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Crisi energetica e rincaro bollette: come ci siamo arrivati, chi ci guadagna e come uscirne

11 Gennaio 2022 17 min lettura

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Crisi energetica e rincaro bollette: come ci siamo arrivati, chi ci guadagna e come uscirne

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di Andrea Turco

C’è chi la definisce “la più grave crisi energetica dal 1973”, con i prezzi delle bollette di energia elettrica e di gas che in poco meno di due anni - dal lockwdon di marzo 2020, che inevitabilmente significò una decisa contrazione dei consumi, alle festività natalizie del 2021/2022 - sono triplicati. La crisi energetica che da alcuni mesi funesta l’intero globo, come insegna la vicenda del Kazakistan (dove l’insurrezione popolare è stata innescata proprio dai rincari del gas), minaccia di diventare sistemica. Sia in Italia che nel resto del mondo, d’altra parte, l’aumento delle bollette non sarà neanche l’unico: il 2022 rischia davvero di essere l’anno dei rincari. 

Pur immerso in uno scenario così allarmante, nel nostro paese, però, i consumi continuano ad aumentare: come scrive Terna, vale a dire la società che gestisce la rete di trasmissione elettrica nazionale, il 2021 “ha visto il fabbisogno energetico tornare sui livelli pre-COVID; aumentata del 3,6% anche la produzione da rinnovabili rispetto al 2020; in particolare, a Natale le fonti pulite hanno coperto il 43% della domanda elettrica nazionale”. Le responsabilità del “caro bollette”, però, sono da ricercare altrove. E hanno a che fare  con un modello di sviluppo che, nonostante i tanti segnali, pare voler proseguire come se nulla fosse. Verso il baratro, insomma, ma senza mettere in discussione il dogma della produzione a tutti i costi. 

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Luce e gas e crisi

Leggere la bolletta dell’energia elettrica non è facile (qui e qui due buone guide) ma è fondamentale per capire la crisi energetica in corso. Molto utile, in tal senso, è il comunicato stampa del 30 dicembre con il quale Arera, l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (in pratica l’ente pubblico che vigila sul mercato dell’energia elettrica e del gas naturale), ha ufficializzato gli aumenti tanto temuti e tanto attesi:

I nuovi straordinari record al rialzo dei prezzi dei prodotti energetici all'ingrosso (quasi raddoppiati nei mercati spot del gas naturale e dell'energia elettrica nel periodo settembre-dicembre 2021) e dei permessi di emissione di CO2 avrebbero portato ad un aumento del 65% della bolletta dell'elettricità e del 59,2% di quella del gas. L'Autorità ha confermato l'annullamento transitorio degli oneri generali di sistema in bolletta e potenziato il bonus sociale alle famiglie in difficoltà, in base a quanto previsto dalla Legge di Bilancio 2022, con cui il governo - oltre a ridurre l'IVA sul gas al 5% per il trimestre - ha stanziato le risorse necessarie agli interventi, con ciò consentendo di alleggerire l'impatto su 29 milioni di famiglie e 6 milioni di microimprese. Malgrado gli interventi, tuttavia, l'aumento per la famiglia tipo in tutela sarà comunque del +55% per la bolletta dell'elettricità e del +41,8% per quella del gas per il primo trimestre del 2022.

Il deciso intervento del governo attraverso la Legge di Bilancio 2022, stimato in 3,8 miliardi di euro, non è riuscito a incidere granché sull’entità del salasso che persone e imprese dovranno sborsare. Per comprenderne il motivo si può consultare la scheda tecnica, fornita ancora da Arera, e relativa al primo trimestre 2022:

Come si nota, l’aumento più considerevole è quello relativo ai “costi di approvvigionamento dell’energia”, che costituisce tre quarti del totale della bolletta. Proprio dove servono strategie a lungo termine. Il problema, infatti, è strutturale e dipende dall’eccessiva dipendenza delle forniture di energia elettrica dal gas e, in misura minore, dalle quote di emissioni dell’anidride carbonica (ci torneremo). 

