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Dall’inizio del 2021 sono dodici le vittime di femminicidio: la violenza sulle donne deve diventare tema dell’agenda politica

3 Marzo 2021 11 min lettura

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Dall’inizio del 2021 sono dodici le vittime di femminicidio: la violenza sulle donne deve diventare tema dell’agenda politica

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Aggiornamenti

Aggiornamento 9 marzo: Il numero di femminicidi nel 2021 è stato aggiornato da 11 a 12 dopo la confessione del sicario che ha ucciso Ilenia Fabbri lo scorso 6 febbraio a Faenza su commissione del marito.

 

Clara Ceccarelli è stata uccisa a Genova il 19 febbraio 2021 dall’ex compagno Renato Scapusi, che l’ha colpita con 115 coltellate. L’ha aspettata fuori dal suo negozio in centro, ha atteso che il commesso uscisse, e poi l’ha aggredita. Dopo averla lasciata a terra sanguinante, ha provato a scappare, ma è stato preso poco dopo. Clara è morta dissanguata, mentre arrivavano i soccorsi chiamati dai passanti.

Qualche anno fa aveva iniziato una storia con Scapusi, poi terminata per volontà della donna, che aveva deciso di allontanarlo dalla sua vita. Da quel momento in poi sono iniziati mesi di stalking e persecuzioni: telefonate anonime, danneggiamenti e atti di vandalismo al negozio e all’auto, minacce di morte.

Clara era sicura che il suo ex compagno facesse sul serio. Due settimane prima di essere uccisa, si era pagata il funerale per non gravare sulla famiglia e sul padre anziano e aveva contattato un tutore che si occupasse di lui e del figlio trentenne disabile. Si era presa cura delle sue cose, come si fa quando si è davanti a un destino ineluttabile, una malattia terminale o una sentenza di morte senza appello.

La stessa sorte è toccata il 22 febbraio a Deborah Saltori, colpita dall’ex marito con un colpo d’accetta a Cortesano, in provincia di Trento, e a Rossella Placati, uccisa dall’ex compagno a Bondeno (Ferrara).

Dall’inizio del 2021 sono dodici le donne vittime di femminicidio: oltre ai tre casi menzionati, sono morte per mano di mariti, compagni o ex, Sharon Barni, Victoria Osagie, Roberta Siragusa, Teodora Casasanta, Sonia Di Maggio, Piera Napoli, Luljeta Heshta, Lidia Peschechera. E poi Ilenia Fabbri, trovata morta in casa il 6 febbraio a Faenza: l'8 marzo un sicario ingaggiato dall'ex marito ha confessato di aver agito su commissione. Una donna uccisa ogni tre giorni, due alla settimana.

Numeri simili a quelli del 2020, l’anno in cui è scoppiata l’emergenza COVID-19 e che ha visto un incremento delle denunce di violenza domestica in tutto il mondo. Tanto che l’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere ha parlato di “pandemia ombra” per definire l’intensificarsi di abusi fisici o psicologici sulle donne ad opera di partner, ex, parenti o conoscenti.

In Italia durante il primo lockdown e subito dopo la fine di questo le chiamate ai centri antiviolenza sono aumentate del 73%. In generale nell’anno della pandemia gli omicidi volontari sono scesi ai minimi storici, sotto i 300. Un calo che però non ha riguardato le vittime di genere femminile.

In un report pubblicato a febbraio l’Istat ha rilevato che nel primo semestre del 2020 “gli assassini di donne sono stati pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019, e hanno raggiunto il 50% durante il lockdown nei mesi di marzo e aprile 2020”.

Le donne “sono state uccise principalmente in ambito affettivo/familiare (90,0% nel primo semestre 2020) e da parte di partner o ex partner (61,0%),” a differenza degli uomini che muoiono perlopiù per mano di sconosciuti (43,1%) o autori non identificati (21,1%).

Nel 2019 le donne uccise sono state 112, l’88,3% delle quali è morta per mano di una persona conosciuta: 55 di loro sono state ammazzate dall’attuale partner, 13 dall’ex, 25 da un familiare (inclusi figli e genitori) e cinque da un conoscente (amici o colleghi). In oltre la metà dei casi, dunque, le donne sono state uccise dai compagni attuali o precedenti, e, dice l’Istat, in misura maggiore rispetto agli anni passati: “Il 61,3% delle donne uccise nel 2019, il 54,9% nel 2018 e il 54,7% nel 2014”.

