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Come cambia la strategia energetica dell’Italia con la guerra in Ucraina

4 Marzo 2022 16 min lettura

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Come cambia la strategia energetica dell’Italia con la guerra in Ucraina

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di Andrea Turco

Mentre l’Europa prova a non “morire per Kyiv, l’Italia intende non morire di freddo per l’Ucraina. La guerra che ha scatenato il presidente russo Vladimir Putin ha finora preoccupato il nostro paese anche per la questione energetica. Come è noto, l’Italia importa il 45% del gas che usa per i consumi interni dalla Russia. E si tratta di un dato in aumento: solo 10 anni fa la quota  era del 27%. Già nei mesi scorsi tra i motivi dell’aumento delle bollette di energia elettrica c’era anche la riduzione dei flussi di gas proprio dalla Russia, per via della volontà di Putin di fare pressioni sull’Europa affinché si accelerasse l’iter di costruzione del gasdotto North Stream2, che avrebbe dovuto rifornire di metano la Germania aggirando l’Ucraina.

Lo ha documentato ad esempio il Corriere della Sera il 22 febbraio, poco prima dell’avvio delle operazioni militari in Ucraina, analizzando i numeri presso lo sbocco di Tarvisio, in Friuli Venezia Giulia, in cui approda il gas siberanio:

Che i tagli di gas russo siano una realtà risulta chiaro dai flussi in entrata alla frontiera di Tarvisio: si è passati da 2,62 miliardi di metri cubi in dicembre a 1,5 miliardi in gennaio, con un calo del 43%. Questa sforbiciata è coerente con ciò che accade a monte, nella rete di gasdotti Gazprom «Fratellanza», «Progresso» e «Soyuz» che confluiscono dalla Russia in Ucraina e da lì in Ungheria e Slovacchia, Austria, fino all’Italia. Secondo i dati della stessa Gazprom, quei tubi hanno trasportato in media 53,7 milioni di metri cubi di metano al giorno il mese scorso, mentre in dicembre ne avevano trasportati 120,5 milioni di metri cubi al giorno. I volumi si sono più che dimezzati: meno 55% da un mese all’altro, nel cuore dell’inverno. 

Secondo alcune analisi, la dipendenza italiana dal gas è destinata ad aumentare, specie se il conflitto dovesse prolungarsi e se davvero la Russia, come temono in tanti, dovesse decidere di chiudere i propri gasdotti a seguito delle sanzioni stabilite dall’Unione Europea. Al di là della plausibilità di questo scenario, nel giro di pochissimi giorni l’Italia ha dovuto mettere in campo una vera e propria strategia energetica, definita dal ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani “a breve, medio e lungo termine”. Nella comunicazione al Senato dell’1 marzo, il premier Mario Draghi ha ribadito che “al momento non ci sono segnali di un'interruzione delle forniture di gas. Ma è importante valutare ogni evenienza, visto il rischio di ritorsioni e di un possibile ulteriore inasprimento delle sanzioni”. La specificazione successiva è però quella più importante:

"La diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico è un obiettivo da perseguire indipendentemente da quello che accadrà alle forniture di gas russo nell'immediato. Non possiamo essere così dipendenti dalle decisioni di un solo paese. Ne va anche della nostra libertà, non solo della nostra prosperità". 

Insomma: nel mezzo di una guerra così spaventosa per l’Europa, il nostro paese potrebbe ridisegnare gli scenari geopolitici per ridefinire il proprio mix energetico. Rispetto alle indicazioni passate, ci sono alcune novità e alcune conferme. Partiamo da queste ultime. 

