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L’informazione italiana e la propaganda russa

4 Maggio 2022 10 min lettura

L’informazione italiana e la propaganda russa

9 min lettura

Ci sono volute la presidente della Comunità ebraica di Roma (“Le affermazioni del ministro degli Esteri russo Lavrov sono deliranti e pericolose. Riscrivono la storia sul modello dei Protocolli dei Savi di Sion, il fondamento della letteratura antisemita moderna creato nella Russia zarista”) e la convocazione dell’Ambasciatore italiano in Israele per far scoppiare il bubbone visibile già da molto tempo sui media italiani. Bubbone visibile - a esser clementi - almeno da quando è iniziata l’invasione russa dell’Ucraina.

Il primo maggio, infatti, su Rete 4 il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, è stato lasciato libero di parlare e di sciorinare tutto il manuale della propaganda del Cremlino. Il ministro di un paese dove la parola “guerra” (figurarsi “invasione”) non può essere pronunciata pubblicamente, pena l’arresto, è stato lasciato libero di parlare come se fosse un politico come un altro, come se fosse il rappresentante di una democrazia funzionante, e non come un agente di propaganda. Un ospite tra i tanti, che solo per ragioni di logistica non è potuto stare seduto in mezzo agli altri, ma in collegamento. Con tanto di sottopancia a evidenziare le affermazioni più false e ignobili, dai negazionismi sui massacri di civili compiuti dai militari russi a Bucha, ai riferimenti sugli ebrei nazisti, con chiaro ammiccamento antisemita al presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, paragonato a Hitler.

La figuraccia, l’imbarazzo, la vergogna, per chi riesce ad affacciarsi fuori dal balcone del condominio Italia, dovrebbe chiamare in causa il giornalismo nel suo complesso. Dovrebbero in linea di massima pronunciarsi tutta una serie di attori, dai direttori di rete all'ordine dei giornalisti. Ovviamente è molto difficile che ciò accada - oppure usciranno parole che ci faranno rimpiangere il silenzio. Alla peggio, se proprio la situazione butterà male, si cambierà un conduttore, ci si produrrà in scuse per chi si è “sentito offeso”. Si metteranno in pratica tutta una serie di ritualità di repertorio per non affrontare problemi strutturali. Magari si arrivasse al gattopardesco “bisogna che tutto cambi, perché tutto rimanga com’è”: pura utopia, ormai.

Del resto, troppi fuochi andrebbero accesi, anche ad avere il coraggio di restare col cerino in mano. Come scrive il sito Coda, specializzato in disinformazione e in regimi autoritari, lo scenario del panorama mediatico italiano ha ormai raggiunto deficit di trasparenza preoccupanti:

Dai consiglieri del Cremlino ai giornalisti della TV di Stato, i programmi italiani in onda in prima serata danno regolarmente spazio a ospiti che argomentano a favore dell'invasione, o ripetono le versioni del Cremlino.

A ciò si possono sommare le incredibili immagini in cui il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk, cioè il giornalista di un paese invaso, deve discutere con una giornalista della tivù russa, ossia una propagandista del paese invasore. Il contenitore diventa contenuto, diventa una premessa da accettare: prima ancora di ogni scambio di frasi, crea l’impressione che si confrontino “colleghi” di due paesi diversi. C’è una violenta, meschina e complice falsificazione a monte di questa cornice: ossia fare finta che in Russia, salvo forse rarissime eccezioni, i giornalisti degni di essere chiamati con questo nome non siano stati uccisi, o messi in prigione, o costretti alla fuga. Invitare certe persone, trattarle come se fossero “colleghi” della TV russa, è uno sputo in faccia alle vittime della categoria. Domandiamoci seriamente: è un modello di informazione o di bullismo? Fortunatamente c’è chi ha iniziato a rispondere negando la partecipazione, come il già citato Vladislav Maistrouk, e ricercatori ed esperti di politica come Andrea Gilli, Nona Mkhelidze e Nathalie Tocci. C’è da sperare che un certo tipo di rifiuto dilaghi, che si capisca, una buona volta, che il primo effetto della partecipazione è avvalorare a monte tutto ciò che avverrà poi.

Immaginatevi se all’indomani di una strage rivendicata dall’Isis, si facessero discutere in collegamento un superstite, e un “portavoce” dell’Isis. Con il conduttore che dopo aver ascoltato il superstite dice “ecco, ma sentiamo ora la versione dello Stato islamico, lei è d’accordo con quanto dice il signore?”. Questa sta diventando la normalità del panorama mediatico italiano, ed è la la fisiologica prosecuzione dell’idea di dover “ascoltare tutte le campane”.