Nonostante questi numeri e a differenza di altri allarmi, «i femminicidi non occupano le pagine dei quotidiani dedicate al dibattito politico, ma vengono relegati ai trafiletti della cronaca nera», ha denunciato Antonella Veltri, presidente del network dei centri antiviolenza D.i.Re, Donne in rete contro la violenza. «O si cambia approccio, o i femminicidi aumenteranno».

Un approccio che deve essere strutturale e diretto a prevenzione della violenza e sostegno delle donne e delle reti che le supportano, abbandonando l'ottica esclusivamente securitaria che ha caratterizzato gli interventi legislativi sul tema negli ultimi anni. Quest'ultima «seppur importante, è solo una parte della risoluzione del problema», ha affermato Mariangela Zanni, operatrice di un centro antiviolenza e consigliera D.i.Re del Veneto.

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Una delle cose che nel nostro paese continua a mancare, oltre a una definizione omogenea di “femminicidio” (l’uccisione di una donna in quanto tale), è una raccolta di dati univoca, nonostante già il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere prevedesse la creazione di un sistema integrato. Il numero dei femminicidi, infatti, cambia a seconda dei criteri usati per classificare i casi come tali dai diversi enti: forze dell’ordine, autorità sanitarie, organizzazioni non governative, associazioni. Alla disomogeneità nella raccolta di informazioni relative alla violenza consegue “la sostanziale impossibilità di disegnare politiche basate su dati affidabili. Questo perché manca uno studio approfondito dei dati e delle evidenze scientifiche”, scrive Flavia Bustreo su In Genere.

Secondo un rapporto redatto da trenta associazioni italiane che si occupano di violenza sulle donne (e trasmesso al Consiglio d’Europa), è urgente “creare un sistema integrato di rilevazione dei dati, anche giudiziari, che superando la frammentarietà e la parzialità delle informazioni, generi flussi strutturati di informazioni fruibili a livello nazionale e locale per le finalità proprie di tutti gli attori istituzionali, politici e sociali, anche disaggregati per le diverse condizioni”.

Le associazioni ritengono che sia necessario integrare nel sistema i dati raccolti dai servizi di supporto specialistici (Centri anti violenza e case rifugio) “partendo da una mappatura pubblica e controllata degli stessi con criteri precisi e trasparenti e tenendo conto che le informazioni raccolte dagli stessi sulle donne accolte devono essere assolutamente riservate a garanzia dell’anonimato delle donne, caratteristica della metodologia adottata da questi servizi”.

Il problema della mancanza dei dati è stato sollevato anche dalla direttrice centrale dell’Istat Linda Laura Sabbadini nel 2019: «Le fonti attualmente esistenti sono fonti plurime, frammentarie, carenti e perfino non definite univocamente. Le fonti di tipo amministrativo, in ambito sanitario, giuridico, sociale, non sono ancora adeguate».

Nel 2017 in Italia è stata istituita una Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno, con l’obiettivo di studiare i meccanismi che alimentano la violenza sulle donne ed elaborare politiche per contrastarla. La Commissione però, spiega Bustreo, ha il limite di affrontare solo “gli aspetti ‘estremi’ della questione, il femminicidio appunto, oppure la criminalizzazione delle condotte, senza impegnarsi concretamente sulle azioni necessarie per creare un contesto efficace di contrasto alla violenza quotidiano. Aspetti che, sia chiaro, risultano essere di vitale importanza, ma devono essere inseriti in un progetto più ampio, poiché rappresentano solo, come si dice, la punta dell’iceberg”.

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A gennaio del 2020 il Rapporto del GREVIO, il gruppo di esperte del Consiglio d'Europa sulla violenza contro le donne che monitora l’attuazione della Convenzione di Istanbul, aveva esortato le autorità italiane ad adottare maggiori misure per proteggere le donne dagli abusi.

Uno degli aspetti messi in luce dal rapporto riguardava la necessità di stanziare in via prioritaria finanziamenti adeguati per il contrasto alla violenza, ed elaborare soluzioni che permettano di fornire una risposta coordinata coinvolgendo le autorità locali e le organizzazioni che offrono strutture di accoglienza per le vittime.

