Fare campagne elettorali è più difficile in Italia che negli USA


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Fare (comunicazione) politica è più difficile in Italia che negli Stati Uniti.

Lo dice David Axelrod, il primo collaboratore di Barack Obama durante le campagne elettorali del 2008 e nel 2012, in un’intervista di qualche giorno fa a “La Stampa”. “Sul piano della comunicazione  l’Italia è un ambiente diverso, per certi versi più complicato. Qui in America c'è una strada collaudata da seguire: i comizi, i dibattiti televisivi, il rapporto con i media, e ovviamente gli spot. Da voi la strategia da seguire è più variabile.”

Io penso che Axelrod, probabilmente il più grande spin doctor dell’era moderna, abbia perfettamente ragione.

Questo dovrebbe imporre alcune riflessioni a chi fa politica, a chi la comunica attraverso le campagne elettorali e istituzionali, e anche ai giornalisti che la raccontano. Prima di tutto: bisogna uscire al più presto dal circolo vizioso che porta tutti gli osservatori a esasperare il peso di alcune variabili a discapito di altre, come se l’Italia fosse (appunto) paragonabile agli Stati Uniti.

Fino a tre mesi fa i giornali erano pieni di analisi del “sentiment” di Twitter, torte, istogrammi, trend, hashtag. Eravamo in piena campagna elettorale. Rivedere quelle pagine oggi fa sorridere: chi poteva prevedere, a partire solamente da quei dati, che sarebbe andata a finire così?

Eppure, già durante le Primarie del centrosinistra, era emersa una distanza significativa tra ciò che era possibile sondare online e l’andamento effettivo delle elezioni. Se ci fossimo limitati a utilizzare i confronti televisivi e la strategia sui social media dei principali candidati come predittore delle intenzioni di voto, Renzi avrebbe vinto con margine. Ma il 55% degli elettori delle Primarie ha più di 65 anni, e infatti è andata diversamente. Così come sarebbe andata diversamente se gli italiani avessero votato alle politiche nel modo in cui le elite dei social media, in particolare di Twitter, avrebbero voluto.

Per fortuna (o purtroppo, a seconda dei punti di vista), l’Italia è un paese tremendamente complesso dal punto di vista elettorale, e per questo così affascinante, anche per gli americani. Le analisi iperquantitative dei dati dei social media, cioè senza una sistematica ponderazione nel contesto elettorale in cui quei dati sono generati, rischiano di inchiodare tutti in una bolla autoreferenziale che oggi, con Berlusconi di nuovo decisivo (quanta fretta nel titolare “è finita”, nel novembre 2011…) mostra tutta la sua fragilità. Questo è un errore imperdonabile: se gli analisti sbagliano il fuoco dell’analisi, a che servono?

Il secondo dato da tenere in considerazione è dentro “la strategia più variabile” a cui fa riferimento Axelrod. La principale differenza tra l’Italia e gli Stati Uniti è che da noi esiste una maggiore quantità di voto “controllato”, con metodi illegali (voto di scambio, clientele) e anche con metodi borderline e con forti connotazioni di opacità. Basta seguire una campagna elettorale, soprattutto locale, e in particolar modo al Sud, per scoprire che esistono capibastone, leader sindacali, persino parrocchie che offrono indicazioni di voto collettive alle loro comunità di riferimento.

Niente di sorprendente, si dirà, ed è probabilmente vero: ma se così fosse, perché questo genere di distorsione sistematica non appare quasi mai nelle analisi? Perché si insiste, ad esempio, sui dibattiti televisivi come grande cartina di tornasole delle campagne elettorali, quando esistono percentuali significative di voto che sono totalmente slegate dalle dinamiche di comunicazione?

Non siamo gli Stati Uniti e forse non lo saremo mai. Non per questo le analisi delle nostre campagne elettorali meritano di essere banalizzate come è stato fatto di recente. Al contrario: l’Italia è un modello di complessità unico del suo genere. Parola del guru di Obama.

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