La questione è annosa e non sarà mai affrontata fino in fondo, men che meno da una categoria che, evidentemente, nel dar voce a “tutte le campane” ottiene come primo effetto quello di deresponsabilizzarsi. Fuori piove? Ascoltiamo una persona che dice “sì”, e una persona che dice “no”: l’importante è non guardare fuori dalla finestra, sennò è attivismo, militanza, partigianeria. La domanda, alla fine, non è che un espediente narrativo. Questo è il giornalismo che va in onda a tutte le ore del giorno, solo che al posto della domanda “Fuori piove” negli ultimi tempi abbiamo trovato domande un po' più cruciali, come “La pandemia esiste?”, “I vaccini funzionano?”, “Perché in America quelli di Black Lives Matter vogliono cancellare la storia?”, “È vero che siamo invasi dagli immigrati?”, “Vogliono sostituirci?”. Le domande non sono neutre, anzi, sono l’essenza deontologica del giornalismo - cosa scegli di chiedere, dove dirigi il raggio di luce per illuminare le zone opache del potere. Ma il metodo "omnicampanista" finge che la domanda non abbia tutta questa importanza, poiché “tutti” hanno avuto diritto di parola.

C'è, in verità, un'asticella che separa il presentabile dall'impresentabile, ma questa non viene mai esplicitata perché altrimenti potrebbe essere problematizzata nella sua rilevanza politica. Perché dovrebbe porre come oggetto di discussione, e quindi poi come soggetti parlanti, tutte le realtà che sono marginalizzate per dinamiche di potere. Per alcuni, insomma, la campana non suona, o se suona è vietato tendere l’orecchio. Va dato spazio a chiunque, va data una piattaforma a chiunque, oppure c’è un limite? E se c’è un limite, dove va posto? Domande che, evitate in nome della mano invisibile del dibattito, che tutto regola per magia nel migliore dei modi, si evitano a monte, oppure si etichettano dietro le “cancellazioni” illiberali. Ovviamente il modello per le interviste dovrebbe essere più un David Frost (il giornalista che intervistò Nixon sullo scandalo Watergate) che un Ponzio Pilato.

L’invasione russa dell’Ucraina ha solo reso più evidente certi difetti strutturali dei nostri modelli di informazione. Su tutti, il produrre contenuti puntando al ribasso sui costi e massimizzando gli ascolti attraverso le “polemiche”, le “bufere”, le “indignazioni”: gli infiniti riverberi degli scontri dialettici tra ospiti, tutto l’indotto che ne deriva. C’è poi una certa propensione a non lavorare sul “come” durante le interviste, a non prepararle perché alla fine non sia mai che si manchi di rispetto all’ospite. Ma se si decide di invitare quelli che, a tutti gli effetti sono degli agenti di propaganda, è ovvio che il confronto, l’intervista, debba produrre un urto, un cozzare di mondi. Deve per forza giocarsi una tenzone, una guerra di nervi in cui una parte aspetta il momento giusto per sbilanciare, cogliere in fallo, senza giocare nel ruolo di chi aggredisce. Questo perché le persone coinvolte nella conversazione - il giornalista che intervista, l’agente di propaganda che risponde - hanno ruoli diversi e quindi intenzioni diverse.

Confrontate insomma, quanto va in onda mediamente in Italia, quanto si è visto in particolare su Rete 4 con Lavrov, con l’intervista della BBC al presidente bielorusso Alexander Lukashenko. Anche qui l’interlocutore è un politico proveniente da un paese autoritario; nel periodo dell’intervista, stava inoltre portando avanti feroci repressioni di proteste. Ma, a differenza di quanto si vede sui nostri schermi, non abbiamo un giornalista che si limita ad “ascoltare la campana” o “documentare”. Non è che sia migliore o peggiore di quanto andato in onda su Rete 4: chi fa le domande qui ha semplicemente dato prova di fare un mestiere diverso.

E mentre la tivù, ovvero il principale mezzo di massa usato dagli italiani, diventa una filiale povera della tivù di Stato russa, naturalmente procede parallela la dissimulazione attaccando quattro irrilevanti gatti a sinistra. Arrivano così le strisciatine di letame, le listine di proscrizione sugli intellettuali “filoputiniani” - ultima in ordine di tempo quella di Aldo Grasso sul Corriere. Niente di nuovo sul fronte borghese: parte del dibattito pubblico in Italia si basa sul problematizzare quattro gatti a sinistra senza un peso effettivo, e sul farlo a prescindere dal contesto. Un certo ruolo che ha la sinistra come oggetto retorico è quello di permettere di parlare di qualcosa per non parlare di altro. Sempre tacciata di essere ininfluente, sempre tacciata di non capire il paese, poi però quando torna utile diventa un serio problema, una minaccia nazionale.