I centri anti violenza e le case rifugio nel nostro paese sono poche e senza fondi.

Uno studio dell’organizzazione WAVE (Women Against Violence Europe) ha mostrato come nonostante la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa prescriva che ogni Stato disponga di un posto letto in casa rifugio ogni 10.000 abitanti, nel nostro paese manchi l’87% del numero previsto. Una situazione che si è rivelata particolarmente problematica durante il primo lockdown, quando impossibilità di movimento e penuria di strutture hanno reso difficile collocare le donne in emergenza.

Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, nel 2018 i centri antiviolenza (CAV) erano 302, cioè 0,05 strutture ogni 10.000 abitanti. La situazione ovviamente non è omogenea in tutto il paese, con intere zone, soprattutto al Sud e nelle isole, che restano scoperte.

Come sottolineato dalla relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, la maggioranza assoluta dei centri è gestita da enti privati senza scopo di lucro (283, l’84,5% del totale), mentre quelli a gestione pubblica sono 51 (il 15,2%), dei quali oltre la metà si trova nelle regioni settentrionali. Anche tra gli enti gestori delle case rifugio i soggetti privati sono il 92%, e gli enti pubblici rappresentano l’8%. Questi ultimi raggiungono il 10% nel Nord Italia, mentre scendono al 4% al Sud e al Centro.

Un altro dato che viene fuori è che non tutti i centri censiti dall’Istat rispettano i criteri della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza di genere, secondo cui il CAV deve garantire alle donne un percorso completo, dall’accoglienza all’autonomia, tenendo conto delle sue esigenze specifiche.

Tra i centri gestiti da organizzazioni private non profit, nota la relazione della Commissione, solo la metà fa riferimento a realtà specializzate esclusivamente nel contrasto alla violenza contro le donne: “Tra questi, vi sono in particolare i centri anti violenza storici, gestiti da associazioni legate al movimento delle donne, per le quali l’approccio femminista e di genere nella risposta alla violenza è fondativo: è proprio questa tipologia di associazioni che, nel corso del tempo, ha messo a punto la ‘metodologia dell’accoglienza basata sulla relazione tra donne’”.

Il problema più grosso dei centri anti violenza, comunque, riguarda i fondi. La Convenzione di Istanbul stabilisce che ai centri devono essere assicurati finanziamenti stabili e continui, mentre le associazioni di donne e le strutture che rispettano i criteri del documento del Consiglio d’Europa devono essere sostenute e rafforzate.

Secondo il rapporto di Action Aid “Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia”, pubblicato lo scorso novembre, l’erogazione dei finanziamenti ai centri anti violenza è lenta e non omogenea: al 15 ottobre 2020 le risorse ripartite dal Dipartimento Pari Opportunità per il biennio 2015-2016 sono state liquidate dalle Regioni per il 72%, il 67% per quelle del 2017.

“A distanza di 15 mesi del trasferimento da parte del Dipartimento Pari Opportunità, le Regioni hanno liquidato solo il 39% delle risorse 2018, ovvero circa 7,6 milioni di euro a fronte dei 19,6 stanziati”, si legge nella ricerca. Per il 2019, il Dipartimento ha ripartito tra le Regioni 30 milioni di euro, di cui 20 da destinare al funzionamento ordinario di case rifugio e centri antiviolenza e 10 per il Piano antiviolenza.

Isabella Orfano, tra le relatrici dello studio di Action Aid, ha spiegato a novembre che solo il 10% dei fondi stanziati nel 2019 è effettivamente arrivato ai centri anti violenza: «Ci sono regioni più virtuose e regioni meno virtuose, ma in ogni caso i fondi impiegano circa un anno e mezzo ad arrivare nella disponibilità dei centri. Forse nel 2021 arriveranno i soldi del 2020. La politica deve farsi carico di questi ritardi, non è possibile che si faccia a scaricabarile tra regioni e governo centrale, spesso le operatrici hanno dovuto impegnare le loro proprietà per prendere prestiti bancari in attesa dei fondi pubblici».

