Daft Punk – Random Access Memories: una meravigliosa cacata


[Tempo di lettura stimato: 11 minuti]


di Dino Amenduni
(vai qui per la versione di Vincenzo Marino)

Ricordo distintamente il momento in cui ho ascoltato la prima nota di Kid A dei Radiohead. Everything in its right place. Avevo 16 anni, erano le 11 di sera, era sabato, ero in camera mia con amici a giocare a Winning Eleven (versione giapponese, d'importazione, di Pro Evolution Soccer) aspettando le dirette notturne della Coppa America. Perché nel 2000 si faceva il tifo per Luna Rossa.

Ricordo distintamente il momento in cui ho ascoltato la prima nota di Drukqs di Aphex Twin. Jynweythek. Gli anni erano diventati 17. Quinto superiore, 7.40 del mattino, lettore Cd nella giacca. Volume insopportabile per una meravigliosa accozzaglia di rumori troppo forti e troppo incomprensibili per il quartiere Libertà di Bari. (giusto per intenderci, questa era la traccia numero due e adesso me la sto riascoltando a tutto volume per la gioia dei miei colleghi d'ufficio).

Ricordo distintamente il momento in cui ho ascoltato la prima nota di Agaetis Byrun dei Sigur Ros. Svefn-g-Englar. Tarda notte, gita di quarto liceo, in traghetto verso Atene. Un'esperienza assolutamente rivoluzionaria, la sensazione di non aver ascoltato niente di simile prima di quel momento.

Ricordo distintamente il momento in cui ho ascoltato il primo singolo dei Daft Punk. Da Funk. Avevo sì e no 13 anni. Non avevo ancora acquistato il mio primo CD ("The Fat of the Land" dei Prodigy, ovviamente). Ero in cucina nella mia vecchia casa di Bari, appena tornato da scuola. MTV era un canale meraviglioso, i VJ italiani che parlavano da Londra (Andrea Pezzi, Camila Raznovich, Victoria Cabello) erano icone inarrivabili, Brand:New con Massimo Coppola su fondo verde era il mio punto di riferimento ed è un programma per cui (se qualcuno decidesse di proporne una versione aggiornata al 2013) scenderei subito in piazza.

Non ricordo distintamente il momento in cui ho ascoltato la prima nota del nuovo album dei Daft Punk. "Give Life Back to Music". Il fatto che la produca Nile Rodgers degli Chic dovrebbe darmi qualche emozione, ma io negli anni '80 sono a malapena nato e francamente ritengo che uno dei più grossi difetti di Random Access Memories sia proprio il suo incipit.

Forse sbaglio, ma per me un capolavoro musicale (declinato sul gusto soggettivo) si riconosce nei primi trenta secondi. Nel mio caso ho dovuto aspettare circa 10 minuti, e la voce di (Giovanni) Giorgio Moroder, prima di iniziare a prenderci gusto.

Tagliamo la testa al toro: il nuovo album dei Daft Punk, quasi certamente, NON cambierà la storia della musica. E la sensazione è che ai Daft Punk la questione non interessi affatto.

C'è un altro elemento da sottolineare: il quarto album dei Daft Punk non ha niente a che vedere con i precedenti lavori del duo. Chi cerca il french touch o le sue mille derivazioni deve continuare ad ascoltare i Justice.

A me pare che gli obiettivi di questo album fossero due: divertirsi, e mi pare ci siano riusciti, e abbandonare la musica elettronica. Il secondo punto crea imbarazzo, persino fastidio, ai fan dei Daft. Random Access Memories vede al centro gli strumenti musicali, dall'inizio alla fine (c'è solo un campionamento ed è nella traccia finale). Non bisogna mai dimenticare che i Daft Punk si chiamano così perché all'inizio della loro carriera, quando imbracciavano le chitarre cattive, furono bollati come "punk stupido" (appunto) da Dave Jennings su Melody Maker. Sarà quasi certamente una mia suggestione, ma a me sembra che questo album fosse così tanto voluto dal duo di Parigi anche per una forma definitiva di catarsi rispetto a quel difficile inizio di carriera. O forse è solo colpa di Kill Bill di Tarantino che mi è piaciuto un sacco.

Se mai ci fosse qualche dubbio, Random Access Memories è un modo definitivo di dire una cosa già molto chiara: i Daft Punk sono musicisti, non dj.

Quando RAM è stato distribuito in streaming, una settimana fa, i commenti di molti miei amici su Facebook contenevano la parola "noia" (mentre nel frattempo l'album era recensito in termini addirittura eccessivi nel Regno Unito - media: 8.7 su 10).

