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Storia di una migrante italiana a Londra: il sistema è spietato ma favorisce il talento

12 Agosto 2015 5 min lettura

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Storia di una migrante italiana a Londra: il sistema è spietato ma favorisce il talento

4 min lettura

Un volo di sola andata con due valigie, ho preso un aereo e sono emigrata.
È stato facile come partire per una vacanza: i lussi di Schengen a cui quasi non badiamo più.
Poi ho fatto quello che fanno quasi tutti quando arrivano a Londra: due settimane ospite da un amico e la ricerca della casa che pare una corsa per accaparrarsi l’ultimo rifugio antiatomico per un prezzo assolutamente irragionevole.

Giornate intere passate a spulciare i siti delle agenzie immobiliari online, prendendo appuntamenti per sopralluoghi che spesso ci lasciavano sgomenti per le condizioni degli appartamenti.
Guardavamo a Est, la parte di Londra di più recente riqualificazione, dove non è necessario essere milionari per avere una casa con doppi vetri e pavimenti piastrellati, senza carta da parati o macchie di umidità vaste come l’Arkansas.
Da subito ci fu chiaro che la città era enorme e che per vedere tre case al giorno bisognava armarsi di scarpe comode e molti energy drink.

Dopo diverse maratone immobiliari e un’aspra negoziazione, come se in ballo ci fossero le vite di venti bambini sotto sequestro in un ufficio postale, affittammo in tre un appartamento di 70 mq nelle meravigliose Docklands, in zona 2, per 2.000 sterline al mese, pagando sei mesi d’anticipo perché non avevamo datori di lavoro a garantire per noi.
Fatto il trasloco, fu poi il momento della (estenuante) ricerca del lavoro.

piedi_londra
Sono rimasta tre mesi nel limbo di tutti coloro che sono fisicamente a Londra ma che Londra non ha ancora lasciato entrare, perché un conto è essere qui col corpo, un conto è essere dentro la città e parte del sistema, ed è il lavoro a decidere se sei dentro o fuori.

Sapevo di essere sul mercato più competitivo d’Europa, ma non avevo idea di quello che questo concretamente significasse: una marea di gente preparata e agguerrita sbarcata qui dai cinque continenti per il tuo stesso identico motivo, i software che fanno l’analisi semantica dei curriculum per far fronte alla moltitudine di candidature, la selezione chirurgica delle carriere, i test e la misurazione metodica delle performance, i colloqui con recruiter pagati a provvigione che vi prendono in considerazione solo se vedono in voi un potenziale vincitore, le “competency based questions” secondo il metodo STAR (Situation, Task, Action, Result).
Non è stato facile incassare tutti quei no e capire come entrare in relazione con un sistema tanto diverso: più di una volta mi sono trovata incredula a guardarmi allo specchio, indecisa tra il “sono pazzi” e il “non valgo niente”.

Il 24 giugno ero seduta su una poltrona dell’aeroporto di Stansted, stavo rientrando in Italia per prendere i vestiti estivi che avevo lasciato a casa. Alle mie spalle, giorni di colloqui tostissimi, durati anche sei ore. Ricevo una telefonata: “You got the job”.
Ero dentro.
Potevo ricominciare a respirare, aprire un conto corrente, iscrivermi al sistema sanitario, fare l’abbonamento della metropolitana, tutte cose che non mi ero ancora concessa il lusso di fare perché prima volevo da Londra un gesto d’amicizia.

Il giorno in cui andai a registrarmi al Centro per l’impiego di Whitechapel, il quartiere famoso per le macabre scorribande di Jack lo Squartatore, mi trovai in un mondo tra i mondi.
Intorno a me le mille lingue di gente che quotidianamente arriva qui da ogni angolo del pianeta, una ressa smaltita con efficienza e sorrisi, storie e accenti da tutti i meridiani. C’erano volti spaesati, persone accompagnate da qualcuno che parlasse l’inglese per loro, famiglie con bimbi piccoli, signore di 60 anni che iniziavano qui una nuova vita, giovani pieni di speranze e quarantenni come me, che osservavo basita le impiegate con la pelle di ogni colore provare a pronunciare nomi in ogni lingua.
Tutti dovrebbero passare a dare un’occhiata al Job Center di Whitechapel per osservare l’operosa bellezza di un sistema che funziona e il coraggio dolente di chi, ad ogni età, lascia tutto in cerca un futuro migliore.

parco_londra
Iniziare a lavorare è stato sorprendente.
Dal centro del mondo finanziario europeo, nel bel mezzo del mercato più maturo e performante del continente, ho rivisto la mia idea di frenesia, fatica ed impegno. Alcuni concetti hanno assunto un (nuovo) significato: il periodo di prova, ad esempio, non è un paragrafo inutile del contratto di assunzione, ma il tempo concesso al dipendente per dimostrare ciò che sa fare davvero e al termine del quale sarà valutato.

Si studia a qualsiasi età, si cambia azienda con più frequenza rispetto all’Italia, c’è una mobilità incredibile delle carriere, anche perché per molti Londra è un luogo di passaggio in cui fermarsi solo qualche anno. C’è fermento, ricambio, e questo significa sapersi mettere in gioco e in discussione, questo significa opportunità.
In molte aziende ogni dipendente è sottoposto ad una performance review annuale e il modulo da compilare farebbe venire una crisi esistenziale a molti lavoratori italiani: cos’hai imparato nell’ultimo anno? Che obiettivi hai raggiunto? Quali sono state le conquiste professionali di cui vai più fiero? Cosa miglioreresti?
Dall’altra parte, dalla parte di chi legge, a volte si corre il rischio che ci sia qualcuno a cui le risposte possano addirittura interessare.
Si è chiamati a crescere, a migliorare, che è una cosa faticosa ma che fa tanto bene alla vita.

Oggi ho la fortuna di lavorare in un’azienda fondata qui da alcuni connazionali vent’anni fa ed è meraviglioso vedere come il talento di italiani in gamba riesca a dare il meglio quando unito all’efficienza del sistema britannico. Non di meno, tiro un sospiro di sollievo quando vedo lo stile italiano sfumare l’approccio inglese, talvolta eccessivamente sistematico, con potenzialità e visione.
Verrebbe quasi voglia di credere nella possibilità di creare cose buone unendo il meglio di culture diverse, se non fosse che si tratta di miraggi già realizzati dai quali basterebbe lasciarsi ispirare.

Durante l’arco della giornata sento i miei colleghi che lavorano in altri Stati europei, in Medio Oriente o in Sudamerica: non siamo una grande azienda, ma molti di noi sono italiani che vivono lontani da casa, parlano almeno due lingue, hanno un curriculum internazionale e radici in vaso.
Ci lega una lontananza e molto altro, facciamo parte dei grandi movimenti migratori che da sempre cambiano la storia, uno di quelli più fortunati, a dire il vero, ma pur sempre intrisi di stupori e nostalgia.
L’uomo è movimento perpetuo, con tutto il male e il bene che questo può significare.

National Portrait Gallery-9
Elena ci aveva parlato della sua decisione di partire a Febbraio in questo post: Solo un'altra che se ne va

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