Secondo l’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano, pubblicata da Enea, il 42% dell'approvvigionamento energetico italiano dipende dal gas naturale. Il quale a sua volta, come ricordato in più occasioni dal ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, viene “importato (quasi) tutto”. Più precisamente “produciamo solo 4,5 miliardi di metri cubi di gas, a fronte di un consumo pari a 72 miliardi di metri cubi”. In un mix energetico così sbilanciato verso il gas estero, il nostro paese si è ritrovato in mezzo alla “tempesta perfetta” (citazione ancora da Cingolani), scaturita da più fattori, molti dei quali atavici. Ne citiamo alcuni:

  1. Da metà dicembre la Russia di Vladimir Putin ha deciso di ridurre i rifornimenti di gas naturale verso il Vecchio Continente. Più precisamente la società statale russa Gazprom ha chiuso in parte i rubinetti del gasdotto Yamal. Lo scopo è quello di mettere pressione alle istituzioni europee affinché venga approvato il gasdotto North Stream 2, che consentirebbe alla Russia di aggirare il passaggio dell’infrastruttura in Ucraina per collegarsi direttamente alla Germania. La mossa moscovita ha messo in crisi l’Unione Europea, che dalla Russia importa quasi la metà del gas utilizzato per i consumi (il 48%, una quota che per l'Italia scende al 43%). E la situazione di dipendenza è destinata ad aumentare dato che, come sottolineato dal ministro Cingolani in un’audizione al Parlamento sui prezzi dell’energia lo scorso 14 dicembre, “alla previsione di un costante declino del consumo e della produzione interna di gas, si affianca un parallelo incremento dell’importazione di gas, dall’82% del 2020 all’89% nel 2040, cha sale al 98% per la sola Italia” (quando parla di “costante declino del consumo e della produzione interna di gas”, si presume che il ministro pensi a un parallelo aumento della quota di energia prodotta tramite fonti rinnovabili).
  2. Col ritorno dei consumi ai livelli pre-COVID è tornata ad aumentare la richiesta di energia, soprattutto da parte dell’Asia, abile a intercettare  lungo tutto il 2021 le navi statunitensi che trasportano GNL (Gas Naturale Liquefatto) e che, tramite rigassificatori, viene immesso nelle reti nazionali. In questo modo Cina e India hanno messo ulteriormente in difficoltà gli Stati europei, già in difficoltà per via della crisi russa. Solo negli ultimi giorni c’è stata una parziale retromarcia da parte dei mezzi USA verso l’Europa ma, a detta degli esperti, si tratterebbe più di un segnale politico che non inciderà sul costo delle bollette.
  3. Tra le importazioni di gas più importanti per il nostro paese ci sono quelle provenienti dall’Algeria e dalla Libia: Stati in cui è forte il radicamento di Eni sui territori ma che continuano a soffrire un’instabilità politica che si ripercuote poi nella stabilità e nella completezza degli approvvigionamenti.

L’incrocio di queste e altre variabili ha prodotto un risultato che, come fa notare Il Sole 24 ore, è dirompente:

In particolare, il prezzo spot del gas naturale al Ttf (il mercato di riferimento europeo per il gas naturale) è aumentato, da gennaio a dicembre di quest’anno, di quasi il 500% (da 21 a 120 €/MWh nei valori medi mensili); nello stesso periodo, il prezzo della CO2 è più che raddoppiato (da 33 a 79 €/tCO2). La crescita marcata dei costi del combustibile e della CO2 si è riflessa, quindi, nel prezzo dell’energia elettrica all'ingrosso che, nello stesso periodo, è aumentato di quasi il 400% (da 61 a 288 €/MWh nei valori medi mensili). Analoghe ripercussioni sui prezzi per i consumatori finali si sono registrate in tutta Europa.

Se non bastassero le parole, i grafici aiutano a rendere più visivo l’aumento del prezzo del metano nell’anno appena trascorso:

 

Sono tre, secondo La Stampa, le opzioni che il presidente del Consiglio Mario Draghi intende portare avanti: stimolare una strategia comune europea, spingere gli Stati Uniti a dare l’assenso all’avvio del gasdotto North Stream 2, aumentare la produzione interna di gas. Come si nota, però, non si esce dal tunnel delle fonti fossili. La stessa Arera, poi, parlava degli aumenti dei “permessi di emissioni di Co2” come concausa dell’aumento delle bollette. Di cosa si tratta? Lo spiega bene Internazionale:

Il sistema Ets, istituito dall’Unione Europea nel 2005, assegna ogni anno delle quote di emissioni di CO2 alle aziende. Superato questo tetto le imprese devono acquistare da altre aziende più pulite quote di CO2 per evitare di incorrere in sanzioni. Più la richiesta di “quote pulite” aumenta – per effetto di direttive europee più stringenti sulle emissioni – più il loro prezzo sale. Il vicepresidente della Commissione Europea Frans Timmermans alla plenaria dell’Europarlamento del 14 settembre ha spiegato però che “la fluttuazione del prezzo del gas è responsabile almeno all’80 per cento dell’aumento delle bollette”, mentre soltanto “un restante 20 per cento” sarebbe da attribuire al rincaro dei certificati Ets determinato dal processo di transizione ecologica.