La verità è che la voglia di aggrapparci a questo album era tutta nostra. Dopo otto anni di attesa (il precedente lavoro di studio dei duo francese Bangalter-De Homem Cristo era Human After All del 2005, con due parentesi - Alive, album dal vivo, e la colonna sonora di Tron:Legacy) in tanti hanno sperato, addirittura preteso, che i Daft Punk scrivessero una nuova pagina, che firmassero un nuovo classico che ridefinisse tutti gli standard, che ci fosse una nuova Around the World, un pezzo uscito il 17 marzo 1997 e di un'attualità disaramante, magari accompagnato da un altro video-capolavoro di Michel Gondry.

Ci siamo comportati con i Daft Punk esattamente come ci comportiamo con i giornalisti televisivi "de sinistra": supplenti del vuoto della politica, speriamo che siano loro a fare i castigamatti sentendo di non poterci affidare a nessun altro.

Poi capita che Berlusconi vinca lo scontro televisivo, che quel programma faccia il record di spettatori (e il PDL cresca nei sondaggi) lasciandoci senza parole e con una sola domanda: perché il giornalista di turno non abbia affondato il colpo?

Perché la tv deve fare spettacolo, ascolti, attirare investimenti pubblicitari, non deve fare politica.

Perché i musicisti devono (se vogliono) creare arte, non preoccuparsi di fare la storia.

Liberati da questo inutile fardello, si può ragionare più serenamente di Random Access Memories.

Il quarto album dei Daft Punk è bello, a tratti bellissimo, in alcuni passaggi persino eccezionale. Il trio 3-5, ossia Giorgio, con Moroder (la mia preferita) + Within, con Chilly Gonzales (se non lo avete mai visto dal vivo, fatelo) + Instant Crush con Julian Casablancas degli Strokes (passato sotto i ferri del vocoder ma capace comunque del miglior ritornello dell'album) vale, da solo, l'acquisto.

Pharrell Williams, insieme a Get Lucky, superfelice singolo (scelto a mio avviso come singolo proprio perché è il pezzo in cui i Daft Punk del 2013 assomigliano maggiormente a quelli dello scorso decennio) con il leader dei N.E.R.D alla voce, esce invece abbastanza ridimensionato dopo l'ascolto dell'album per intero, lasciando addirittura qualche timidissimo rimpianto (una frase letta su Facebook vale per tutte: "chissà se ci fosse ancora Michael Jackson") e la certezza che la immediata cover dei Daughter, con quell'indimenticabile (questo sì) giro di basso sia un capolavoro quasi paragonabile all'originale.

Il resto dell'album scorre con grande facilità, soprattutto dal terzo ascolto in poi, alternando brani godibili (pretendo di fare il prossimo trenino di Capodanno con Touch), colonne sonore mancate per film porno (Beyond), arrangiamenti che avrebbero fatto impazzire la Madonna versione new-age (Motherboard) e classici mancati dei Phoenix (a cui secondo me questo album piacerà parecchio: la traccia in questione è Fragments of time e potrebbe essere un ottimo secondo singolo).

La collaborazione con i Panda Bear, sulla carta stellare, si risolve in uno dei brani meno riusciti dell'album, Doin'it right. Contact, la traccia finale, è invece necessaria perché ci ricorda i Daft Punk che abbiamo cercato invano in questa Random Access Memories: talento infinito misto a ritmo, velocità, ballo.

I fan (me compreso) ci rimarranno un po' male.

(nota: ci ho messo diversi anni per accettare l'idea che "Harder Faster Better Stronger" dovesse avere la stessa dignità dei brani di Homework, il loro primo album. Figuratevi come mi sento adesso)

I fan (me compreso) penseranno ai set dal vivo dei Daft Punk, nascosti nella scenografia a forma di piramide e concentrati sui modi migliori per far ballare centinaia di migliaia di persone, e saranno presi da un'ansia tremenda di non rivedere mai più quella bomba di energia.

Inizieranno a pregare che esca qualche grande remix e, soprattutto, pregheranno che i Daft Punk, in un pomeriggio di primavera, facciano un remix "dei loro" per avere la certezza che non sono cambiati poi così tanto.

In sintesi: bello questo Random Access Memories. Ma adesso devo andare. Ho da ascoltare questo nuovo brano del 1995 di un interessante duo francese che prima faceva musica punk e poi ha un po' cambiato. È un singolo che si chiama Revolution 909.

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di Vincenzo Marino
(vai qui per la versione di Dino Amenduni)

I Daft Punk sono un duo di musica dance elettronica. È quella musica che il più delle volte viene definita scema. L’uscita del loro quarto album in studio, Random Access Memories, si è fatta attendere otto anni. Gli album precedenti, soprattutto i primi due, hanno segnato profondamente la storia della musica scema. Dopo tanti anni di silenzio e una campagna di marketing intensa, l’attesa per il disco si è fatta lancinante. È per questo che tutti parlano di RAM: perché questo piccolo mondo fatto di musica scema si aspettava un segnale divino, e perché la carriera, le aspettative e l’immagine pubblica dei Daft Punk ha fatto dei due (Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, casco sempre in testa) dei profeti accettabili anche al di fuori dei confini della scemitudine. Alla fine hanno cominciato a crederci.

