Myanmar: due giornalisti della Reuters arrestati per il loro scoop sul massacro di Inn Din


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Wa Lone e Kyaw Soe Oo condannati a 7 anni di reclusione

Aggiornamento 3 settembre 2018, ore 12:05: Wa Lone e Kyaw Soe Oo, i due giornalisti della Reuters che hanno indagato sulle stragi nei confronti della minoranza etnica dei Rohingya nel Myanmar, sono stati condannati a 7 anni di reclusione, accusati di aver infranto una legge sui segreti di Stato. Nella sua sentenza, il giudice Ye Lwin ha detto che Wa Lone e Kyaw Soe Oo "hanno provato molte volte a mettere le mani su documenti segreti e passarli ad altri. Non si sono comportati come normali giornalisti". La difesa potrà impugnare la decisione dinanzi al tribunale regionale e poi alla corte suprema.

I due giornalisti, che si sono dichiarati non colpevoli, hanno detto di essere stati incastrati dalla polizia che ha consegnato loro i documenti durante una cena e di essere stati presi di mira per i loro reportage. Wa Lone ha commentato che la sentenza «mette direttamente in pericolo la nostra democrazia e la libertà di stampa. Mi piacerebbe dire che è molto deludente, perché distrugge il modo in cui vorremmo essere. Continueremo ad affrontare la realtà».

"Oggi è un giorno triste per il Myanmar, i giornalisti della Reuters, Wa Lone e Kyaw Soe Oo, e la stampa ovunque", ha affermato Reuters in un comunicato ufficiale, definendo il verdetto "un grave passo indietro" per il Myanmar. Secondo un portavoce della Commissione europea, la sentenza «mina la libertà dei media, il diritto all'informazione del pubblico e lo sviluppo dello Stato di diritto in Myanmar». Knut Ostby, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Myanmar, ha detto di essere rimasto deluso dalla decisione della corte: «Wa Lone e Kyaw Soe Oo dovrebbero poter tornare alle loro famiglie e continuare il loro lavoro come giornalisti». Per l'ambasciatore statunitense in Myanmar, Scot Marciel, la decisione è «profondamente preoccupante».

Oltre 100 giornalisti e attivisti sabato scorso avevano marciato per le strade di Yangon chiedendo l’assoluzione e la scarcerazione dei due giornalisti.

Da tre mesi in carcere, accusati di essere entrati in possesso di presunti documenti segreti, ma probabilmente "colpevoli" di avere prove dell'uccisione di 10 persone della minoranza musulmana Rohingya in Myanmar. Kyaw Soe Oo e Wa Lone, due giornalisti che per la Reuters stavano seguendo nello Stato di Rakhine, nel Myanmar occidentale, al confine con il Bangladesh, l'espulsione dei Rohingya, un gruppo etnico, per la maggior parte di fede musulmana, che vive dal XII secolo a Myanmar, paese prevalentemente buddista, rischiano ora 14 anni di detenzione.

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L'offensiva ha costretto circa 650mila Rohingya a fuggire in Bangladesh e, secondo Medici senza Frontiere, ha causato almeno 6700 morti. Alcune immagini satellitari pubblicate da Human Rights Watch lo scorso settembre hanno mostrato la quasi totale distruzione di 214 villaggi. In occasione della 72esima Assemblea generale delle Nazioni Unite, l'Ong aveva chiesto di adottare una risoluzione che condannasse quella che l'Onu stessa aveva definito "pulizia etnica" da parte della milizia birmana, e al Consiglio di sicurezza di imporre sanzioni mirate e un embargo sulle armi.

Le immagini di Human Rights Watch rivelavano la distruzione di migliaia di abitazioni nelle municipalità di Maungdaw e Rathedaung, «prove scioccanti di una distruzione enorme in un tentativo evidente delle forze di sicurezza birmane di impedire ai Rohingya di tornare nei loro villaggi», aveva dichiarato all'epoca Phil Robertson, vice direttore di Human Rights Watch Asia.

via VOA

Lo scoop della Reuters: il massacro di Inn Din

Lo scorso 9 febbraio, Reuters ha pubblicato il reportage al quale avevano lavorato Wa Lone e Kyaw Soe Oo.

