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L’Artico sta scomparendo sotto i nostri occhi, gli Usa travolti dai tornado, la Russia ferma la risoluzione ONU per inserire il clima tra le cause di conflitti e instabilità

20 Dicembre 2021 8 min lettura

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L’Artico sta scomparendo sotto i nostri occhi, gli Usa travolti dai tornado, la Russia ferma la risoluzione ONU per inserire il clima tra le cause di conflitti e instabilità

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Il round-up settimanale sulla crisi climatica e i dati sui livelli di anidride carbonica nell'atmosfera.

National Oceanic Atmospheric Administration: “Il cambiamento climatico sta destabilizzando l’Artico in modo costante, allarmante e incontestabile. E potrebbe essere quello che toccherà all'intero pianeta nei prossimi decenni”

“Costante, allarmante e incontestabile”. Così la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti ha definito l’impatto del cambiamento climatico sulla regione artica nel suo annuale “Arctic Report Card”.

Secondo il rapporto, alla cui realizzazione hanno partecipato oltre 110 scienziati di 12 paesi, il manto nevoso e il ghiaccio marino continuano a essere al di sotto della media. Ad aprile, il volume di ghiaccio marino nell’Oceano Artico è stato il più basso da quando è iniziato il suo monitoraggio nel 2010. Il ghiaccio marino aiuta a rallentare il riscaldamento globale riflettendo la maggior parte della luce solare che lo colpisce. 

L'assottigliamento del ghiaccio ha favorito l’aumento del traffico marittimo e, conseguentemente, dei rifiuti rilasciati dalle navi (che finiscono sulle coste) e dell’inquinamento acustico. Tutti fattori che nel loro insieme potrebbero influenzare il movimento dei mammiferi marini.

Nell'Artico eurasiatico, a giugno il manto nevoso è stato il terzo più basso da quando sono iniziati i rilevamenti nel 1967. Ciò ha aumentato il rischio di incendi come quelli che nelle ultime estati hanno devastato aree della Siberia, un tempo permanentemente ghiacciate. La calotta glaciale della Groenlandia ha sperimentato tre episodi di “scioglimento estremo”. Ad agosto ha piovuto probabilmente per la prima volta. I rilievi aerei documentano come le condizioni più calde abbiano permesso ai castori di invadere la tundra artica, sempre più verde e rigogliosa, trasformando il paesaggio con le loro dighe.

Secondo quanto riportato dalla BBC, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha registrato un’ondata di calore di 38°C in Siberia lo scorso giugno. Temperature “più adatte al Mediterraneo che all'Artico”, ha commentato l’OMM che per la prima volta ha incluso il Circolo Polare Artico nel suo archivio di bollettini meteorologici estremi.

“Le caratteristiche di questi luoghi stanno cambiando”, ha detto Twila Moon, glaciologa presso il National Snow and Ice Data Center e co-autrice dell'“Arctic Report Card”. “Stiamo assistendo a qualcosa mai visto prima”. E gli impatti della crisi climatica si ripercuotono anche sulle comunità di nativi dell’Alaska che hanno avuto difficoltà a procacciarsi cibo. 

L'Artico, dunque, si sta riscaldando più del doppio rispetto al resto del pianeta. Questo sta portando allo scongelamento del permafrost sotto terra, un tempo permanentemente congelato. Lo scioglimento del permafrost libera anidride carbonica e metano precedentemente bloccati sotto terra che, a loro volta, possono causare ulteriori riscaldamento delle temperature e scongelamento del permafrost, in un circolo vizioso noto come feedback positivo. Le temperature più elevate causano anche lo scioglimento del ghiaccio terrestre nell'Artico a un ritmo più rapido, portando a un maggiore deflusso nell'oceano dove contribuisce all'innalzamento del livello del mare.

“Le vulnerabilità nell'Artico sono più evidenti”, ha aggiunto Matthew L. Druckenmiller del National Snow and Ice Data Center dell'Università del Colorado Boulder. "E potrebbero essere precorritrici di quello che l’intero pianeta potrebbe sperimentare nei decenni a venire”.