Più gas, nel segno di ENI

Che il governo Draghi voglia diminuire la dipendenza dal gas russo aumentando la produzione nazionale è ormai fatto noto, in una partita che va avanti da tempo. L’ultimo esempio in questo senso è il PiTESAI, il Piano della Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee, che consente nuove esplorazioni - dopo due anni di moratoria - nel 42,5% del territorio nazionale in terraferma e nel 5% della superficie marina. Dopo il conflitto in Ucraina l’ipotesi di diversificare gli approvvigionamenti, facendo leva su maggiori forniture da altri Stati, si è fatta più concreta. A spiegarlo più nel dettaglio era stato proprio Draghi, nell’informativa al Parlamento del 25 febbraio:

"Il Governo è al lavoro per aumentare le forniture alternative. Intendiamo incrementare il gas naturale liquefatto importato da altre rotte, come gli Stati Uniti. Il Presidente americano, Joe Biden, ha offerto la sua disponibilità a sostenere gli alleati con maggiori rifornimenti, e voglio ringraziarlo per questo" (...) Dobbiamo rafforzare il corridoio Sud, migliorare la nostra capacità di rigassificazione e aumentare la produzione nazionale a scapito delle importazioni. Perché il gas prodotto nel proprio Paese è più gestibile e può essere meno caro"

Quella del gas naturale liquefatto (GNL) pare, al momento, la strada più percorribile, soprattutto vista l’alleanza con gli USA. Ma allo stesso tempo non sembra essere risolutiva, almeno nell’immediato. In Italia, infatti, i rigassificatori attivi (cioè gli impianti che trasformano il metano da liquido a gassoso) sono appena tre: Panigaglia, in provincia di La Spezia, che ha una capacità di rigassificazione di circa 3,5 miliardi di metri cubi l’anno; l’Adriatic Lng con una capacità di 8 miliardi di metri cubi l’anno; il terminal galleggiante Fsru Toscana situato al largo delle coste tra Livorno e Pisa con una capacità di rigassificazione autorizzata di circa 3,75 miliardi di metri cubi. È pur vero che tutte e tre le strutture prevedevano già prima della guerra in Ucraina migliorie e lavori di ampliamento, anche se da sole non potranno comunque sopperire ad eventuali tagli russi. Ecco perché Draghi, sia nell’informativa al Parlamento del 25 febbraio che nella comunicazione dell’1 marzo, ha ribadito che “occorre ragionare su un aumento della nostra capacità di rigassificazione”. 

All’orizzonte dunque si delinea un’accelerazione per impianti che sono stati ampiamente discussi ma che non si sono finora realizzati: è il caso ad esempio del rigassificatore di Porto Empedocle (in Sicilia), proposto da Enel, che da solo potrebbe trattare circa otto miliardi di metri cubi di GNL all’anno. Vale a dire un decimo del fabbisogno nazionale. C’è però un altro elemento di riflessione da aggiungere a un quadro già piuttosto complesso. Nel 2021 gran parte della fornitura europea di gas naturale liquefatto ha avuto origine da soli tre Stati. Lo ha accertato l’Eia, l’ente statistico americano per l’Energia:

Fonte: Ente statistico americano per l’Energia

Tra i tre Stati da cui l’Europa ha ricevuto più GNL c’è… la Russia.  Al secondo posto c’è poi il  Qatar che, come ricorda l’Index Democracy - l’indice che misura il livello di democrazia degli Stati che è redatto dall’Economist ogni anno - è un regime autocratico. Anche senza voler considerare l’aspetto etico, è plausibile voler bypassare il dispotismo di Putin con quello dell’emiro Āl Thānī?

Fonte: Economist - rielaborazione grafica YouTrend

D’altra parte appena il 22 febbraio, due giorni prima dell’inizio del conflitto russo, l’Europa si era già rivolta al Qatar. Ma il ministro dell’Energia Saad al-Kaabi aveva smorzato le richieste. Come riporta la testata Energia Oltre:

Kaabi ha affermato che nessun singolo paese potrebbe sostituire il gas russo perso. “Non c’è la capacità di farlo da parte del Gnl. La maggior parte dei volumi del gas liquefatti sono legati a contratti a lungo termine e con destinazioni molto chiare. Sostituire quella somma di volume rapidamente è quasi impossibile”, ha ammesso Kaabi aggiungendo che deviare i carichi da un mercato all’altro avrebbe un effetto a catena sul mercato. “Con il mercato ristretto che c’è, anche se passi da una regione all’altra, ciò che accadrà è che priverai quel mercato di rifornimenti e ci sarà una carenza e un aumento dei prezzi”.

