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La disfatta inglese fra Brexit e pandemia

11 Dicembre 2021 10 min lettura

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La disfatta inglese fra Brexit e pandemia

9 min lettura

di Elena Torresani

Era il 2002 quando provai per la prima volta a trasferirmi a Londra. 

Mi lasciai alle spalle il lavoro in Regione Lombardia e presi – a 28 anni - il primo aereo della mia vita per andare nell’eldorado della meritocrazia. Da un decennio mi arrivavano storie di ragazzi che a Londra avevano iniziato facendo panini da Burger King ed erano diventati manager di multinazionali. La famosa goccia sulla pietra: decisi di verificare in prima persona quanto ci fosse di vero in quei miti d’Oltremanica.

La mattina seguente al mio arrivo iniziai a vagare per il centro di Londra con cinquanta copie del mio curriculum in mano. Trovai lavoro immediatamente, in un bar di Soho gestito da italiani. Facile, veloce. Nessuna formalità, nessuna barriera. Abbondanza di opportunità, persone e cose.

Mi trovai a vivere in un quartiere dove ero una delle poche persone bianche, mi trovai a lavorare in quello dove persone LGBTQ+ di tutta Europa venivano a cercare libertà e affrancamento da pregiudizi e oppressione. Incontrai molte persone che erano partite da zero e si erano fatte una posizione in pochi anni: fu come trovarsi su Marte, e i miti della meritocrazia divennero storie, nomi, facce.

Rientrai in Italia per diverse ragioni, e dopo quindici giorni trovai lavoro in KPMG: erano ancora gli anni in cui potevi permetterti di provare, sbagliare, tornare. C’era ancora mobilità in Europa e nel mondo del lavoro, nessuno immaginava cosa sarebbe successo di lì a breve con la grande crisi del 2008.

Riprovai ad emigrare nel 2015, e questa volta andò bene. Io e il mio compagno decidemmo di farlo prima del referendum sulla Brexit: fu una cautela più scaramantica che pratica, perché comunque non credevamo che il “Leave” avrebbe vinto. Dal paese che per decenni era stato l’avanguardia europea dei diritti e dell’integrazione e che aveva saputo trasformare la libera circolazione di merci e persone nel trionfo della ricchezza culturale ed economica, nessuno si aspettava un passo falso di quella portata.

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Infilammo l’indispensabile in due valigie e, senza nessun tipo di incartamento, permesso o ostacolo burocratico, con due ore di volo iniziammo la nostra nuova vita. La possibilità di ricominciare a portata di mano.

Mentre a livello personale noi trovavamo la nostra strada, mettendo a frutto talenti e beneficiando di possibilità che l’Italia non ci aveva mai offerto, vedevamo il paese che ci aveva accolto spegnere i motori, letteralmente tirare i remi in barca e fare un pisolino lungo cinque anni mentre uno dei peggiori uragani economici del secolo si stava per abbattere sulle sue coste.

Tutto quello che sta accadendo oggi nel Regno Unito del dopo-Brexit era prevedibile e previsto: carenza di manodopera e talenti, penuria di materie prime e beni di consumo, inflazione alle stelle.

L’elemento non prevedibile – la pandemia – ha aggravato la situazione della manodopera, ma non ha grosse corresponsabilità in tutta la parte restante del disastro. La classe dirigente inglese per cinque anni non ha fatto altro che mostrare i bicipiti, che si sono rivelati inservibile carne flaccida. Come se non avessero ancora realizzato di essere nella loro era post-coloniale e di non poter più contare sullo sfruttamento delle risorse dei loro domini extra-territoriali, si sono permessi il lusso di non mettersi al riparo. Un celodurismo in salsa inglese che ha lasciato tutti spiazzati.

Molti imprenditori e aziende internazionali hanno capito per tempo di non poter contare sul supporto di questa classe politica, e si sono affrettati a spostare le loro sedi altrove, spesso su territorio UE, ricollocando finanze e persone. Alcuni palazzi si sono svuotati velocemente, altre realtà hanno strutturato un controesodo graduale di ritorno dei dipendenti nei Paesi d’origine.