La Russia blocca la risoluzione dell’ONU che avrebbe inserito la crisi climatica tra le cause di conflitti e instabilità

Un mese dopo la Conferenza sul clima di Glasgow, il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha votato una risoluzione che intendeva inserire il clima tra le minacce alla pace e alla sicurezza globale. La risoluzione era stata portata avanti da Niger e Irlanda, evoluzione di una precedente proposta tedesca mai arrivata a essere votata, con l’appoggio di 113 paesi non membri del Consiglio di sicurezza (composto da cinque paesi permanenti con diritto di veto e altri dieci a rotazione). È il secondo numero più alto mai raggiunto.

La risoluzione però non è passata per il veto della Russia. A cascata, poi, l’India ha votato no e la Cina si è astenuta. 

In caso di approvazione, gli effetti del voto sarebbero stati pratici e non solo simbolici perché l’Onu avrebbe avuto il clima tra i criteri per attivare processi di peacekeeping e sanzioni, scrive Ferdinando Cotugno su Domani: “Avrebbe ampliato i criteri e gli strumenti per affrontare la crisi climatica, fino a considerare (almeno in linea teorica) interventi sul campo in conflitti causati da siccità, carestie o alluvioni o sanzioni contro i paesi che aggravano l’emergenza del riscaldamento globale. La risoluzione avrebbe allargato il terreno di gioco ed era esattamente quello che Russia, India e Cina non volevano”.  

La risoluzione «avrebbe trasformato un problema scientifico ed economico in una questione politicizzata», ha dichiarato l'ambasciatore all'ONU Vassily Nebenzia. “Il clima, secondo Russia e India (con la silente approvazione della Cina), deve rimanere all'interno dell'organismo Onu deputato a parlarne, cioè l'Unfccc, United Nations Framework Convention on Climate Change, quello che organizza le COP e guida il negoziato sulla mitigazione e l'adattamento. Può sembrare una questione tecnica – scrive ancora Cotugno – ma cambia la natura dei negoziati: le conferenze sul clima sono uno spazio dove l'azione per il clima può essere gestita con più margine di manovra per chi vuole rallentarla e i poteri di intervento sovranazionale sono limitati, perché l'accordo di Parigi è costruito per far decidere ai singoli paesi i contenuti della propria azione”.

I tornado che hanno colpito gli Stati Uniti e il ruolo della crisi climatica

I tornado che hanno devastato aree degli Stati Uniti la scorsa settimana hanno fatto interrogare climatologi, giornalisti e politici sul loro collegamento con il cambiamento climatico. Una questione che puntualmente viene riproposta in queste circostanze. La domanda è purtroppo sempre la stessa: quanto il cambiamento climatico sta intensificando ogni singolo evento estremo?

Leggi anche >> Uragani, inondazioni, alluvioni: cosa c’entra il cambiamento climatico e perché dobbiamo occuparcene

In Kentucky, la serie di tornado ha sradicato alberi, demolito case e infrastrutture e ucciso almeno 80 persone ma il bilancio sarà probabilmente più grave. Il governatore Andy Beshear ha detto in una conferenza stampa di non aver mai visto un simile “livello di devastazione”. Gli scienziati sono rimasti sorpresi dall'estensione, insolitamente grande, dell'area coperta dai tornado (circa 400 km, di solito sono alcune decine di chilometri), dalla particolare regione colpita (il Kentucky non è ritenuto tra gli Stati più a rischio) e dal periodo dell'anno in cui si sono formati (i tornado non sono così comuni a dicembre).

Tuttavia, a differenza degli eventi meteorologici su larga scala e a tendenza lenta come siccità, inondazioni e uragani, la ricerca scientifica sui tornado non è altrettanto solida. La scala di breve durata dei tornado rende difficile collegare gli eventi estremi al cambiamento climatico a lungo termine causato dall’uomo. Questo non significa, ovviamente, che la crisi climatica non abbia implicazioni. 

“Pensate a un paio di dadi: su uno dei due viene modificato il numero cinque con il numero sei in modo tale che ci siano due facciate con il 6. In questo modo lanciando i due dadi, avremo maggiori possibilità di fare 12. E anche se non possiamo dire con certezza che abbiamo fatto 12 perché avevamo un dado con due facciate con il 6, sappiamo di aver aumentato le probabilità di poter arrivare a 12. Lo stesso discorso si può fare, attualmente, per il sistema climatico: più gli esseri umani emettono gas serra nell’atmosfera e cambiano il sistema, più possibilità di eventi meteorologici estremi ci saranno”, spiega alla CNN Victor Gensini, professore alla Northern Illinois University e uno dei massimi esperti di tornado. 

