Dalla Francia all’Italia, storie di comunità che si mobilitano per i migranti

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Noordeen e Abdel, due giovani rifugiati sudanesi, vivono da quasi un anno a Faux-la-Montagne, un piccolo villaggio francese, con poco più di 300 abitanti, della regione del Limosino, situato nel dipartimento della Creuse, in Nuova Aquitania.

A distanza di un paio di mesi hanno vissuto la stessa situazione, trovandosi a rischio espulsione, dopo essersi perfettamente integrati in una comunità che rifiuta apertamente le politiche di contrasto all'immigrazione. Attraverso azioni di protesta, in difesa del diritto dei due giovani di presentare domanda di asilo, persone di tutte le età e varia estrazione sociale hanno testimoniato il proprio attaccamento alla tradizione dell'accoglienza nel territorio e la loro rabbia e frustrazione per quanto disposto dal regolamento di Dublino.

Faux-la-Montagne dice sì all'accoglienza / Marine Guigné via France 3 Nouvelle Aquitaine

«È una terra di accoglienza e resistenza, fortemente segnata dal comunismo rurale. L'altopiano di Millevaches è uno dei primi insediamenti francesi, e la Creuse ha protetto molti bambini ebrei durante la seconda guerra mondiale», racconta al quotidiano l'Humanité Marc Bourgeois, portavoce di un comitato locale a sostegno dei rifugiati.

«Vogliamo aiutare le persone quando ci troviamo in condizione di farlo, si chiama solidarietà, nei confronti di migranti, di una donna picchiata dal marito o di chi è perseguito per motivi legali che non sono legittimi» spiega Elise Pierrot, una cittadina di Faux-la-Montagne, a France 3 Nouvelle-Aquitaine.

Tutto ha inizio il 9 luglio scorso, giorno in cui Magali Debatte, prefetto della Creuse, ha convocato a Felletin, presso la gendarmeria, Noordeen per arrestarlo, trasferirlo in un centro di detenzione ed espellerlo in Italia, paese del suo primo ingresso nello spazio Schengen.

Noordeen - racconta Bourgeois - ha visto morire assassinati il padre e il fratello. Non avendo altra scelta che fuggire, il ragazzo ha trascorso diversi mesi in Libia, dove è stato ridotto in schiavitù. Arrivato in Europa attraverso l'Italia, dopo essere fuggito, ha raggiunto Faux-la-Montagne, dove sta cercando di ricominciare la sua vita. «Qui ha incontrato molte persone, ha imparato il francese e si è integrato. Noi non facciamo distinzione tra i giovani rifugiati e i ragazzi locali. Se i giovani di Faux-la-Montagne si trovassero in questa situazione, vorrei che la gente li accogliesse in questo modo».

Alle 10 del mattino del giorno della convocazione, circa 250 abitanti di Faux-la-Montagne e dei comuni limitrofi si danno appuntamento presso la gendarmeria per chiedere al prefetto di permettere a Noordeen di presentare richiesta di asilo in Francia, opponendosi alla sua espulsione.

Di fronte all'ostinazione burocratica del prefetto, che rifiuta di ascoltare ed accogliere le richieste della cittadinanza, i manifestanti decidono di bloccare pacificamente l'ingresso dell'edificio con l'intenzione di non lasciare il presidio per tutto il tempo necessario.

Trascorse alcune ore, dopo aver chiesto rinforzi a tutta la regione, il prefetto dà l'ordine di caricare i manifestanti, nonostante la presenza di bambini ed anziani. I gendarmi colpiscono tutti indistintamente con calci, spintoni e gas lacrimogeni. Approfittando della confusione alcuni agenti trascinano con la forza Noordeen in manette attraverso il cortile della gendarmeria, diretti sul retro dello stabile verso un'auto che lo porterà direttamente al centro di detenzione temporanea di Mesnil-Amelot, nella Seine-et-Marne, dopo aver aperto un varco ottenuto rompendo la rete di protezione.

L'intera scena della carica della polizia viene filmata dai media e diffusa sui social. A causa delle proteste suscitate dalla visione delle immagini il prefetto è costretto a fornire spiegazioni in diretta rispondendo alle domande del quotidiano France 3 Nouvelle Aquitaine. "È una procedura normale, non vedo alcun motivo per opporsi", risponde ripetutamente replicando alle richieste di chiarimento sulla violenza dell'operazione contro i manifestanti e sui motivi dell'espulsione. A maggior ragione perché la convocazione di Noordeen presso la gendarmeria è avvenuta il giorno precedente quello in cui il giovane avrebbe avuto il diritto di presentare domanda di asilo in Francia.