Gli immigrati che, per diverse ragioni, non sono rimasti qui durante i lockdown, non sono più riusciti a rientrare. Molti probabilmente non erano più nemmeno interessati a farlo.

Alcuni cittadini europei che hanno provato a spostarsi qui per cercare lavoro a inizio 2021, complici una legislazione poco chiara e un ambiente ostile, sono stati trattenuti in aeroporto, lasciati qualche giorno in centri di detenzione e poi rimpatriati. Uno scenario che noi europei contemporanei non immaginavamo avrebbe mai potuto riguardarci.

Oggi i settori in maggiore sofferenza qui in UK per la mancanza di manodopera sono l’hospitality, la sanità, le costruzioni, i trasporti su gomma. Ma non sono certo i soli: anche i settori a più alta specializzazione sono in affanno. Se da una parte questa crisi potrebbe portare a un doveroso miglioramento delle condizioni di lavoro (salari, contratti e orari migliori) per provare ad attirare la manodopera interna, dall’altra il deficit di competenze interne non è cosa che si possa risanare sul breve periodo.

Anche a patto che entrambi gli aspetti siano risolti – e non è affatto detto – nel frattempo il paese soffre enormemente. C’è anche un altro fenomeno che aggrava il deficit della forza lavoro: l’abbandono di professionisti che, dopo la pandemia, hanno deciso di smettere di lavorare. 

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Quello che negli ultimi due anni abbiamo passato un po’ tutti, psicologicamente e lavorativamente, ha portato enormi sofferenze e infiniti ripensamenti su un sistema pieno di falle che non vedevamo. La lezione che alcuni hanno imparato sulla flessibilità lavorativa, sull’importanza della salute mentale e sull’equilibrio lavoro/vita privata, non per tutti ha rappresentato una spinta a rimanere nel sistema per migliorarlo o viverlo migliorato: alcune persone hanno semplicemente deciso di scendere dalla giostra. Qui in Inghilterra il fenomeno riguarda soprattutto professionisti non lontani dalla pensione, la cui esperienza non è facile da rimpiazzare in un momento di crisi dei talenti così acuta.

Le aziende che per decenni hanno beneficiato dell’abbondanza di talenti che bussavano alla loro porta e del continuo afflusso di cervelli nuovi, ora dovranno aderire al sistema di richiesta visti, imparare a gestire selezioni internazionali, aumentare i costi del personale.

Se da una parte l’esodo dal Regno Unito delle imprese con un business internazionale ha portato a una contrazione delle opportunità per persone che parlano più di una lingua, dall’altra il contendersi i talenti rimasti ha assunto le sembianze di un’arena: spesso la conseguenza è un innalzamento dei salari per i contesi, che però a volte fa il paio con un inasprimento degli orari di lavoro che porta a seri problemi di sostenibilità: aumentano i casi di burnout, aumenta il costo sociale del malessere.

La questione merci e beni di consumo non va meglio. Molti produttori europei hanno semplicemente deciso di non esportare più verso il Regno Unito: troppi grattacapi, procedure incerte e ancora inefficienti, costi antieconomici: un sistema in ritardo su tutti i fronti. 

I supermercati e le catene che vendono cibo da asporto faticano a rifornirsi, la varietà che era uno dei fiori all’occhiello di Londra arranca. Vedere quegli scaffali vuoti fa suonare mille campanelli d’allarme: non moriremo di fame, probabilmente un po’ di penuria non ci farà male, ma la rabbia per l’inazione politica di fronte all’elementare prevedibilità di tutto questo è sconcertante.

Cartelli di scuse per la carenza di materie prime compaiono un po’ ovunque, accanto a quelli di ricerca del personale. Un amico che gestisce un locale di East London ha dovuto riconvertire il menù, passando da piatti italiani e piatti messicani, i cui ingredienti sono oggi di più facile (ed economica) reperibilità. Ma la rivoluzione del menù non è un’opzione che hanno tutti.