Soltanto nel mese di gennaio, inoltre, gli Stati Uniti hanno fornito da soli più della metà di tutte le importazioni di GNL in Europa. Ma è uno sforzo che non è destinato a durare. Ecco perché, rimanendo al gas, al vaglio del governo c’è anche l’avvio di accordi con i singoli paesi importatori. Ma quali sono i gasdotti non russi che approdano in Italia?

Mappa realizzata da Geopop su dati del Ministero della Transizione Ecologica

Il maggiore interlocutore del governo in questo senso è certamente ENI. È stato lo stesso amministratore delegato Claudio Descalzi a raffreddare in parte gli entusiasmi del ministro Cingolani, il quale da qualche mese parlava della possibilità di raddoppiare la produzione nazionale annuale di gas, passando dagli attuali 3,32 miliardi di metri cubi di gas a 7 (se non 8) milioni di metri cubi di gas. Ci sarebbero voluti appena due anni, investendo esclusivamente nella manutenzione e nello sfruttamento di giacimenti già attivi. Dopo l’incontro del 16 febbraio, avvenuto a Palazzo Chigi tra Descalzi e Cingolani, le stime del governo si sono attestate intorno ai 5 miliardi. Il manager di ENI è presente, e in prima fila, anche in quella estera.

Il 28 febbraio Di Maio e Descalzi sono volati ad Algeri per una missione diplomatica, con l’obiettivo di rafforzare i legami con il secondo maggiore importatore di gas. Dall’Algeria, infatti, l’Italia ha ricevuto nel 2020, secondo i dati del MiTe, 15 miliardi di metri cubi di gas attraverso il gasdotto TransMed che dall’Algeria passa in Tunisia e da lì approda a Mazara del Vallo, in Sicilia. Un grafico riportato dal sito Geopop su dati del Ministero dello Sviluppo Economico testimonia ancor meglio l’importanza della connessione tra Italia e Algeria:

Fonte: Dati MISE 2021 - rielaborazione grafica Geopop

In Algeria d’altra parte ENI vanta solidi legami commerciali. Non è un mistero, poi, che il fondatore dell’ENI Enrico Mattei, tra la fine degli anni ‘50 e l’inizio degli anni ‘60, sostenne i movimenti di indipendenza algerina che riuscirono poi a liberarsi dalla colonizzazione francese nel 1962. Rapporti destinati a rafforzarsi ulteriormente nel 2022. Gli incontri della delegazione italiana si sono svolti con il Presidente della Repubblica Abdelmadjid Tebboune, il ministro degli Esteri, Ramtane Lamamra, e il ministro dell’Energia e delle Miniere, Mohamed Arkab. Come riporta il Corriere della Sera, l’incontro ha avuto un esito positivo: “La società Sonatrach avrebbe «accolto favorevolmente» la richiesta dell’Italia di aumentare le esportazioni di gas algerino verso il nostro Paese e invierebbe gas naturale liquefatto. Attraverso TransMed, Sonatrach arriverebbe ad inviare all’Italia circa 15-16 miliardi di metri cubi annuali”.

L’altro gasdotto di cui si parla molto in queste ore è il TAP, il Trans Adriatic Pipeline, che dai giacimenti di Shah Deniz, in Azerbaijan, attraverso 870 chilometri di condutture porta il gas (anche) in Italia. Ciò avviene da poco più di un anno: lo scopo è raddoppiare la portata, passando dagli attuali 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno - in realtà 6,8, gli altri sono andati a Grecia e Bulgaria - a 20 miliardi. Non va dimenticato comunque che sulla costruzione dell’approdo in Puglia dell’opera c’è attualmente un processo in corso. Gli attivisti e le attiviste del movimento No Tap hanno ricordato il recente incontro tra il presidente dell’Azerbajian e Vladimir Putin e anche il sindaco di Melendugno, Marco Ponti, rimasto contrario all’opera su Panorama avverte:

“Oggi (il Tap) rappresenta il 9% del fabbisogno italiano e il 2% del fabbisogno europeo, e per raddoppiarlo dobbiamo dire a Mario Draghi e gli altri, ci vogliono non meno di quattro anni (fonte Tap) quando ci sarà una realtà diversa dal punto di vista dell’energia (...) A livello internazionale se fossi il governo starei attento a passare dalla dipendenza di un personaggio come Vladimir Putin a un personaggio come Ilham Aliyev. Dopo l’Ucraina potrà esserci l'Azerbaijan, e attraverso la Turchia dove c’è Recep Tayyp Erdogan che già ha dimostrato di poter ricattare l’Europa con bambini e migranti. Dobbiamo svincolarci dal gas per svincolarci da questi dittatori che attraverso il gas vogliono piegare le democrazie”