Secondo la ricostruzione della vicenda del giornale online Lundi Matin, in una conferenza stampa convocata in prefettura l'11 luglio per illustrare quanto accaduto, il prefetto Debatte ha spiegato che la manifestazione contro l'espulsione di Noordeen era stata organizzata da pericolosi gruppi di estrema sinistra segnalati dagli uffici centrali e composti da "un gran numero di persone schedate come serie minacce alla sicurezza nazionale" sottolineando la propria determinazione a fare della "sicurezza" la priorità del dipartimento. Le dichiarazioni hanno suscitato ilarità fra i presenti.

Noordeen / Noëlle Vaille via France 3 Nouvelle Aquitaine

A una settimana dagli eventi, anche gli abitanti di Faux-la-Montagne e dei paesi limitrofi convocano un incontro pubblico, presso il municipio, per smontare le affermazioni del prefetto e annunciare pubblicamente la decisione di voler continuare a proteggere i profughi che hanno trovato rifugio presso le loro comunità. Al termine dell'appuntamento viene inviata al prefetto e alle autorità una dichiarazione firmata da cittadini, funzionari comunali, associazioni e personalità. Il testo, pubblicato dal giornale online Mediapart e da un quotidiano locale, annuncia senza esitazione che "Non ci saranno espulsioni nella regione del Limosino!".

incontro pubblico della cittadinanza / Agence GUERET via La Montagne

Noi, abitanti e amici dei vari comuni della Montagne e dei paesi limitrofi – si legge al termine della dichiarazione - abbiamo deciso di reagire agli obblighi di lasciare il territorio francese (OQTF), agli ordini di "rimpatrio al confine", emessi dalle prefetture delle quali i nostri paesi fanno parte, alla stessa maniera con cui abbiamo risposto finora a questa situazione. Li ignoreremo. Non solo. Saremo quelli che faranno di tutto affinché non producano effetti. Si sappia che non ci saranno espulsioni di profughi nella regione del Limosino! Invitiamo tutti, ovunque, a fare lo stesso, ad esercitare questo "dovere di fraternità" che abbiamo ricevuto in eredità.

incontro pubblico della cittadinanza / Agence GUERET via La Montagne

Noordeen non è mai salito sull'aereo che lo avrebbe riportato in Italia. È tornato a Faux-la-Montagne, non senza che il prefetto di Creuse lo abbia dichiarato "fuggitivo". Il 23 luglio, mezz'ora prima dell'udienza che si sarebbe dovuta svolgere presso il tribunale amministrativo di Limoges e contro ogni aspettativa, il prefetto ha autorizzato Noordeen a presentare domanda di asilo in Francia, probabilmente per paura di essere sconfessata dalla corte alla luce di quanto accaduto.

La storia, però, si ripete lunedì 17 settembre, giorno della convocazione da parte del prefetto di Abdel, per gli stessi motivi e con lo stesso obiettivo: arresto ed espulsione.

Questa volta la convocazione ha luogo presso la gendarmeria di Guéret, a un'ora di viaggio dalla regione del Limosino, per dissuadere eventuali manifestanti e dove gli agenti sono meglio equipaggiati per rispondere adeguatamente a qualsiasi possibile forma di protesta.

Ma gli abitanti di Faux-la-Montagne e i gruppi di solidarietà dei paesi limitrofi organizzano una mobilitazione nel centro di Guéret, prevista alle ore 10, lanciando il seguente appello:

Ancora una volta dobbiamo mobilitarci contro le decisioni assurde e disumane della prefettura di Creuse. Dopo il caso di Noordeen dello scorso luglio, la storia si ripete con Abdel, un giovane sudanese che vive a Faux-la-Montagne da quasi un anno. Stessa storia, stessa risposta: diciamo no all'espulsione di Abdel, come abbiamo detto no a quella di Noordeen, come diremo no a tutti le espulsioni che avverranno in futuro.

Ancora una volta spetta a noi, abitanti della Montagne, di Creuse e di tutti gli altri luoghi dove la fraternità e la solidarietà sono espressi nei confronti dei rifugiati, dover difendere i valori infranti dalla politica migratoria del governo; una politica applicata con particolare sollecitudine dalla prefettura di Creuse. Sta a noi mobilitarci, alzarci e dire NO! No alle espulsioni, alla reclusione nei centri di detenzione (CRA), al ping pong che rimpalla da un paese all'altro, come fossero pacchi, persone che sono fuggite dal dolore del paese di origine.