In tutto questo, i Leaver incolpano l’Europa cattiva: non ne ho sentito mezzo ammettere “abbiamo fatto una sciocchezza”. Uno dei miei tutor d’inglese, un irlandese di Belfast, mi dice di aver votato “Leave” perché contrario all’immigrazione incontrollata, ma non si immaginava tutte le altre implicazioni. La vecchia storia della botte piena e della moglie ubriaca. Mi dice: «Qui vedevamo le case popolari assegnate agli ultimi arrivati, immigrati che rubavano ai nostri concittadini in difficoltà il diritto all’abitazione. La Brexit ci era sembrata la soluzione per dire basta all’ingresso indiscriminato di gente che non avevamo le risorse per aiutare».

Gli stessi discorsi che avevo sentito in Italia prima di andarmene, gli stessi problemi che la politica non solo non è stata in grado di risolvere (o quantomeno affrontare), ma che ha anche strumentalizzato per esacerbare gli animi e portare alla rottura. L’incompetenza che, come spesso accade, va a braccetto con la malafede.

Con la Covid non è successo qualcosa di molto diverso. Nonostante il Regno Unito nel 2020 sia stato colpito dalla prima ondata pandemica due mesi dopo l’Italia, non ha minimamente sfruttato gli insegnamenti che l’esperienza del nostro paese aveva fornito a tutti, non si è messo al riparo per tempo, ha aspettato che tutto degenerasse. Non solamente una volta: per tutte le ondate successive, l’approccio è stato sempre sparviero. Per la variante Omicron, il ricorso alla restrizioni dei viaggi e l'uso della mascherina è stato giudicato troppo tardivo per fare "materialmente la differenza" secondo un consulente scientifico dello stesso governo.

Anche nei momenti più tosti della pandemia, la comunicazione governativa è stata perlopiù permeata di espressioni blande come “è consigliato”, “dovreste”, “sarebbe meglio”, “se potete”. Controlli: irrilevanti.

Per quanto non sia un dato che fa statistica, nella mia cerchia personale e professionale non c’è nessuno che sia stato sottoposto a una verifica della quarantena che non si limitasse a telefonate del tipo: «Ci risulta che lei sia rientrata in Inghilterra in data XYZ e che dovrebbe essere in quarantena all’indirizzo XYZ. Conferma di essere lì?».

Non è un caso se che questo sia stato il paese dove si è diffusa (ed è stata individuata) una variante (quella "inglese" per l'appunto) e che, quattro mesi dopo, il paese è diventato l’incubatore europeo della variante Delta, nonostante ci fossero restrizioni di viaggio da e verso il sub-continente indiano e Covid hotel con quarantene obbligatorie previste in ingresso. Un sistema colabrodo che, vista la storica eccellenza inglese nella logistica e nell’organizzazione dei servizi, può essere imputato solo a disinteresse politico.

Dal 19 luglio 2021, l’Inghilterra ha cancellato quasi ogni tipo di restrizione, anche quelle più facili da mantenere (come mascherine e distanziamento), portando la popolazione di fatto a vivere in una realtà post-pandemica inesistente.

Qui è come se la pandemia fosse qualcosa che ci siamo lasciati ampiamente alle spalle, ormai incuranti dei morti, delle ospedalizzazioni e dalle decine di migliaia di nuovi casi che continuano a esserci ogni giorno. Tutti mali necessari per “riprenderci la nostra vita”. Gli sguardi smarriti delle persone che arrivano a Londra dal sud d’Europa sono emblematici: la quasi totale assenza dell’uso delle mascherine nei luoghi chiusi e affollati li stupisce e confonde.