Sì, certo: la presa della propaganda filoputiniana e “l’antimperialismo degli idioti” a sinistra sono problemi reali. Personalmente trovo desolante la parabola involutiva di validissime intellettuali come Donatella di Cesare, che forse dovrebbero prendere un profondo respiro, e abbracciare lo scetticismo proprio nel senso di sospensione del giudizio, in particolare per tweet (si veda questo thread a riguardo) e post zeppi di facilonerie e inesattezze. Personalmente trovo imbarazzante, ma a livello “pulciaro”, una raccolta fondi di 16500 euro per finanziare una serata a teatro dove a intervalli si leggono testi e si bolla il tutto come “resistenza nonviolenta” - perché “non ce lo fanno dire!”. La censura come simbolo evocato per sé, senza neanche rendersi conto quanto ciò sia, prima di tutto, un privilegio narcisistico: già dalle premesse non è l'Ucraina il vero focus di questa "resistenza nonviolenta", ma i protagonisti stessi della trasmissione, la certificazione che passa per il plauso del pubblico. Rispetto al "proibito" poi, siamo lontani persino dallo stesso Santoro, quello che negli anni '90 fece una controversa - per usare un eufemismo -  diretta di Moby dick da Belgrado.

Personalmente, in termini di nonviolenza, trovo che il concetto capitiniano di compresenza avrebbe suggerito di invitare magari qualche attivista ucraino, e non come mero gettone di presenza, ma come fulcro attorno cui far ruotare tutto il resto. Avrebbe suggerito di capitalizzare la popolarità, il potere comunicativo per raccogliere fondi per aiuti umanitari, invece di ripagare le spese. Avrebbe suggerito di far tesoro, in termini di pratiche nonviolente, dell’esperienza in Kossovo, invece di usare la parola nonviolenza come vuota forma. Perché, voglio dire, come azione nonviolenta, di cosa si tratterebbe? Non credo che un generale irromperà con in mano un tablet nell’ufficio di Putin dicendo “Presidente, deve vedere questo video, c’è un attore italiano che legge un testo contro la gue… contro le operazioni speciali”, con Putin che domanda, terreo, “Ma chi, Favino?”, “No no, Elio Germano”, “Poggia il tablet sul tavolo e lasciami solo, guardo subito”.

Tutti problemi reali, insomma. Ma lo è, in termini di peso effettivo, anche e soprattutto un Parlamento italiano dove almeno due partiti sono apertamente filoputiniani, e sono in maggioranza di governo - quante assenze imbarazzate quando Zeleksy è venuto a parlare al nostro Parlamento! Andrebbero chieste commissioni di inchiesta per capire se e quanto certe posizioni sono ed erano legate ad accordi poco leciti, o persino a finanziamenti. In una democrazia funzionante ciò dovrebbe essere il minimo (ma ve lo ricordate, per qualche patacca di dossier, quando ci fu la Commissione Mitrokhin?) La questione andrebbe sollevata ora un giorno sì e l'altro pure: ma non sentite attorno a questa ipotesi, attorno a questa idea, dei retropensieri che strisciano e prendono forma? “Sì, in Italia, certo”, “aahahah sì, come no”. Molto meglio allora contare le pulci alle mosche rosse, mentre non sappiamo bene la natura dei rapporti che l'elefante nella stanza ha con Mosca, e così facendo certifichiamo, ciarlando, la nostra impotenza politica. Molto meglio abbracciare a monte la metafisica dell’insignificanza, e farcirla di dotte citazioni.

Quello cui stiamo assistendo nei palinsesti televisivi e attorno a essi, nei confronti dell’invasione dell’Ucraina, non è giornalismo né nei modi, né negli scopi, né negli effetti: è fare il compare - o il pollo, nei migliori dei casi - a una propaganda marcatamente fascista che mira a normalizzare ciò che altrimenti sarebbe eccezionale. Anche il ruolo dell’oppositore, di chi si deve smarcare sbracciandosi in studio, diventa un ruolo funzionale al tutto. Ci dobbiamo così sorbire i professori che prima denunciano “pressioni” per non andare in tivù, abusando del credito di fiducia che, di solito, per buona coscienza si concede a chi denuncia; poi però, chi denuncia quelle pressioni si fa la sua trafila di ospitate, si fa pure lo spettacolo teatrale perché nella trafile di ospitate non lo fanno parlare abbastanza, e allora tocca sperare che a teatro il pubblico resti in silenzio sennò ce lo troviamo pure al cinema. È l’apoteosi compiuta dalla società dello spettacolo mentre crea i propri miti. Anche per questo, ci permettiamo di dire: nulla c’è da imparare da certi “esperti”, se non in termini di arte circense.

Insomma, da qualunque verso si guardi il problema, il panorama mediatico italiano è più che pronto per l'arrivo di un nostro "Putin". Quale credibilità e quali anticorpi può infatti offrire il "Quarto Potere?" Nel World Press Freedom Index  stilato da Reporter Senza Frontiere siamo crollati dal 41° al 58° posto. Possiamo solo sperare - per modo di dire - che una certa viltà di fondo della nostra classe politica, una certa mollezza di spirito non produca mai un istrione sociopatico in grado di andare fino in fondo con i proclami.

Immagine in anteprima: frame video Zona Bianca via Twitter

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