L’appello di Ponti pare però destinato a cadere nel vuoto. E anzi gli elementi di preoccupazione si accumulano se si pensa che c’è un altro gasdotto in una zona a democrazia delimitata e già dilaniata da una guerra civile lunga più di 10 anni. Si tratta del GreenStream, il metanodotto che dalla Libia, esattamente dalla costa di Mellitah, giunge fino alla costa di Gela, in Sicilia, e la cui proprietà è divisa al 50% da ENI e da Noc, la compagnia di Stato libica. Costruita nel 2004, l’opera non ha mai viaggiato a pieno regime (teoricamente 8 miliardi di metri cubi di gas all’anno), specie dalla caduta del colonnello Gheddafi, e recentemente è tornata a ridurre ulteriormente i flussi di gas. C’è da aspettarsi anche qui una nuova visita del tandem Di Maio-Descalzi, dopo quella di marzo 2021, considerando che la presenza di ENI in Libia è ancora più radicata che in Algeria?

Insieme ai singoli accordi, poi, l’Italia si sta adoperando per una strategia energetica europea. Un risultato che però, come ha insegnato la vicenda della tassonomia in cui hanno prevalso gli interessi dei singoli Stati sulle attività da considerare sostenibili (e dunque da finanziare), è più difficile da raggiungere. Nonostante ciò, Draghi non demorde. Sempre dall’informativa del 25 febbraio:

"L'Italia è impegnata a spingere l'Unione Europea nella direzione di meccanismi di stoccaggio comune, che aiutino tutti i paesi a fronteggiare momenti di riduzione temporanea delle forniture. Ci auguriamo che questa crisi possa accelerare finalmente una risposta positiva sul tema. Gli stoccaggi italiani beneficiano dell'aver avuto, a inizio inverno, una situazione migliore rispetto a quello di altri paesi europei, anche grazie alla qualità delle nostre infrastrutture. Il livello di riempimento aveva raggiunto il 90% alla fine del mese di ottobre, mentre gli altri paesi europei erano intorno al 75%. Gli stoccaggi sono stati poi utilizzati a pieno ritmo e nel mese di febbraio hanno già raggiunto il livello che hanno generalmente a fine marzo. Questa situazione, che sarebbe stata più grave in assenza di infrastrutture e politiche adeguate, è simile a quella che vivono altri paesi europei tra cui la Germania. La fine dell'inverno e l'arrivo delle temperature più miti ci permettono di guardare con maggiore fiducia ai prossimi mesi, ma dobbiamo intervenire per migliorare ulteriormente la nostra capacità di stoccaggio per i prossimi anni”.

Il ritorno del carbone (che non era mai andato via)

Tra le novità energetiche che l’Italia ha annunciato la più discussa è certamente il ritorno del carbone. "Potrebbe essere necessaria la riapertura delle centrali a carbone, per colmare eventuali mancanze nell'immediato”: è bastata questa frase del premier, pronunciata nell’informativa del 25 febbraio, per avviare un dibattito su una fonte energetica che sembrava da tempo al tramonto. E che invece, come ha testimoniato il think thank Ecco in un recente report, durante la crisi energetica pre-guerra ha ottenuto incassi considerevoli:

La quantità di energia prodotta nelle centrali a carbone italiane a partire dall’inizio della crisi dei prezzi è risalita interrompendo quella che si configurava come una chiusura di fatto di molte di queste centrali (con eccezioni tra cui Sardegna e Civitavecchia). Sulla base dei dati Terna il margine netto per le centrali a carbone italiane è aumentato di più di 50 volte (sic) tra dicembre 2021 e dicembre 2019, portandosi al valore stellare di 167,5 €/MWh. Nel solo gennaio 2022 le principali centrali termoelettriche a carbone in Italia hanno prodotto circa 1,5 TWh (dati ENTSO-E) sviluppando un ordine di grandezza di margine delle centinaia di milioni di euro.