Basata su resoconti di testimoni oculari, l'inchiesta documenta le uccisioni di 10 Rohingya nel villaggio di Inn Dinn, a circa 50 chilometri a nord di Sittwe, capitale dello Stato di Rakhine. Le vittime erano pescatori, commercianti, insegnanti di religione islamica, studenti di scuole superiore, d'età compresa tra i 17 e i 45 anni, almeno due di loro uccise dagli abitanti del villaggio buddista, gli altri da parte delle truppe del Myanmar. I 10 uomini, secondo quanto riferito alla Reuters da un soldato in pensione che ha dichiarato di aver preso parte al massacro, sono stati seppelliti in un'unica fossa. L'articolo mostra le immagini delle vittime inginocchiate e legate prima dell'esecuzione e, successivamente, i loro corpi senza vita nella fossa. Le foto sono state scattate proprio da Wa Lone, uno dei due giornalisti arrestati.

via Reuters

Citando fonti rimaste anonime, l'inchiesta giornalistica mostra che l'ordine di liberare il villaggio di Inn Din era partito dal comando militare e che le forze di sicurezza indossavano abiti civili per evitare di essere scoperti durante i raid. Alcuni abitanti del villaggio hanno dichiarato a Reuters che i militari e la polizia paramilitare avevano addestrato i residenti buddisti di Inn Din e di almeno altri due villaggi per incendiare le case dei Rohingya. I membri della polizia paramilitare avrebbero saccheggiato le abitazioni dei Rohingya, rubato animali e motociclette. Nessuno dei 6000 Rohingya – accusati dal governo di aver bruciato le loro stesse case – che vivevano nel villaggio era ancora a Inn Din lo scorso ottobre.

A gennaio, quando i due giornalisti sono stati incriminati di essere entrati in possesso di documenti coperti da segreto di Stato, il comandante dell'esercito, il generale Min Aung Hlaing, aveva detto che i 10 uomini Rohingya uccisi a Inn Din dagli abitanti del villaggio e dai soldati erano terroristi che avevano attaccato le forze di sicurezza.

Intervistato da Democracy Now, il capo di Reuters in Birmania, Antoni Slodkowski, ha difeso la scelta di pubblicare ugualmente il reportage nonostante Wa Lone e Kyaw Soe Oo siano ancora in carcere e possano essere condannati a 14 anni di reclusione. «Abbiamo deciso di pubblicare questa indagine pionieristica perché abbiamo sentito che questo era il nostro dovere e obbligo nei confronti dell'opinione pubblica in Myanmar. E Wa Lone e Kyaw Soe Oo hanno sostenuto fortemente questa decisione. Alla fine, siamo tutti giornalisti e questo è ciò che facciamo». La pubblicazione del reportage è, in questo senso, spiega ancora Slodkowski, un modo per dare un segnale alle diplomazie internazionali sia per le condizioni difficili in cui lavorano i giornalisti in Myanmar sia per quanto sta accadendo ai Rohingya. «Penso che la storia alla quale hanno lavorato Wa Lone e Kyaw Soe Oo  sia davvero importante per tre ragioni principali. Prima di tutto, è un resoconto scrupoloso e dettagliato dell'esecuzione di questi 10 uomini, che sono stati scelti a caso dalle forze di sicurezza, tenuti durante la notte in una scuola e giustiziati il giorno dopo. Inoltre, la storia non è limitata solo al villaggio di Inn Din, ma va oltre e analizza le dinamiche, i meccanismi di questa operazione militare in un'area più ampia. Ci sono state segnalazioni provenienti da villaggi a diversi chilometri a nord di Inn Din, abbiamo ascoltato racconti molto simili a quelli di Rakhine, di come le forze di sicurezza e gli abitanti dei villaggi buddisti hanno bruciato le case dei Rohingya, e via dicendo. E penso che la terza cosa davvero importante è, per la prima volta, a parlare sono le persone che hanno eseguito tali atti da soli. Quindi, abbiamo resoconti degli abitanti e degli agenti di polizia che descrivono in che modo hanno effettivamente fatto irruzione in quei villaggi. Non solo una o due persone, ma molti, molti, molti».