La compravendita dei crediti di carbonio è da tempo fortemente criticata da attivisti e ONG ambientaliste: persino la crisi ecologica, in questo modo, viene affidata al mercato. La riduzione delle emissioni diventa, ancora una volta, un calcolo di convenienza, dove chi ha più potere economico si arroga il diritto di poter inquinare di più. Oppure, per dirla con un’equazione ancora più semplice: tanto emetto tanto compenso. È vero che si tratta di una forma di tassazione ambientale, che mira a incentivare a disinquinare o, almeno, a inquinare meno. Ciò avviene, o dovrebbe avvenire, perché ogni impianto di generazione di energia elettrica possiede un suo coefficiente di emissione di CO2 per ogni kilowattora prodotto. Questo coefficiente è molto alto per le centrali a carbone e a olio combustibile, è mediamente alto per le centrali a gas naturale, è molto basso o nullo per gli impianti rinnovabili e nucleari. Per questo motivo, come fa notare su Teleborsa l’analista Guido Salerno Aletta, ogni Stato dell’Unione Europea incassa proventi maggiori o minori dalla vendita delle quote di emissione a seconda della fonte di energia più utilizzata per la produzione di energia elettrica:

La Polonia, che usa quasi esclusivamente il carbone, è il paese europeo i cui i produttori pagano più di ogni altro ed è quindi quello in cui l'energia elettrica viene a costare di più e il cui Stato incassa più di ogni altro dalla vendita delle quote di CO2 (nel secondo trimestre di quest'anno, ha registrato il 19,4% del totale europeo). Segue la Germania, che ha dismesso anticipatamente quasi tutte le centrali nucleari per ritornare al carbone e usare il gas che arriva con il North Stream dalla Russia (nel secondo trimestre di quest'anno, ha registrato il 16,6% del totale europeo). Al quarto posto, dopo la Spagna, c'è l'Italia (sempre nel secondo trimestre di quest'anno, ha registrato incassi pari all'8,3% del totale europeo). La Francia, che ha una produzione di energia elettrica prevalentemente da fonte nucleare, sta in coda (4,8%): in pratica, i suoi produttori hanno pagato per le quote di CO2 una somma che è un quarto di quella della Germania e la metà di quella dell'Italia.

Si tratta però di un meccanismo non solo esecrabile dal punto di vista morale ma anche controproducente: solo nel mercato europeo, secondo i dati diffusi dalla rivista Energia e dal suo direttore Alberto Clò, il prezzo dell’anidride carbonica “è aumentato in un anno da 28 dollari a tonnellata a 65 dollari a ottobre per balzare verso gli 80 dollari”. È facile perciò notare che col mercato dei crediti di carbonio non è vero che “chi inquina paga”, secondo un noto principio europeo, quanto piuttosto che le scelte governative a livello energetico si riversano poi sui consumatori finali attraverso le bollette del consumo elettrico. 

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Sullo sfondo, inoltre, si agita la partita della tassonomia con la quale l’Europa dovrà definire le attività che intende considerare sostenibili, e dunque da supportare economicamente: il gas, molto probabilmente, sarà tra queste (insieme al nucleare). Tuttavia, nonostante le pressioni e le attività di lobbying, una decisione del genere non intaccherà granché l’entità delle nostre bollette. Anzi, il rischio è quello di legarsi esponenzialmente a un mercato fragile e fluttuante come quello del gas. 

Un altro anno a tutto gas?