Nei giorni successivi all’annuncio di Draghi  i giornali si sono scatenati fornendo una serie di ipotesi sul ritorno del carbone: sul numero di centrali che si potrebbero riaprire immediatamente, su quanto potrebbe costare questa riabilitazione e quanto fabbisogno energetico si potrebbe coprire perseguendo questa strada.

Fonte: Assocarboni

Facendo un po’ di confusione tra riapertura (di centrali già esistenti) e apertura di nuove centrali, quest’ultima possibilità (mai citata dal premier) è stata esclusa dal ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani. Anche perché alla COP26 di Glasgow l’Italia aveva preso l’impegno di chiudere o riconvertire entro il 2025 le centrali a carbone. Allora in cosa consiste questa riproposizione della più inquinante tra le fonti fossili? Per capirlo bisogna consultare il decreto legge n°16 del 28 febbraio, che indica “ulteriori misure urgenti per la crisi in Ucraina”. L’articolo sulle questioni energetiche è il secondo:

Al fine di fronteggiare l'eccezionale instabilità del  sistema nazionale del gas naturale derivante dalla guerra  in  Ucraina  anche allo scopo di  consentire  il  riempimento  degli  stoccaggi  di  gas dell'anno  termico  2022-2023,  possono  essere  adottate  le  misure finalizzate all'aumento della disponibilità di gas e alla  riduzione programmata dei consumi di gas previste dal Piano  di  emergenza  del sistema italiano del gas naturale (...) In caso di  adozione  delle  misure  finalizzate  a  ridurre  il consumo di gas naturale nel settore termoelettrico ai sensi del comma 1,  la   società   Terna   S.p.A.   predispone   un   programma   di massimizzazione dell'impiego degli impianti di generazione di energia elettrica con  potenza  termica  nominale  superiore  a  300  MW  che utilizzino carbone o olio  combustibile  in  condizioni  di  regolare esercizio, per il periodo stimato  di  durata  dell'emergenza,  fermo restando  il  contributo  degli   impianti   alimentati   a   energie rinnovabili.

Dunque l’impiego straordinario del carbone, nel caso in cui la riduzione delle forniture russe dovesse diventare effettiva, sarà consentito per un anno o meglio, per il tempo necessario a riempire gli stoccaggi utili ad affrontare il prossimo inverno. Col rischio, come già avvenuto tante volte in passato, che una misura emergenziale diventi poi stabile e che l’eliminazione dell’uso del carbone del 2025 possa essere posticipata. Intanto dal dl n°16 viene già consentita una parziale deroga: sia sui valori delle emissioni in atmosfera che, ancora più importante, sulla qualità dei combustibili usati, si farà riferimento ai limiti fissati in Europa, meno restrittivi rispetto a quelli italiani. Fuori tempo massimo, almeno per la crisi climatica, ma non per le esigenze dell’Italia. 

E le rinnovabili?

In mezzo tra una novità e una conferma c’è la volontà del governo Draghi di voler puntare sulle fonti rinnovabili. Perché in realtà gli annunci degli ultimi giorni, nonché i provvedimenti legislativi dall’inizio del conflitto in Ucraina, riguardano processi già in atto. Sia Draghi che Cingolani hanno insistito sulla necessità di una maggiore semplificazione delle procedure per l’installazione di fotovoltaico, eolico, geotermico, idroelettrico e biometano. Lo avevano già fatto con i vari Decreti Semplificazioni e coi Decreti Fer (Fonti Energetiche Rinnovabili), in applicazione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). La rinnovata attenzione, però, è ora più precisa nell’indicare i motivi dei rallentamenti ottenuti finora. Il Presidente del Consiglio, nello stile più diretto che lo ha sempre contrassegnato, ha implicitamente accusato il Parlamento il 25 febbraio, ricevendo comunque applausi, quando ha affermato che “vorrei far notare che gli ostacoli a una maggiore speditezza a questo percorso non sono tecnici o tecnologici ma sono solo burocratici”, anche se “tuttavia il gas resta essenziale come combustibile di transizione". Dall’altra parte il ministro Cingolani ha mostrato di non voler precludere nessuna fonte energetica. In questo senso particolarmente interessante è l’intervista-fiume rilasciata a Claudio Cerasa, direttore de Il Foglio. Alcuni passaggi meritano di essere riportati:

Dobbiamo accelerare le rinnovabili - e sto facendo di tutto per farlo. Ma qui troviamo il primo blocco ideologico. Tutti le vogliono però non nel loro giardino. Secondo blocco ideologico: prima o poi le priorità vanno stabilite. Qual è la priorità importante, quella climatica? Quella energetica? Quella paesaggistica? Bisogna prendere una decisione. Ideologicamente non bisogna dire che il gas è brutto: il gas è meglio del carbone e finché non abbiamo energia sostitutiva, facciamo il décalage ma utilizziamolo in maniera intelligente. Poi: la diminuzione dei consumi, l’efficientamento. Se consumiamo di meno bruciamo di meno, produciamo meno CO2. Però attenzione, che non si scopra all’improvviso che grazie all’efficientamento risparmiamo meno del 50 per cento del totale. Perché nessuno accende il termosifone tenendo la finestra aperta. 

Considerazioni di senso comune o bussola per indicare la rotta che il governo vuole intraprendere? C’è da registrare, in ogni caso, che Cingolani non sembra volersi affidare né alla riduzione dei consumi, tantomeno a quella della produzione, né all’efficientamento o al risparmio energetico. Che invece sono tra le strade più battute dalla galassia ambientalista. In un comunicato congiunto Legambiente, WWF e Greenpeace suggeriscono al governo una ricetta energetica:

Le soluzioni vere e strutturali sono evidenti e già alla nostra portata: energie rinnovabili, accumuli, pompaggi, reti, risparmio e l’efficienza energetica, un mix formidabile. È di tutta evidenza che in tempi di carenza di energia, il primo passo è usare l’energia al meglio e risparmiarla: questo però deve diventare non un atteggiamento momentaneo, ma una priorità permanente. Dal lato delle fonti alternative, se gli operatori energetici, non un’associazione ambientalista, si dichiarano in grado di installare 60 GW di rinnovabili in 3 anni, a patto che si velocizzino al massimo le pratiche autorizzative, sarebbe davvero assurdo che dal Governo non si cogliesse la palla al balzo e non si mettesse su una task force per individuare le modalità e aiutare la pubblica amministrazione a dare risposte alle richieste pendenti. Questa dovrebbe essere la priorità assoluta, con l’obiettivo di approvvigionarci interamente da fonti rinnovabili entro il 2035: si può fare, è un obiettivo che altri Paesi si sono già posti. È la vera e l’unica garanzia di indipendenza energetica perché non dipendente da combustibili importati, ancorché fossili.

Anche il think thank Ecco, in un'analisi dal titolo “Risparmio e rinnovabili per uscire dalla dipendenza del gas”, sottolinea l’importanza delle buone pratiche. Allegando una stima dei possibili risparmi. Ancor più importanti perché immediati o comunque a breve termine:

Le misure di autoriduzione del risparmio e regole per la riduzione dei consumi di calore ed elettrici hanno un effetto immediato mentre l’adozione di nuove tecnologie richiede dai 6 ai 12 mesi. Il risparmio equivalente delle importazioni di gas russo risulterebbe di oltre il 50%, equivalente a un risparmio di 14,5 miliardi l’anno a costi correnti.

Fonte: ECCO

Intanto il decreto legge del 28 febbraio destina alle rinnovabili l’ultimo comma dell’articolo 2. In che modo? Lasciando che sia il ministro della Transizione Ecologica ad adottare “le necessarie misure per incentivare l’uso delle rinnovabili”. Evidentemente per il governo le rinnovabili non sono uno strumento utile e immediato per affrontare la possibile mancanza del gas russo, tanto da delegare a una ulteriore legge ordinaria, ambito di interesse di un solo ministero e non dell’intero consiglio dei ministri, il loro ulteriore sviluppo. Come a dire: ci credo ma non troppo.

Immagine in anteprima: la centrale a carbone Montale di La Spezia – Foto: Enel via Lifegate

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