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Google va alla guerra delle news

21 Agosto 2013 5 min lettura

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Google va alla guerra delle news

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La guerra delle news
Le speranze riposte dall'editoria, tedesca ma non solo, nella recentissima Link Tax, si stanno liquefacendo col caldo d'agosto. Anche detta Google tax, in “onore” dell'azienda contro la quale è palesemente rivolta, tale legge è la risposta tedesca al “furto” delle news da parte dell'azienda di Mountain View. L'accusa è di fare profitti sfruttando il lavoro dell'editoria senza corrispondere alcun compenso a chi le notizie le produce.
La guerra delle news si è svolta in base a differenti declinazioni a seconda dei paesi: negli Usa, tramite un'agguerrita concorrenza, in Brasile attraverso la fuga concorde degli editori da Google News, mentre in Europa si è cercata la sponda del legislatore nazionale come strumento di pressione per portare il gigante del web ad un accordo.

Link tax
In Belgio e in Francia la minaccia di azioni legali ha portato Google a concedere dei fondi per aiutare la transizione dell'editoria tradizionale verso i contenuti digitali. In Italia il Garante per la Concorrenza invita a mettere all'ordine del giorno la tutela dei contenuti editoriali, auspicando una soluzione alla tedesca. In Germania, appunto, gli editori hanno proseguito sulla strada repressiva, portando fino all'approvazione il progetto di legge dall'impronunciabile nome, Leistungsschutzrecht, così  introducendo un nuovo diritto connesso nell'ambito della normativa sul diritto d'autore.

La nuova norma tedesca prevede un compenso per l'utilizzo di notizie altrui, comprese le anteprime. Nel corso di un'audizione sul disegno di legge si è utilizzato il seguente esempio: un impiegato di banca legge il giornale al mattino e, sulla base di un articolo, consiglia ai suoi clienti di investire in uno specifico mercato; è evidente che l'editore merita una quota del denaro guadagnato!
In realtà si potrebbe anche fare il ragionamento opposto: se l'impiegato, utilizzando la notizia, fa perdere soldi ai suoi clienti allora dovrebbe anche avere la possibilità giuridica di citare per danni il giornale!
Al di là di tali considerazioni teoriche, il problema principale della legge, entrata in vigore il primo di agosto, è di utilizzare una definizione generica che rende impossibile sapere a priori a quali conseguenze potrà portare. La norma, infatti, prevede il pagamento di un compenso per l'uso di articoli altrui, a meno che non si tratti di un “frammento”. Nella legge, però, non vi è alcuna definizione di “frammento”. Si pagherà un compenso oltre i 50 caratteri? 100? 150?

L'associazione degli editori è intervenuta sul punto precisando che la legge consentirebbe ai portali di stabilire le condizioni alle quali gli aggregatori possono usare le loro notizie. Appare ovvio, quindi, che il legislatore avrebbe introdotto una norma al solo scopo di favorire gli editori, lasciando agli stessi il compito di circoscriverne l'applicazione.
Insomma, una vera e propria barriera commerciale per le società americane e in genere per gli aggregatori, creata grazie all'uso improprio della normativa sulla proprietà intellettuale.

Google va alla guerra
Mentre gli editori tedeschi erano già intenti a fregarsi le mani immaginando di poterle mettere ben presto sui ricchi compensi pagati da BigG, Google fa la sua mossa.
Con un articolo sul blog ufficiale premette e ribadisce che Google News indicizza messaggi già disponibili in rete, che è un servizio del tutto gratuito e privo di pubblicità (quindi non commerciale, e in tal senso non dovrebbe essere assoggettato alla Link Tax), precisa che il servizio consente a tutti i giornali, grandi e piccoli, nazionali e locali, di essere presenti, ed infine ricorda che da sempre è possibile utilizzare una specifica e semplice soluzione tecnica (il file robots.txt) per impedire al motore di ricerca di Google di indicizzare le notizie di un sito.
Ma, continua l'articolo sul blog, alla luce dell'incertezza giuridica derivante dalla Link Tax, Google è costretta ad introdurre un sistema (solo per la Germania) per consentire agli editori tedeschi di indicare se vogliono o meno essere presenti su Google News. E senza compenso.
La Dichiarazione di conferma è infatti necessaria, dal primo agosto, per essere indicizzati sul motore di ricerca della News. In assenza dell'esplicita e preventiva dichiarazione, l'editore viene escluso.

Google 1 Germania 0
Ad oggi centinaia di siti tedeschi, compreso i principali portali di notizie, hanno effettuato la Dichiarazione di conferma, rinunciando a chiedere compensi a Google e preferendo essere presenti sul motore di ricerca. In verità non tutti gli editori, però, hanno seguito questa procedura, ad esempio Rhein-Zeitung, uno dei più antichi siti di notizie online della Germania, si è rifiutato di optare per Google News.
Un portavoce di Axel Springer, uno degli editori principali e che ha scelto di essere presente nel motore di ricerca delle news di Google, ha precisato che si tratta di una strategia temporanea, e che la Dichiarazione può essere revocata in ogni momento. In ogni caso il primo round appare sicuramente vinto da Google. L'accordo con la Francia portò a credere che per BigG uno scontro con gli editori tedeschi sarebbe stato impossibile, dato il “peso” del mercato tedesco. Invece Google non ci ha pensato due volte, dimostrando che le grandi aziende del web sono in grado, ormai, di confrontarsi alla pari con i singoli Stati che, di contro, faticano ad imporre loro delle regole.

Editoria in crisi
La situazione della casa editrice Axel Springer è, in un certo senso, sintomatica del bivio al quale si trova l'editoria tedesca, e non solo. Il 25 luglio ha venduto due quotidiani regionali e diverse riviste per concentrarsi sui prodotti digitali. La notizia è stata accolta con una certa indignazione dall'editoria della Germania, quasi un'accusa di tradimento.
Infatti, la stampa tedesca negli ultimi anni è stata parzialmente immune dalle turbolenze del settore, mantenendo i circa 45 milioni di lettori. Per questo motivo la vendita non sembrava giustificata. Eppure il portavoce del gruppo ha chiaramente detto che intendono concentrarsi sul digitale.
In realtà anche l'editoria tedesca comincia a vedere il futuro con preoccupazione, e i fallimenti di alcune testate, compreso il Frankfurter Rundschau e il Financial Times Deutschland, hanno accentuato i dubbi. Per questo motivo l'editoria tedesca ha cercato un sistema per garantire la sopravvivenza del vecchio modello di business, scaricando il costo su Google.

In tal senso la Link Tax appare l'esempio più calzante del “principio di Shirky (professore della New York University e studioso di newmedia, ha affermato che “le istituzioni tendono a preservare i problemi per cui sono loro stesse la soluzione”), e cioè che l'editoria in tutto questo tempo non ha fatto altro che preservare il problema invece di cercare di risolverlo.
Sia in Germania che nel resto d'Europa, quando si parla di crisi dell'editoria il discorso si avvita inevitabilmente su costosi aiuti di Stato, oppure sui modelli di riferimento derivanti dal diritto d'autore (l'estensione dei diritti connessi).
Invece, Axel Springer sembra guardare più alle mosse del CEO di Amazon, Jeffrey Bezos, che di recente ha acquisito personalmente il Washington Post, come le sintetizza Die Welt: “Oggi i clienti vogliono essere protagonisti, vogliono avere il controllo e prendere decisioni per se stessi”.

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