Per il chimico Vincenzo Balzani, coordinatore di Energie per l'Italia che nel 2016 sfiorò il premio Nobel, quella del metano è “un’ossessione”. Non la sua, intendiamoci, sono “il governo e le aziende italiane” che “ce lo vogliono rifilare in tutti i modi”. Uno di questi modi è il contestato capacity market, vale a dire lo schema approntato dal governo che dal 2019 prevede una serie di misure volte a garantire la sicurezza e l'approvvigionamento dell’energia elettrica, in modo da evitare il rischio blackout e garantire una fornitura continua. Come ricorda la campagna “Per il clima fuori dal fossile”, entro il 22 febbraio Terna dovrà approvare l’asta sul capacity market per le 48 nuove centrali a gas per bilanciare la produzione intermittente e non programmabile di energia da rinnovabili (soprattutto fotovoltaico ed eolico). Proprio quel gas che si è rivelato, durante la crisi energetica tuttora in corso, altrettanto intermittente e non programmabile. Una conferma, in realtà, dato che petrolio e gas sono storicamente soggetti a notevoli oscillazioni di mercato dovute a conflitti armati nei luoghi dove più se ne produce, delicati equilibri geopolitici, impatti ambientali e sociali.

L’idea del governo, come accennato in precedenza, è quella di puntare all’autosufficienza energetica e, nello specifico, sul gas. Da qualche tempo il ministro Cingolani ripete l’obiettivo come fosse un mantra: “Raddoppiare i 4 miliardi di metri cubi attuali”, meglio se “nei prossimi 12-18 mesi”. Puntare, insomma, sulla “produzione di gas nazionale con giacimenti già aperti” perché "dobbiamo utilizzare tutte le frecce a nostra disposizione". La ricetta viene spiegata meglio, ancora una volta, da Il Sole 24 Ore:

Dove trovare i mezzi per raddoppiare la produzione? I giacimenti sinora sfruttati sono maturi e ogni anno riducono la capacità produttiva. La strada da percorrere resta sfruttare i giacimenti nuovi scoperti oltre 10 anni fa e mai utilizzati, perché negli ultimi anni le leggi hanno progressivamente vietato o fortemente limitato queste attività. Oppure accelerare i pochi progetti che sono andati avanti. Dei 4,4 miliardi di metri cubi oggi prodotti, 3 miliardi fanno capo all'ENI. Il gruppo petrolifero ha individuato nell'alto Adriatico un giacimento da 40 miliardi di metri cubi, con una potenzialità di 2 – 2,5 miliardi di metri cubi l'anno. Nel canale di Sicilia il gruppo sta lavorando su un altro giacimento che può fruttare 1-1,5 miliardi di metri cubi e secondo le stime degli esperti avrebbe una capacità complessiva di 10 miliardi di metri cubi.

Quel che Il Sole 24 Ore evita di sottolineare è che il progetto siciliano, nello specifico nelle coste tra Gela e Licata, è stato proposto dall'ENI nel 2012 ed è stato rimodulato a più riprese dalla stessa azienda. Mentre se è vero che “la resistenza delle comunità locali a consentire iniziative nell'alto Adriatico è forte, per il timore di creare instabilità nel sottosuolo” è altrettanto innegabile che, in attesa delle autorizzazioni, soltanto “sviluppare un progetto per l'estrazione nell’alto Adriatico richiederebbe tra 12 e 18 mesi”. I tempi lunghi, le incertezze e i verbi al condizionale fanno presagire che le nostre bollette rimarranno salate ancora per un bel po’. A poco valgono gli appelli dell’infaticabile Davide Tabarelli, presidente del think thank Nomisma Energia, che da anni pressa il governo affinché “torni a trivellare”. Tabarelli sostiene che:

La produzione di gas metano in Italia dal 1950 al 2021 è stata di 798 miliardi di metri cubi. Il picco di nostra produzione si registra nel 1994 con 21 miliardi l’anno. Nel 2021 siamo precipitati a 3,3 miliardi di metri cubi. È la soglia minima dal 1954. Per arrivare al fabbisogno necessario dobbiamo ricorrere alle importazioni. La nostra produzione potrebbe essere di 13 miliardi di metri cubi l’anno in più. Il prezzo del metano oggi sul mercato è di 0,8 centesimi, cioè 4 volte la media del 2020. Significa che lasciamo sottoterra 8 miliardi di euro e diamo soldi serenamente sotto forma di pagamenti a Russia, Norvegia, Libia, Algeria, Azerbaijan e Qatar. Noi paghiamo e Putin produce armi, noi paghiamo e la Libia ci manda i migranti.

C’è però una considerazione da aggiungere: l’eventuale gas in più, estratto in Italia, verrebbe sì immesso nella rete nazionale di distribuzione ma verrebbe comunque venduto a prezzo di mercato, come già avviene tuttora. Insomma: chi ci guadagna a puntare sul gas? Meglio: chi ci guadagna da questa crisi energetica?

