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Decimo mandato di arresto contro la giornalista filippina Maria Ressa. Non si ferma l’assalto del governo Duterte alla libertà di informazione

20 Gennaio 2021 4 min lettura

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Decimo mandato di arresto contro la giornalista filippina Maria Ressa. Non si ferma l’assalto del governo Duterte alla libertà di informazione

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La giornalista filippina Maria Ressa, fondatrice del sito di informazione indipendente Rappler e tra le voci più critiche del governo del presidente Rodrigo Duterte, ha ricevuto la settimana scorsa un altro ordine di arresto per una storia pubblicata sul suo giornale. È l’ennesimo per Ressa, che deve già affrontare una serie di accuse legali per circa 100 anni di carcere.

«È il mio decimo mandato di arresto in meno di due anni», ha commentato la giornalista ad AFP, parlando di uno schema persecutorio nei suoi confronti.

L’avvocata per i diritti umani Amal Clooney, nel team internazionale di legali che difende Ressa, ha accusato il governo filippino di aver messo in atto una «farsa legale», una chiara campagna per silenziare la giornalista: «Rieccoci di nuovo: questo è il decimo mandato d’arresto contro la signora Ressa e il terzo procedimento per diffamazione per una storia di pubblico interesse».

Lo scorso giugno la giornalista – inserita a fine 2018 tra le “persone dell’anno” dalla rivista americana Time e in questo momento libera su cauzione – è stata condannata per diffamazione online da un tribunale di Manila con riferimento a un articolo del 2012 riguardante accuse di corruzione per un giudice della Corte Suprema. Destinatario della condanna insieme a lei, anche un altro giornalista ex collega a Rappler, Reynaldo Santos Jr. I due hanno fatto appello contro la sentenza, che potrebbe portarli fino a sei anni in carcere.

Per emettere il verdetto, ha scritto il giornalista Peter Greste sul Guardian, “il giudice ha dovuto accettare le deboli argomentazioni dell’accusa. In primo luogo, che il sito aveva violato la legge sulla diffamazione online, anche se la storia è stata pubblicata quattro mesi prima che la legge entrasse in vigore. Il giudice ha stabilito che Rappler aveva ‘ripubblicato’ la storia quando, nel 2014, ha corretto un errore di ortografia, rendendola così sottoposta alla nuova legge. Il giudice ha anche accettato la teoria dell’accusa della ‘pubblicazione continua’, aggirando così il fatto che nelle Filippine la prescrizione per il reato di diffamazione è di un anno”. La condanna aveva provocato le proteste delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani. Il Sindacato nazionale dei giornalisti ha parlato di “un’accusa spudoratamente manipolata” e di un “atto di persecuzione da parte di un governo prepotente”.

Secondo Clooney, le nuove accuse contro Ressa rappresentano «solo l’ultimo step della sempre più chiara campagna del governo filippino per metterla a tacere e chiudere il suo sito di informazione, così come hanno chiuso la principale emittente televisiva del paese». L’avvocata si riferisce all’emittente ABS-CBN, che è stata sospesa con un’ordine di cessazione dell’attività lo scorso maggio in seguito alla scadenza della licenza di franchising. La rete era stata più volte attaccata dal presidente Duterte, e non ha ancora potuto rinnovare la licenza.

L’articolo per il quale è stato emesso l’ultimo mandato di arresto contro Ressa è stato pubblicato su Rappler, e riguardava le accuse nei confronti di un professore che avrebbe accettato soldi dagli studenti. La storia non era stata scritta da Ressa, ma da un suo collaboratore, Rafael Talabong. Gli avvocati della giornalista, comunque, ritengono che la pubblicazione dell’articolo fosse nell’interesse pubblico, e che fosse supportato da diverse prove e fonti. Prima della pubblicazione, tra l’altro, Rappler aveva contattato il professore più volte per avere una replica alle accuse, ma questi non aveva rilasciato alcun commento. Successivamente, si è rivolto alla polizia, sostenendo che l’articolo conteneva dichiarazioni “calunniose, dannose e diffamatorie”.

Oltre alle accuse di diffamazione online, contro Ressa ci sono anche due casi penali in cui è accusata che le sue società siano illegalmente di proprietà straniera, e indagini su sue vecchie dichiarazioni dei redditi.

Negli anni Rappler ha mantenuto una linea editoriale molto critica nei confronti dell'amministrazione Duterte, smascherando scandali, corruzione e raccontando la brutale campagna anti-droga portata avanti dal presidente che, secondo alcune stime, ha portato decine di migliaia di esecuzioni extragiudiziali.

Dal canto suo, Duterte, ha accusato il sito di pubblicare “fake news” e, come ricorda Greste sul Guardian, “chiama abitualmente i giornalisti ‘spie’”, li insulta e “una volta ha suggerito che la maggior parte di quei reporter che sono morti in qualche modo se lo meritavano. ‘Non verrete uccisi se non farete qualcosa di sbagliato’, ha detto”.

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Dal 30 giugno 2016 – quando è iniziata la presidenza Duterte – al 30 aprile 2019 l'organizzazione Freedom for Media, Freedom for All Network ha registrato almeno 128 casi di minacce e attacchi contro giornalisti e operatori dei media. Una situazione definita "senza precedenti" nel paese.

AFP ha ricostruito alcune delle volte che il presidente si è scagliato contro emittenti e giornalisti, oltre al già citato caso riguardante ABS-CBN. Ad esempio contro il Philippine Daily Inquirer, uno dei principali giornali del paese, che nel 2016 si era occupato della"guerra alla droga" messa in atto da Duterte, raccontando e criticando le numerose uccisioni. Il presidente ha più volte attaccato il giornale nei suoi discorsi, arrivando a definire i reporter "giornalisti figli di puttana senza vergogna". Mesi dopo, i proprietari del quotidiano sono entrati in trattativa per vendere la testata a un potente uomo d'affari molto vicino a Duterte – anche se poi la vendita non si è conclusa.

Foto anteprima via World Economic Forum sotto licenza CC BY-NC-SA 2.0

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