L'arresto di Kyaw Soe Oo e Wa Lone

Kyaw Soe Oo e Wa Lone sono stati arrestati il 12 dicembre dopo aver ricevuto in un ristorante – secondo l'accusa – alcuni documenti coperti da segreto di Stato da due agenti di polizia, che avevano lavorato nello Stato di Rakhine e dai quali erano stati convocati. Stando a quanto dichiarato dai loro familiari, i due giornalisti sono stati arrestati senza nemmeno aver avuto il tempo di leggere quelle carte e portati in tribunale a Yangon, la capitale commerciale della Birmania. Ora rischiano una condanna a quattordici anni di carcere sulla base dell’Official Secrets Act, una legge che risale al 1923, quando il paese era sotto il dominio britannico.

Kyaw Soe Oo aveva iniziato a lavorare per Reuters lo scorso settembre mentre Wa Lone era entrato nell'agenzia di stampa nel giugno 2016 e aveva coperto una serie di storie, tra cui proprio la crisi dei Rohingya nello Stato di Rakhine.

Nella foto: Wa Lone – via Reuters

In una dichiarazione ufficiale, il presidente e redattore capo, Stephen J. Adler, aveva definito la decisione di perseguire i giornalisti "un attacco totalmente ingiustificato e palese alla libertà di stampa". Diversi gruppi per i diritti umani hanno accusato la polizia di aver teso una trappola ai due giornalisti della Reuters, dando loro dei documenti, considerati in quel momento segreti di Stato .

Nel frattempo, sorgono dubbi sulla ricostruzione della polizia. Durante l'ultima udienza, mercoledì scorso, è stato ascoltato il tenente Myo Ko Ko, chiamato dall'accusa a testimoniare sull'accaduto. La sua testimonianza ha in parte contraddetto la versione della polizia: Myo Ko Ko ha detto di far parte della squadra che ha portato all'arresto, ma di non aver visto i documenti che i due giornalisti avrebbero avuto tra le mani e che entrambi sarebbero stati fermati lungo una strada fiancheggiata da fabbriche, smentendo di fatto una mappa precedentemente prodotta dalla polizia e inserita nel fascicolo del tribunale, che mostrava ristoranti e negozi di tè, ma non fabbriche.

L'avvocato difensore Khin Maung Zaw ha detto ai giornalisti che Myo Ko Ko ha ammesso durante il contro interrogatorio di non avere familiarità con le regole procedurali della polizia del Myanmar e pertanto non è stato considerato dall'accusa "testimone affidabile". Il giudice, inoltre, ha respinto la richiesta della difesa di rendere pubblico e mostrare alla Corte come prova il registro di bordo della stazione di polizia dove sono stati registrati gli arresti, dicendo che non è possibile metterlo agli atti nell'attuale fase del procedimento.

In un incontro del Consiglio di sicurezza, gli Stati Uniti hanno condannato l'arresto e chiesto la liberazione dei due giornalisti, incarcerati «per il crimine di denunciare la verità», ha detto l'ambasciatrice Usa all'Onu, Nikki Haley. «La libertà di stampa è di vitale importanza. I giornalisti come i due reporter della Reuters, ora in carcere, sono una fonte di informazione indispensabile». Anche il Regno Unito, la Francia, l'Olanda e il Kazakistan hanno chiesto la liberazione di Wa Lone e Kyaw Soe Oo, mentre l'inviato del Myanmar alle Nazioni Unite ha detto che i due giornalisti non sono stati arrestati per i loro articoli, ma sono stati accusati di «possesso illegale di documenti governativi riservati».

Per il reportage, martedì scorso Wa Lone e Kyaw Soe Oo sono stati premiati da PEN America, un'organizzazione senza scopo di lucro che sostiene la libertà di espressione, con il "Freedom to Write Award", che riconosce il lavoro di coloro che rischiano la loro vita per la libertà di espressione. I due giornalisti "incarnano i principi che la PEN America sostiene", ha spiegato il redattore capo di Reuters, Stephen J. Adler, al Washington Post. "La loro indagine sul massacro di Inn Din illustra sia l'importanza vitale della libertà di stampa che l'incredibile potere della parola scritta". Questo premio, ha spiegato la direttrice esecutiva di PEN America, Suzanne Nossel, potrebbe dare una svolta diplomatica al caso. Ben 37 dei 42 giornalisti in carcere che hanno ricevuto il "Freedom to Write" sono stati poi rilasciati, spiega il Washington Post.