Le solite note

Già, chi si è avvantaggiato finora dell’aumento vertiginoso dei prezzi del gas e dell’energia elettrica? Proprio loro, le compagnie che quel gas e quell’energia elettrica la producono e la distribuiscono. A livello europeo, ad esempio, il titolo di un recente articolo di Milano Finanza è già piuttosto esplicativo: “ENI, Shell e Total beneficiano del rialzo del prezzo di petrolio e gas”. Con uno scenario destinato a non cambiare, dato che “ci si aspetta che nel 2022 la domanda rimanga sostenuta, in conseguenza di una ricaduta economica tutto sommato contenuta della variante Omicron”.

 In Italia i nomi li fa L’Espresso:

In prima fila l’Enel, di gran lunga il primo produttore di elettricità del paese (vale il 16 per cento circa del mercato) e anche l’Eni, che importa e vende quasi la metà del gas consumato in Italia.

Entrambi i due colossi energetici italiani, comunque, almeno in pubblico evitano ostentazioni di giubilo. A ottobre 2021, secondo i calcoli di Nomisma Energia, l'ENI avrebbe già guadagnato un miliardo di euro di utili. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha però più volte invitato alla cautela. In un’intervista a Repubblica, il manager ha dichiarato che “l’Europa deve dotarsi di quello che oggi non ha, ossia un piano di sicurezza energetica strutturato e a lungo termine” e che, di fronte al caro bollette, deve cambiare interlocutori. “Oggi - ha ribadito - di fronte a forniture che arrivano prevalentemente da Est, ossia dalla Russia, o da Nord, cioè dalla Norvegia, la grande opportunità è quella di rivolgersi verso Sud, all’Africa”. Ossia il Continente dove ENI è storicamente più forte. Da parte propria, invece, Enel nega di aver ottenuto maxi profitti. "Tutta l'energia che consegneremo nel 2022 - ha dichiarato il direttore Italia di Enel, Nicola Lanzetta - è stata venduta prima dell'estate e quindi a prezzi che sono ben lontani dagli attuali, questo vale per Enel ma penso per la gran parte degli operatori elettrici, non per chi fa speculazione, ma non penso sia il grosso della generazione italiana".

Tuttavia, secondo Il Giornale, già a marzo (il primo appuntamento con i conti di bilancio del nuovo anno) i profitti societari delle compagnie energetiche italiane “potrebbero segnare un rialzo medio del 30-40%”. D’altra parte a metà dicembre era stato lo stesso premier Mario Draghi a parlare di quei profitti. Contro il rincaro delle bollette, aveva detto Draghi, “ci sono stanziamenti imponenti, di misura mai vista prima, orientata a sollevare i più deboli. Questi stanziamenti non possono andare avanti all’infinito, quindi serve una soluzione strutturale e occorre fare una riflessione sul meccanismo di prezzo dell’energia”. Ecco perché “è difficile pensare a una riflessione strutturale che non guardi ai profitti che le società hanno avuto, difficile non chiamare alla compartecipazione dei costi comuni chi ha maturato questi profitti". 

Con i prezzi del gas in aumento, in ogni caso, si sono arricchite anche le società che producono energia tramite fonti rinnovabili. Un paradosso solo apparente e che viene ben spiegato ancora da L’Espresso:

La Borsa dell’energia elettrica, che serve da riferimento per le bollette, è regolata da un sistema particolare (system marginal price) che fissa i prezzi sulla base delle quotazioni del gas. Se queste ultime si impennano, come è successo di recente, a guadagnare di più, molto di più, sono le centrali che usano fonti rinnovabili, dall’idroelettrico al fotovoltaico, perché hanno costi di gran lunga inferiori rispetto a quelli degli impianti a gas. È una rendita colossale, una torta destinata a lievitare fino a quando non si sgonfierà il rialzo sui mercati internazionali. Questione di mesi, come minimo. Così come non sembra imminente, da parte delle autorità europee e italiane, una correzione dei meccanismi di funzionamento di mercato, in modo che ogni operatore venga pagato sulla base del prezzo che ha offerto in Borsa, a sua volta legato alla fonte energetica utilizzata. Nel frattempo, quindi, alcuni grandi produttori continueranno a fare «profitti fantastici», per usare le parole di Draghi. Enel, per esempio, nei primi nove mesi dell’anno ha venduto energia in Italia prodotta per il 53 per cento grazie a fonti rinnovabili, in gran parte proveniente da centrali idroelettriche. A2A, il gruppo quotato in Borsa che fa capo ai comuni di Milano e Brescia, ha chiuso il terzo trimestre dell’anno con ricavi in forte aumento (più 34 per cento) e ricchi profitti (in crescita del 17 per cento escludendo i proventi straordinari), ma avrebbe potuto guadagnare ancora di più se non avesse seguito una politica di coperture finanziarie che ha di fatto sterilizzato parte dei guadagni. Mentre Erg, la società specializzata nelle rinnovabili controllata dalla famiglia Garrone, già a novembre aveva rivisto al rialzo il ricco utile previsto per il 2021, grazie in particolare al contributo delle attività nell’eolico e nel solare.

