna. Sono vicini quando bisogna diffondere falsamente panico e allarme sulla "follia della cancel culture americana", o su "Mozart e Beethoven cancellati da Oxford", mentre quando si tratta del minimo sindacale di antirazzismo, improvvisamente misuriamo al millimetro la distanza, sentiamo il bisogno di allontanare i problemi strutturali. Perché da noi mica c'è il razzismo che c'è da loro, no? Anzi, pure il razzismo che c'è in Usa è diverso da quello che c'è in Gran Bretagna. Eccetera.

Infine, allora, viene da ricordare che i gesti simbolici hanno una loro storia, e forse può essere utile recuperarla nella complessità dei suoi significati. È l'agosto 2016 quando Colin Kaepernick, giocatore di Football americano, decide di inginocchiarsi durante l'esecuzione dell'inno. Intervistato al riguardo, Kaepernick spiega che il gesto voleva creare "consapevolezza" e spingere le persone a "realizzare cosa sta succedendo davvero nel paese", allargando poi il discorso a come gli afroamericani sono oppressi.

Come ricordato da Euronews, in quel periodo si era ritornati a parlare di violenza delle forze dell'ordine e profilazione razziale. Il gesto viene ripreso da altri atleti, anche di diverse discipline sportive: è il caso per esempio di Megan Rapinoe, capitana della nazionale femminile USA di calcio, nonché attivista LGBT+. «Da americana gay – spiega – so cosa significa guardare la bandiera sapendo che non protegge le tue libertà». Fin dall'inizio dunque, come gesto di protesta assume un significato estensivo, legato al fatto che il paese in cui si vive è ben diverso da quello che dovrebbe essere. Fin dall'inizio, il gesto di Kaepernick è stato un innesco, ed è stato divisivo: perché è divisivo il mondo in cui è compiuto. Non poteva essere altrimenti, visto che proviene direttamente dal Movimento per i diritti civili americani. Si inginocchiarono Martin Luther King con altri attivisti e con gli abitanti di Selma, nelle proteste del 1965.

Ed è bene ricordare che in quell'anno, il 2016, si stava compiendo il cammino che avrebbe portato alla Casa Bianca Donald Trump. Già ad agosto il futuro presidente invita Kaepernick a "trovare un paese che vada bene per lui". Circa un anno dopo, nel settembre 2017, proprio Trump dice, durante un discorso tenuto nell'Alabama: «Non sarebbe bello vedere uno dei proprietari della NFL, quando qualcuno manca di rispetto alla nostra bandiera, dire "buttate subito fuori dal campo questo figlio di puttana! Fuori! Sei licenziato!"?». Da notare che i proprietari - bianchi - della NFL hanno di fatto messo al bando nel frattempo Kaepernick e un altro giocatore che si era unito a lui nella protesta, Eric Reid. La NFL nel 2019 patteggerà un risarcimento verso i due ex-giocatori (anche se i dettagli dell'accordo non sono divulgabili).

Il gesto torna d'attualità nell'estate del 2020, dopo l'omicidio di George Floyd. Il razzismo sistemico è tutt'altro che scomparso, e l'ondata di proteste supera i confini degli Stati Uniti, arrivando in Europa, Africa e Australia. Il gesto, dunque, si rivitalizza e riprende forza. Certo non mancano casi in cui la sua applicazione possa risultare dubbia: se a farlo sono per esempio gli stessi agenti di polizia, o politici. Ma questo, semmai, è perché nel ruolo che ricoprono sono chiamati in causa in prima persona ad agire, e quindi il simbolo sembra la sublimazione di una rinuncia a cambiare lo stato di cose, a intervenire direttamente.

Durante questa nuova ondata di proteste, i calciatori della Premier League iniziano ad adottare il gesto al riprendere delle partite. Nel dicembre 2020, attraverso il loro sindacato, la Professional Footballers' Association, ufficializza la decisione di utilizzare il gesto. In precedenza, alcuni, come il dirigente del Queen's Park Rangers Les Ferdinand, avevano messo in dubbio l'utilità di inginocchiarsi. Ma il dibattito interno al mondo del calcio è legato all'utilità della protesta, non certo al fatto se vi siano problemi di razzismo in UK, o diseguaglianze sociali.

