Lavoro: cosa ci dicono davvero i dati diffusi da Renzi

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di Francesco Seghezzi

In questi giorni un'immagine sta facendo il giro del web. Si tratta di un grafico diffuso da Matteo Renzi nella sua enews, dell'8 dicembre scorso, che rappresenta il tasso di occupazione in Italia a partire dal 2008 suddiviso temporalmente nei governi di Berlusconi (2008-2011), Monti (2011-2013) e Partito Democratico (2013-2017).

via Matteo Renzi

Lo scopo del grafico è quello di mostrare come i governi del Partito Democratico (tra i quali viene considerato anche il governo Letta, sebbene sostenuto inizialmente da Forza Italia) abbiano contribuito a riportare il tasso di occupazione al livello pre-crisi mentre, sembrerebbe, Berlusconi e Monti avrebbero contribuito al suo calo. Infatti per Renzi i governi di destra "hanno distrutto l'occupazione", mentre i governi del Partito democratico grazie al "Jobs Act" e all'abbassamento delle tasse hanno "rilanciato il Paese". E questo sarebbe innegabile perché "basato su dati ufficiali, quelli dell'Istat".

Ora questo grafico è interessante per diversi motivi, sia nel contenuto in sé sia perché può anticipare delle modalità comunicative e propagandistiche della prossima campagna elettorale. Tralasciando la scelta di prendere in considerazione un mese specifico (dicembre) e non la media annuale, e senza commentare il quantomeno bizzarro riferimento al dato sul tasso di occupazione di dicembre 2017 (il mese è ancora in corso), è interessante vedere innanzitutto la scelta temporale. Partire dal 2008 significa individuare un arco temporale particolare, che non ha nessuna giustificazione (come potrebbero essere per esempio i dieci anni o i quindici anni) se non quella di voler mettere in difficoltà cronologica gli "avversari". Infatti con questa scelta temporale si portano gli "avversari" a competere con la crisi economica che ha colpito la maggior parte delle economie occidentali e, in Italia, in modo particolare il tessuto manifatturiero e con esso l'occupazione nel settore. Come sarebbe stato l'impatto se il grafico fosse partito dal 2000 e non dal 2008? Un po' diverso. Basti pensare che il tasso di occupazione era del 55,5% nel 2000, del 57,4% nel 2004 e del 58,6% nel 2008.

Questa considerazione conduce al secondo punto che suscita qualche dubbio: i governi creano posti di lavoro con le riforme senza l'apporto della congiuntura e del ciclo economico? Già la domanda appare retorica in una situazione economica normale, figuriamoci all'interno della più grande crisi del dopoguerra. È difficile fingere che non vi sia una stretta correlazione tra ripresa economica, politica dei tassi e Quantitative Easing (QE) della Banca Centrale Europea (BCE) di Mario Draghi, ripartenza dei mercati internazionali, basso costo dell'energia e altro ancora e aumento degli occupati. Non c'è dubbio che la decontribuzione per i nuovi assunti a tempo indeterminato abbia aiutato, ma questo è avvenuto a partire dal 2015 e ha riguardato solo una parte dei nuovi occupati.

E infatti c'è un altro tema fondamentale, che impatta sull'elettorato molto di più che grafici di questo tipo: la qualità dei nuovi posti di lavoro. Non è questo il luogo per analizzare nel dettaglio la tipologia di nuovi occupati che hanno contribuito a riportare i tassi di occupazione a livelli simili al periodo pre-crisi ma è indubbio che la composizione dei lavoratori è molto cambiata.

Sono cresciuti molto i lavoratori part-time, e soprattutto i part-time involontari, i lavoratori a tempo determinato, e i lavoratori più anziani, infatti il totale delle ore lavorate è ancora ampiamente inferiore rispetto alle cifre del 2008. Questo fa sì che il dato – che apparentemente sembra positivo (e in parte lo è di certo) – non si rispecchi interamente nell'esperienza di un ampio numero di potenziali elettori che, invece, scontano i limiti di una ripresa molto disomogenea, che le statistiche (se si utilizza il dato ampio del tasso di occupazione) non riescono a dipingere nella sua complessità. L'idea infatti che il dato porti con sé la verità, senza necessità di interpretazione, è fuorviante, per quanto possa sembrare efficace sostenere che "lo dicono i dati, non si può controbattere!".

Ed è forse la negazione della complessità il problema principale del dibattito odierno sul mercato del lavoro: troppi dati, troppe fonti e troppa facilità alla banalizzazione. E non facciamo riferimento alle f**e news, tema sul quale Valigia Blu si è spesa ampiamente nei mesi scorsi. O meglio, si tratta di una forma particolare di disinformazione che, se fatta da un partito politico con un intento politico è totalmente legittima. Si tratta di dati presentati per sostenere una tesi precostituita adattandoli alla realtà in modo da confermarla.

Un'operazione del genere porta con sé un rischio e una responsabilità. Da un lato il rischio, per chi la sostiene, di dipingere una situazione che l'elettorato non trova nella realtà di tutti i giorni. Dall'altro la responsabilità, quando si tratta di messaggi politici, dell'informazione e dell'opinione pubblica di verificare di cosa si tratti, dell'eventuale corrispondenza o meno alla verità dei fatti (per quanto questo possa essere difficile). Ed è molto probabile che questa polarizzazione tra rischio e responsabilità sarà al centro della modalità in cui il tema del lavoro si declinerà nella prossima campagna elettorale, e che le elezioni si vinceranno nel mezzo.

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