L’esempio della Spagna e la proposta di Terna

Il riferimento di Draghi alla “compartecipazione dei costi comuni” da parte delle società energetiche era evidentemente un collegamento con quanto accaduto in Spagna, dove a settembre l’esecutivo guidato dal premier Pedro Sánchez aveva proposto “una diminuzione temporanea dell’eccesso di remunerazione” per le imprese che lo stavano ottenendo indirettamente grazie all’aumento del gas. Soprattutto centrali idroelettriche e nucleari, secondo il meccanismo che abbiamo delineato per l’Italia e che, come aveva fatto notare Il Manifesto, riguardava in Spagna “l’oligopolio elettrico formato dalle giganti Endesa – di proprietà per il 70% di Enel – Iberdrola, Naturgy ed Edp”. La proposta nello specifico era chiara:

Quando il gas costa più di 20 euro per megawatt/ora sul mercato (ora ne vale circa 60), i benefici ottenuti dalle imprese energetiche che producono energia nucleare o idroelettrica dovranno essere destinati a ridurre la bolletta andando a compensare la parte dei costi regolamentati. Assieme all’intervento sul mercato della Co2 mediante l’aumento del limite del denaro incassato per i diritti di emissione (che passano da 1 miliardo e 100 milioni a 2 miliardi), lo stato metterà i 900 milioni che procedono dalla vendita del carbonio (il cui valore è cresciuto quest’anno per la crescita dell’economia e gli obiettivi climatici della Ue).

Dopo l’opposizione (anche) di Enel e le critiche da parte dell’Unione Europea, il governo spagnolo ha comunque corretto il tiro. E allora se nemmeno la parziale restituzione degli utili da parte delle società energetiche è una strada percorribile, cosa si può fare per calmierare l’aumento delle bollette? Uno spunto arriva da Stefano Donnarumma, amministratore delegato di Terna:

Se invece di produrre il 35% di energia rinnovabile, oggi se ne producesse il 65%, che è l’obiettivo europeo entro 10 anni sul quale stiamo lavorando, l’impatto sulla bolletta sarebbe stato pari a meno della metà. Sono convinto che fra 15-20 anni il costo dell’energia per gli italiani sarà equivalente a pagare la tassa dei rifiuti, ovvero non spenderemo più soldi per la materia prima, ma solo per la struttura di gestione e di trasporto dell’energia attraverso le reti e in questo è fondamentale il ruolo di Terna come grande gestore della rete di trasmissione italiana (...) La soluzione vera però è quella di produrre energia sempre più autonomamente: l’unico modo per farlo nel breve e medio periodo, cioè nei prossimi 5-7 anni, è di installare molta energia rinnovabile: fotovoltaico ed eolico. E per quanto riguarda Terna, si tratta di abilitare continuamente la rete. Il nostro piano di sviluppo decennale prevede investimenti per oltre 18 miliardi di euro per irrobustire il trasporto dell’energia green dal Sud del paese, dove viene prodotta principalmente, al Nord dove l’energia viene maggiormente consumata.

Forse però, più che parlare di quale forma di energia preferire - il nucleare avrebbe tempi troppo lunghi, il gas nazionale non risolverebbe il problema dell’importazione ma al massimo lo attenuerebbe, le rinnovabili da sole non sono la panacea e rischiano di replicare gli stessi difetti delle fossili - bisognerebbe anche cominciare a discutere di riduzione della produzione e di efficientamento energetico, di energie meno centralizzate e più redistributive, di altri modi meno impattanti di stare al mondo. L’urgenza delle bollette è l’urgenza del Pianeta.

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Immagine in anteprima via adnkronos.com

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