Circa le disuguaglianze sociali, bisogna tener presente che uno dei giocatori della nazionale più impegnati nell'attivismo, Marcus Rashford, durante la pandemia è risultato decisivo nel far sì che il governo si impegni per contrastare la povertà alimentare, in particolare per l'infanzia. Il governo Johnson, infatti, inizialmente aveva pensato di negare i pasti alimentari gratuiti, solitamente previsti nella scuola pubblica durante le vacanze estive.

Anche in Gran Bretagna non sono mancati commenti sprezzanti o ingiuriosi da parte di politici verso il gesto. Dominic Raab, Primo Segretario di Stato del governo Johnson, nel giugno 2020 faceva finta di non sapere l'origine di quell'inginocchiarsi, dichiarando che forse veniva da Game of Thrones. Boris Johnson, ai microfoni di LBC Radio, si dichiarava preoccupato che le persone venissero «bullizzate allo scopo di compiere gesti che altrimenti non farebbero.»

Di recente, inoltre, alcune curve di tifosi hanno iniziato a lanciare cori di «buuuu» contro i giocatori inglesi inginocchiati. L'ex bandiera della nazionale Gary Lineker, ora commentatore sportivo, su Twitter è stato molto lapidario a riguardo: «Se contestate i giocatori inglesi perché si inginocchiano, siete parte del problema per il quale hanno deciso di farlo».

Non ci sarebbe neanche da spiegare o motivare se e quanto in Gran Bretagna il razzismo e le disuguaglianze sociali siano un problema. Affermazioni di questo tipo, a qualunque livello, comportano l'ignorare per esempio lo scandalo Windrush, o la profilazione razziale compiuta dalle forze dell'ordine. Per capire quanto sia insensata questa prospettiva, basta rendersi conto che, in linea di massima, occorrerebbe misurare il tasso di razzismo di tutte quelle nazioni i cui giocatori hanno deciso di inginocchiarsi a inizio partita. A questo punto, lungo la direttrice di questa insensatezza, è auspicabile che qualcuno si alzi a protestare: "Dai, Belgio, te non c'hai davvero problemi de razzismo, ce sta a marcia' per sentirti fico come quell'altri!". Per il resto, a chi ha davvero il coraggio di sostenere che il tal paese è meno razzista di un altro, come se ci fosse una modica quantità, non si può che replicare con i versi di Dave, diretti al Primo Ministro Johnson: «"dovresti essere grato, siamo i meno razzisti" / Io dico il meno razzista è ancora razzista».

Per estensione, pensare che questo gesto non possa riguardarci, significa agire attivamente contro il suo significato, disinnescare lo scandalo per poter ignorare la pietra d'inciampo. Perché i gesti simbolici, nel fare consapevolezza, non chiedono certo di esaurirsi in sé, di trasmettersi identici e immutabili. La perfomance è un intrico di significati per sua stessa natura dinamica. Nel momento in cui ci colpisce, a qualunque livello, si apre in noi una moltitudine di strade attorno a un bivio: accettare o respingere quell'intrico? E i distinguo, le diversificazioni, quel lessico da cane che risponde al fischietto («è un gesto woke!», «è un gesto politically correct!» ), la stessa mole di dibattito che problematizza i giocatori che si inginocchiano, e non per esempio l'omotransfobia della nazionale ungherese e dei suoi tifosi, sono tutte sottovarianti di un rifiuto. E quel rifiuto, in tutto o in parte, riguarda lo stato di cose che viene contestato. Perché solo nella coscienza del pretino bigotto il simbolo politico può essere agito come una superficie esterna. Per chi sa farlo proprio è qualcosa che diventa fisico, fa tremare la pelle.

Ma, al di là di tutto, questo tipo di polemiche non sono una novità, e il calcio non fa eccezione. È il sistema Italia: il primo ruolo della polemica è distrarsi dal problema di partenza permettendo così di assolverci. È stato così nel 2019, quando a proposito del Corriere dello Sport che titolava "Black friday" ricordava alcuni anelli della lunga catena di razzismo che vessa il mondo del calcio nostrano. Ma, più di recente, sarebbe stato utile per molti partecipanti al dibattito leggersi e rileggersi le testimonianze di calciatori passati per i nostri stadi e le nostre città, da Eni Aluko ad Antonio Rüdiger. O ricordarci che anche in Italia, nel 2020, in molti hanno gridato ed esposto lo slogan "Black lives matter". Dopodiché sono rimaste immutate le ragioni della protesta, la loro fondatezza, mentre sembra essersi adattato il muro di gomma che ne ha assorbito l'impatto.

Foto in anteprima pubblicata con l'autorizzazione dell'agenzia Ansa

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