Nonostante l'impegno scritto di oltre cento abitanti del comune di Faux-la-Montagne che si stanno mobilitando per la sua accoglienza, nonostante l'inserimento di Abdel attraverso la sua partecipazione attiva alla vita locale e l'apprendimento della lingua francese, nonostante la sua nuova vita in una famiglia con tre bambini in cui ha un ruolo di fratello maggiore, nonostante le ripetute richieste di centinaia di abitanti della regione del Limosino, della sindaca di Faux-la-Montagne e di altri funzionari eletti nel territorio, nonostante una petizione firmata da tremila cittadini e un appello ad opporsi alle espulsioni (pubblicato su Mediapart), il prefetto della Creuse, Magali Debatte, insiste nel perseguire una politica sistematica di espulsione dei "Dublinés" [i migranti che hanno lasciato le loro impronte nel paese europeo attraversato prima di arrivare in Francia] che le permette, in nome della sovranità della Francia, di occuparsi di questi casi nel nostro paese, come ha già fatto con Noordeen, e come ha recentemente fatto il prefetto della Haute-Vienne con un altro cittadino sudanese.

Ancora una volta chiediamo al prefetto della Creuse di rispettare il principio di fraternità sancito dalla costituzione francese e di accettare che la domanda di asilo di Abdel venga esaminata nel nostro paese. Un asilo che gli sarà certamente concesso. Nello stesso momento in cui Abdel ha ricevuto la convocazione per l'espulsione, uno dei suoi amici sudanesi, che come lui vive a Faux-la-Montagne da 10 mesi, ha ricevuto una risposta positiva alla sua richiesta di riconoscergli lo stato di rifugiato!

Abdel è stato convocato lunedì 17 settembre alle ore 14:00 presso la gendarmeria di Guéret per essere arrestato ed espulso ("riammesso" come ha dichiarato eufemisticamente la fredda amministrazione) in Italia.

Molte persone dicono no alla sua espulsione.

Alla richiesta di partecipazione alla manifestazione per impedire l'espulsione di Abdel rispondono circa 200 persone che chiedono un'udienza al prefetto per ricordare che "la Francia ha il diritto di accettare domande di asilo anche se un migrante è già stato registrato altrove".

Non ricevendo notizie dalla prefettura, il cui ingresso è bloccato dalla polizia, i manifestanti si dirigono prima a place Bonnyaud e poi occupano pacificamente il municipio, ricevendo il sostegno del sindaco Michel Vergnier.

Una bandiera rossa con la scritta "No alle espulsioni" viene issata all'esterno del municipio.

Il giorno successivo, alle 10, una delegazione composta da 6 manifestanti viene ricevuta in prefettura. L'incontro non produce effetti positivi e la protesta prosegue fino a quando i 6 manifestanti, che si rifiutano di abbandonare l'edificio per 10 ore, vengono trascinati con la forza dalla polizia all'esterno.

Riunitisi sulle scale dell'ingresso del municipio i 6 rappresentanti raccontano che "era impossibile discutere, ci è stato detto: è la legge, è la legge!". Viene così stabilito di lasciare Guéret e di continuare la lotta presentando un ricorso. Intanto Abdel viene arrestato e condotto al centro di detenzione di Palaiseau. Con un colpo di scena il ragazzo viene rilasciato due giorni dopo a causa di un difetto procedurale: nel suo fascicolo manca il documento della convocazione presso la gendarmeria. Sebbene continui a rischiare di essere riportato in Italia attualmente è libero ed è tornato a Faux-la-Montagne in quella che ormai considera la sua comunità.

I casi in Italia a Mantova e Reggio Calabria

In Italia, lo scorso luglio, è accaduto un episodio analogo a quelli di Noordeen e Abdel. Fassar Marcel Ndiaye, senegalese, vive a Castelbelforte, nel Mantovano, dal 2013. Scaduto il permesso di soggiorno viene fissato il giorno del rimpatrio: 31 luglio. Tutto il paese si mobilita per non farlo partire perché è parte della comunità dal giorno in cui un ex netturbino lo soccorre, quando viene cacciato di casa da suoi conterranei perché non riesce a pagare l'affitto. Da allora vive nella canonica della chiesa, accolto dal don Alberto Ancellotti, e si impegna in attività di volontariato, di mediatore fra il Comune e la comunità africana e qualche volta di cuoco nelle sagre di paese.