Il giro di vite contro i giornalisti in Myanmar

L’arresto di Wa Lone e Kyaw Soe Oo è solo l'ultimo di una serie di arresti di giornalisti da quando è iniziata l'epurazione dei Rohingya. «La loro detenzione arriva dopo l'arresto di giornalisti in diverse parti della Birmania, sottoposti a crescenti pressioni per aver criticato il governo e l'esercito», ha affermato Richard Weir, ricercatore di Human Rights Watch. Il governo del Myanmar, scrive il New York Times, ha bloccato i giornalisti indipendenti impedendo loro di seguire l'epicentro della violenza e rendendo difficile raccogliere prove delle atrocità commesse.

Eppure quando il partito guidato da Aung San Suu Kyi ha vinto le elezioni, forte era la speranza che i giornalisti sarebbero stati finalmente liberi di denunciare quanto accadeva. «In un sistema democratico, la sicurezza e libertà dovrebbero essere in equilibrio: quando i diritti dei giornalisti sono controllata, il concetto stesso di democrazia è messo in discussione», aveva dichiarato nel luglio 2014, Suu Kyi, all'epoca parlamentare di opposizione. Tre anni e mezzo dopo, il suo pensiero, scrive Todd Pitman di Ap sul Washington Post, sembra essere cambiato radicalmente, al punto da presiedere un'amministrazione i cui tribunali perseguono decine di giornalisti e uno Stato in cui i media sono costantemente screditati.

Da quando la Lega nazionale per la democrazia, il partito di governo di Aung San Suu Kyi, ha preso il potere nel 2016, almeno 32 giornalisti sono stati accusati di vari reati, riporta il New York Times. Molti sono stati incarcerati dopo aver riferito di abusi che si sono verificati nelle terre di frontiera del Myanmar. U Swe Win, giornalista ora in pensione ed ex prigioniero politico, che si sta difendendo da diverse accuse di diffamazione che potrebbero riportarlo in carcere, ha notato che i media, che erano stati imbavagliati durante il governo militare, hanno goduto di una rinascita durante un periodo di governo transitorio dal 2011 al 2015, guidato da U Thein Sein: «Ora non abbiamo trasparenza e non sappiamo cosa sta succedendo all'interno del governo", ha affermato Swe Win. "Tutto quello che sappiamo è che noi giornalisti abbiamo sempre problemi con i militari, il che significa che il governo civile non ha potere».

L'ostilità nei confronti dei media (e, in particolare, le agenzie di stampa internazionali che seguono il Myanmar), è aumentata notevolmente dopo la brutale operazione di "liquidazione" della minoranza Rohingya da parte dell'esercito, iniziata lo scorso agosto. Stanno «facendo tutto ciò che è in loro potere per bloccare il flusso di notizie, per garantire che nessuna informazione dannosa venga alla luce», ha detto al Washington Post Shawn Crispin, rappresentante per il Sud-Est asiatico del "Comitato per la protezione dei giornalisti" di New York. «Stanno usando minacce legali, stanno bloccando l'accesso alle aree in cui si sono verificati presunti abusi, stanno rendendo più difficile per gli stranieri ottenere i visti», ha aggiunto Crispin. «Hanno creato anche un clima di paura tra i giornalisti locali e il messaggio è chiaro: se sei critico, rischi di andare in prigione». Alcune agenzie hanno ritirato i giornalisti dal paese. La corrispondente di AP Esther Htusan ha lasciato il Myanmar a fine novembre, dopo minacce di morte ricevute sui social network ed essere stata pedinata da uomini non identificati nella sua casa di Yangon.

A novembre, un giudice ha condannato due giornalisti stranieri, Mok Choy Lin, malese, e Lau Hon Meng, di Singapore, in missione per TRT World, l'emittente televisiva turca, il loro interprete e il loro autista a due mesi di carcere con l'accusa di aver filmato con un drone senza autorizzazione ufficiale. A giugno, i militari hanno arrestato tre giornalisti che avevano scritto su un evento organizzato da un esercito ribelle nel nord dello Stato Shan. I tre sono stati accusati di violare un'altra legge di epoca coloniale e rilasciati dopo oltre due mesi di detenzione.

Foto in anteprima via Reuters

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