Quel che è certo, prosegue Gensini, è che con l'accelerazione della crisi climatica sempre più persone saranno vulnerabili alle conseguenze più gravi degli eventi meteorologici estremi. Indipendentemente dai cambiamenti climatici, questi tipi di disastri naturali continueranno a essere più forti e devastanti, se continueremo ad alterare il paesaggio e a costruire centri urbani sempre più grandi e tentacolari. Per questo le città non dovrebbero più rimandare i piani di adattamento.

Le pratiche di coltivazione dei nativi americani come soluzione contro gli effetti del riscaldamento globale sull'agricoltura

 

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Da millenni i nativi americani seminano i terreni all’ombra degli alberi di mesquite e paloverde indigeni presenti nel deserto di Sonora, proteggendo i loro raccolti dal sole intenso e riducendo la quantità di acqua necessaria. Questa soluzione ha ispirato il progetto Biosphere 2, ideato dall’Università dell’Arizona, che sta studiando nuovi modi di fare agricoltura per garantire il fabbisogno di cibo necessario alla popolazione in un contesto condizionato dagli effetti del riscaldamento globale.

Sulle montagne di Santa Catalina, a nord di Tucson, un baldacchino di pannelli solari aiuta a proteggere file di zucca, pomodori e cipolle. Anche in un pomeriggio di novembre, con la temperatura che sale oltre i 26° C, l'aria sotto i pannelli rimane piacevolmente fresca, scrive il Washington Post. Su entrambi i lati del confine dell'Arizona con il Messico, i ricercatori stanno coltivando giardini sperimentali, sfruttando il potenziale di un approccio “agrivoltaico”.

“In secoli e secoli di storia gli agricoltori hanno sperimentato diverse strategie per affrontare il caldo, la siccità e la scarsità d'acqua”, ha detto Gary Nabhan, etnobotanico esperto di piante e culture del sud-ovest degli Stati Uniti. “Collettivamente, dobbiamo rielaborare queste strategie”.

Alcuni dei metodi elaborati dal progetto Biosphere 2 sono applicati nei villaggi di pescatori sulla costa arida messicana di Sonora. Un impegno pluriennale aiuterà a garantire acqua, energia e fonti di cibo per circa 1.500 membri della comunità indigena Comcáac. Altri ricercatori stanno creando un modello di sostenibilità per gli ambienti urbani.

La prossima primavera verrà avviato il Desert Laboratory dell'Università dell'Arizona che, all'interno di una riserva ecologica nel cuore di Tucson, mostrerà come le persone possono nutrirsi in un futuro molto più caldo e più secco.

“Cartoline da un mondo in fiamme”: le immagini che testimoniano gli effetti della crisi climatica nei 193 paesi membri dell’ONU

 

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Un disegno che si stacca dalla parete di una grotta in Indonesia, persone in fuga dalle proprio abitazioni in Guatemala, piantagioni di mango e avocado in Sicilia, più adatti alle nuove temperature, nuovi vitigni in Francia, l’estrazione di cobalto in Congo, specie vegetali in estinzione, temperature che si innalzano sempre di più, ghiacciai in scioglimento. Sono alcune delle immagini, dei video e delle infografiche raccolte in un anno dal New York Times che documentano l’impatto del cambiamento climatico dei 193 Stati membri delle Nazioni Unite.

I numeri non mentono, nessun paese è risparmiato dal cambiamento climatico, spiegano gli autori del progetto che si intitola “Postcards From a World on Fire”. Prese insieme queste storie ci dicono che il cambiamento climatico riguarda tutti ed è la causa che tutti siamo chiamati ad abbracciare: "Il cambiamento climatico è ora. Forse, al punto in cui siamo, non saremo in grado di fermarlo, ma tutti insieme possiamo limitare i danni. Anzi, dobbiamo".

Immagine in anteprima: Icebergs (Ilulisat, Vestgronland, Greenland) by Greenland Travel via Flickr

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