Un piccolo passo avanti è stato fatto a gennaio 2021, quando è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto del presidente del Consiglio dei ministri che dispone la ripartizione alle Regioni dei fondi del Piano nazionale antiviolenza 2020. Ciò significa che adesso sono le amministrazioni locali che devono predisporre i piani di utilizzo dei fondi per ripartirli.

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Il rapporto redatto dalle associazioni di donne sull'attuazione della Convenzione di Istanbul in Italia nota come nel nostro paese permanga una "distanza tra le norme adottate e declamate e la loro applicazione in concreto", e ci sia un'applicazione "disomogenea nel territorio nazionale delle norme e dei finanziamenti per azioni/servizi in contrasto alla violenza contro le donne, con conseguente mancanza di tutela dei diritti delle vittime di violenza".

Il 2 aprile 2020, per far fronte ai bisogni delle strutture, la ministra per le Pari Opportunità Elena Bonetti ha firmato un decreto per accelerare il trasferimento delle risorse per il 2019, prevedendo la possibilità di usare i fondi destinati al Piano antiviolenza per coprire le spese dell’emergenza sanitaria. A distanza di sei mesi dall’incasso delle risorse, prosegue il report di Action Aid, solo cinque Regioni avevano erogato i fondi (Abruzzo, Friuli Venezia-Giulia, Lombardia, Molise e Veneto).

Il primo marzo D.i.Re ha pubblicato un resoconto di cosa ne è stato di queste somme destinate agli interventi urgenti per l’emergenza COVID-19. L’importo massimo erogabile era fissato in 15mila euro per ciascuna casa rifugio e 2.500 euro per ciascun CAV per interventi realizzati tra febbraio 2020 e il 31 luglio 2020, necessari a consentirne l’operatività durante la pandemia.

“Il 64% delle organizzazioni D.i.Re ha richiesto i fondi previsti dall’avviso per i Centri antiviolenza. Di questi: il 50% è in attesa di ricevere il finanziamento; l’11,7 % ha ricevuto un acconto; il 13 % è stato liquidato in toto”, si legge nel comunicato della rete dei CAV. Il 43,3% delle organizzazioni del network ha richiesto le somme per le Case rifugio: il 47,8 % è in attesa di ricevere il finanziamento; il 17,3 % ha ricevuto un acconto; il 13 % è stato liquidato completamente.

La disomogeneità a livello territoriale nell’erogazione dei fondi dipende anche dal modo di agire delle Regioni, che poi effettivamente dovrebbero distribuirli alle varie realtà. «In alcune c’è l’affidamento diretto (come in Friuli), in altre si va avanti su base competitiva come Puglia, in altre ancora il riparto avviene attraverso amministrazioni pubbliche ed enti locali. Inoltre va meglio definito il concetto di centro anti violenza, è troppo ampio. E va cambiata la governance dei fondi che è sbagliata, va rafforzata», ha spiegato in un’intervista ad Alley OopIl Sole24Ore la presidente di D.i.Re Antonella Veltri, secondo cui il meccanismo di distribuzione andrebbe reso più fluido e meno burocratizzato.

Quello che le associazioni e le operatrici chiedono sono risorse strutturali per la prevenzione e per il sostegno alle donne che escono da una relazione abusante: un cambio di passo a partire dal piano nazionale anti violenza. Quello precedente è scaduto a dicembre del 2020, ma, lamenta la rete dei centri anti violenza, di quello nuovo non si sa nulla “e nemmeno dei finanziamenti che si fermano all’anno scorso”.

«Il piano nazionale 2017-20 non solo è scaduto, ma si è previsto un finanziamento per solo 62 azioni delle 102 previste nel piano», ha detto Veltri. «Erano azioni coerenti con le “P” (prevenzione del fenomeno, protezione delle vittime, punizione del colpevole) della convenzione di Istanbul. Per il momento non vediamo nessuna determinazione né volontà di cambiamento». Per cominciare, ha aggiunto Veltri, il ministero delle Pari opportunità e della famiglia – dove è stata riconfermata Elena Bonetti – è ancora una volta senza portafoglio.

La rete dei centri anti violenza ha fatto appello al governo perché si agisca in maniera rapida sul tema della violenza sulle donne, che deve diventare tema dell’agenda politica. Ma ad oggi, nonostante la strage di donne non accenni a fermarsi, ha affermato Veltri, l’esecutivo «non ha preso responsabilmente in mano la questione».

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