Fassar Marcel Ndiay e Massimiliano Gazzani sindaco di Castelbelforte via Repubblica

«Viste le nostre leggi, ci sono poche probabilità di riuscire a trattenere qui Marcel. Dovrebbe tornare nel suo paese il 31 luglio, ma stiamo raccogliendo moltissime firme che invieremo all'ambasciata italiana in Senegal per fare in modo che possa tornare tra noi il più presto possibile» spiega don Ancellotti a Repubblica. «Fa volontariato in varie associazioni, canta nel coro parrocchiale ed è un tuttofare sempre disponibile a occuparsi delle piccole riparazioni necessarie in paese, soprattutto per gli anziani. Non è arrivato in Italia sui barconi, ma dalla Francia, dov'era andato a cercare lavoro per mantenere i suoi due figli rimasti in Senegal. Là non ha avuto fortuna ed è venuto qui per raggiungere un suo compaesano. Si è subito messo a studiare l'italiano e ora è parte della comunità».

Gli abitanti di Castelbelforte cercano in tutti i modi di bloccare l'espulsione. Scrivono al ministero dell'Interno e provano a raccogliere firme da depositare in prefettura assieme a una nuova richiesta di permesso, per far slittare la data di rimpatrio. Nasce la campagna "Marcel uno di noi" con l'hashtag #Marcelèmioamico.

A sostenere la permanenza di Marcel c'è anche il primo cittadino del Comune, il sindaco leghista Massimiliano Gazzani che lo ritiene un esempio di vera integrazione e che si augura, come dichiarato a Repubblica, "che in qualche maniera Marcel possa rimanere con noi perché la nostra comunità di una persona come Marcel ha bisogno" pur precisando di sostenere pienamente la linea del ministro dell'Interno Salvini in materia di immigrazione.

Il 29 luglio viene organizzata una festa di addio, nel caso in cui la situazione non si sblocchi. Invece la mobilitazione raggiunge l'obiettivo e il rimpatrio viene bloccato. Le firme raccolte hanno l'esito sperato, e il 30 luglio viene presentata in questura la domanda per il permesso di soggiorno grazie alla quale Marcel potrà restare in Italia almeno un altro anno e mezzo. Nel frattempo, dopo 60 giorni dal ricevimento della domanda da parte della questura, potrà essere regolarmente assunto. Le offerte di lavoro certamente non gli mancano.

Altra storia di integrazione con un esito felice, grazie alla pressione della comunità locale, è quella che coinvolge 15 ragazzi minorenni non accompagnati al momento del loro arrivo in Italia che, insieme ad altri 35, hanno vissuto per circa due anni presso alcuni Centri di Accoglienza Straordinaria di Reggio Calabria e provincia per poi essere destinati ad essere trasferiti in altre sedi fuori regione in strutture di secondo livello e Sprar.

Le associazioni che hanno preso in carico i ragazzi al loro ingresso in Italia e quelle coinvolte nelle loro esperienze di integrazione hanno chiesto alle istituzioni locali e nazionali di trovare insieme una soluzione che consentisse ai giovani di proseguire il percorso di integrazione intrapreso, senza lasciare il territorio.

Tra le proposte avanzate nel corso di alcuni incontri che si sono susseguiti tra realtà associative, cittadini e istituzioni c'è l'affido familiare. A distanza di due giorni dall'ultima riunione convocata per 15 ragazzi si aprono le porte delle case di 15 famiglie reggine che li accolgono a braccia aperte.

Tra queste quella di Tiziana Salazzaro, Alessandro Azzarà e del figlio Matteo che - come raccontato dall'Espresso - hanno accolto Abdulmasee, per gli amici Abdu, egiziano, il più giovane del barcone sul quale ha raggiunto l'Italia, minorenne al momento dell'arrivo e che ha compiuto 18 anni a Reggio Calabria. "La prima cosa che ho fatto da maggiorenne? Ho indossato una pettorina e sono andato a fare accoglienza a uno sbarco, come volontario», racconta il ragazzo.

Quando il 9 giugno scorso la nave dell’ong tedesca Sea Watch 3 con 232 migranti a bordo fuggiti dalla Libia è arrivata al porto di Reggio Calabria, dopo quattro giorni di navigazione in condizioni di mare difficili in attesa di sapere dove poter attraccare, Abdu era lì a dare una mano, distribuendo acqua, succhi di frutta e merendine. Un gesto di amore e di riconoscenza verso chi ha vissuto la sua stessa situazione e verso una comunità che lo ha accolto e alla quale sente ormai fortemente di appartenere.

Foto in anteprima via France Bleu Creuse 

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