Solo la variante Omicron pare ora aver riportato una (minima) parvenza di prudenza nel Governo. Alcuni editorialisti, interrogandosi sulle motivazioni di questo approccio garibaldino abbracciato con favore dalla maggior parte della popolazione, hanno identificato nell’autopercepita eccezionalità del popolo inglese una delle possibili risposte. Quel credersi in qualche modo unici, alla luce dei grandi traguardi e del ruolo di spicco avuto ripetutamente nella storia, che li fa probabilmente sentire padroni del proprio destino, all’altezza di approcci temerari, forti anche se soli (e forse soprattutto quando). Una spavalderia che da fuori sembra arroganza. 

Nelle vie del centro di Londra oggi molte serrande sono chiuse, e non si rialzeranno. Quello che durante i lockdown sembrava uno scenario post-apocalittico, oggi ha l’aspetto di un reduce che ha tutta la voglia di riprendere la sua strada ma non sa quanto può fare affidamento sui suoi arti compromessi. 

Il lavoro da remoto ha spalancato un mondo di possibilità, tra cui spicca quella di ridisegnare gli spazi urbani: i quartieri residenziali si sono energizzati, il centro ha patito, le piste ciclabili sono fiorite. Molte catene hanno delocalizzato, ridotto i punti vendita. I piccoli, gli indipendenti che presidiavano le zone centrali come sacche di resistenza, a volte sono stati spazzati via. Le aziende stanno pensando se occupare spazi diversi, uffici più piccoli ed economici, magari decentrati. 

I ristoranti del centro stanno faticando a interpretare questo periodo di transizione, in cui molte aziende si trovano incastrate tra la coazione a ripetere i vecchi modelli di lavoro e i nuovi scenari che ora premono alle nostre porte. Un ristoratore italiano della City mi dice: «Ho necessità di assumere, ma ho affluenza solo tre giorni a settimana rispetto ai cinque pre-pandemia, e non so come orientarmi. Per assicurarmi il personale migliore devo offrire stabilità, ma ora la situazione oggettivamente non me lo permette».

A dispetto dei molti spazi rimasti vuoti (esodo degli immigrati, fuga dalle città, chiusura dei negozi, uffici semi-deserti, aziende trasferite), i prezzi del settore immobiliare non sono diminuiti: un fenomeno che risulta incomprensibile a quelli come me che, ignari delle strategie finanziarie che guidano certe oscillazioni, si sarebbero aspettati quantomeno un crollo degli affitti.

Romanticamente, immagino che lo spirito della città che mi ha accolta non si voglia arrendere. Fiera, non vuole nemmeno mostrarsi ferita, non accetta di svendersi. È sicura di uscire vincente dalla tempesta. Difficile dire se si tratti di fiducia nelle proprie possibilità o tracotanza.

Nel frattempo, in spavalda controtendenza, Eataly ha aperto la sua prima sede britannica a Liverpool Street Station, donandoci una focaccia degna di questo nome, Aperol spritz, cioccolato piemontese e una galleria di luminarie pugliesi dove ci rifugiamo con malinconia.

La Tate Modern ha fatto il tutto esaurito in tempi record per la mostra immersiva di Yayoi Kusama, ora prorogata fino al 31 marzo 2022: 10 mesi di sold out e ancora c’è gente, come me, che spera di riuscire ad accaparrarsi un biglietto. Quando hanno annunciato la prima proroga, mi sono messa in lista d’attesa: ero la numero 80.769. A 38.000 hanno chiuso le vendite, promettendo nuove date. Ho chiesto a un’amica appassionata d’arte se nei suoi vent’anni a Londra abbia mai visto qualcosa del genere, e mi ha confermato di no. Si tratta di un fenomeno senza precedenti.

L’energia che attraversa la gente non si è ancora lasciata incenerire da una classe politica profondamente inadeguata ad affrontare questo momento cruciale della storia del nostro continente. Che quest’energia resista e che la classe politica rinsavisca credo sia quello che stiamo tutti sperando.

Immagine anteprima Lassewillken, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

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