Il percorso di avvicinamento a RAM è stato lungo e esasperante nella strategia di comunicazione. Scampoli di “Get Lucky”, il primo singolo, sono stati sparati qua e là come brandelli di un lavoro che si doveva presumere ancora superiore, meglio del vocoder che ripete ossessivamente che quei due e Pharrel Williams stanno svegli nottetempo per cercarsi da scopare (la parte migliore, de-Pharrellizzata). Ma sono "i Daft Punk". E l'essere Daft Punk, e la caratura di profeti scemi accettabili, hanno suggerito una strategia talmente calcolata e magniloquente che ha portato a dimostrare in tutta la sua pienezza il primo e più grosso problema del disco (e di questa parte di carriera): il fatto che questi hanno cominciato a prendersi troppo sul serio.

C’è uno dei promo del disco che - per esempio - rappresenta perfettamente questo complesso da inflazione artificiale del fenomeno, giocando sul feticismo dei suoni da unboxing e sull’esasperazione dei simboli dell’universo DP (i caschi, feticcio supremo, la stazione spaziale, il vinile, i giochi di luce). No-buono.

La sopravvalutazione di sé diventa l'inspiegabile da sbeffeggiare, dissacrarne il corpo (il prodotto) quasi a studiarne la grandezza. Il tracciato promozionale diventa un campo minato di finte leaked version, radio edit farlocche messe insieme da professionisti e dilettanti che incollando i pochi pezzi usciti nei teaser avevano prodotto una versione già piuttosto coerente del brano, bruciando - in un certo senso - la frustrante attesa per la release definitiva. Poi le parodie, le capre, le galline: l'internet “non perdona” chi si prende sul serio, specie se a tanta parata commerciale fa seguito un album dall'ascolto difficile, quanto meno dall'assunzione consapevole: devi sapere e conoscere chi c'è dietro, il progetto, le intenzioni, o rischi di metterlo in scaffale con Peppino di Capri. Come puro Peppino Di Capri (ma in Giappone) è “Within”, traccia 4.

Il singolo è uscito già stanco, in pratica, e ha finito col rompere i coglioni troppo presto (provate a dire di no). L’album ha ancora un po’ di tempo - per divertire un pubblico minore.

RAM comincia con un'intro pomposa e ottimista, che sa di voler fare un po' di storia, per portare a un giro di chitarra che piscerebbe disco se solo potesse pisciare, e a una dichiarazione perentoria (“Give life back to music”) che è il manifesto dell'intero prodotto (l’hanno detto tutti ma è così). Il resto del pezzo è puro Chic-style che farebbe gridare al plagio se non fosse per la presenza di Nile Rodgers in persona. È uno dei bocconi da mandare giù (con dell'alcool) per quasi tutte e tredici le tracce, interrotte da ballate che delle macchine antropomorfe si dedicherebbero il giorno di San Valentino scambiandosi promesse e bulloni ben oleati in segno di completa devozione (“The Game of love”). Nel tributo ai coloni - che nella raccolta della storiografia musicale e nell'immaginario di un'ipotetica coppia di androidi innamorati risale a Moroder - "Giorgio by Moroder" diventa inno.

Lo storico produttore spiega in un’intervista inserita all’inizio del pezzo com’è arrivato a essere “Giorgio Moroder” e decidere cosa fosse la musica per decenni a venire, anticipando un giro di synth (introdotto da quel “Everybody Calls Me Giorgio” che diventerà qualcosa) che per la prima volta suona come i Daft Punk dovrebbero, ossia un documentario sui 400 metri ostacoli ai Giochi Olimpici dell’Universo che hanno avuto luogo su Marte - nell’82. È la via fra la ricerca alla base del progetto e la coerente traiettoria musicale dei Daft Punk, che farebbe esultare rassicurati se a un certo punto non decidesse di diventare altro devastando l'intero impianto con una deviazione prog-rock e delle distorsioni elettriche di chitarra (e a dire il vero il suono tutto analogico delle percussioni) che distrugge uno dei migliori brani elettro MAI CONCEPITI in questo decennio fino al minuto 6 (perché non le trombe? E l’oboe?). Da qui in poi remix di chiunque saranno legittimamente dichiarati capolavoro - un regalo gratuito a chi porterà a frutto la fortunata intuizione melodica e l'omaggio a quel Giovanni Giorgio che a quanto pare i DP hanno inteso doveroso.

Il casco è il male dei Daft Punk. È ciò che li costringe a distinguersi, a primeggiare sugli altri, a costo di pubblicare album come film da produzioni faraoniche senza finale né morale. Un eterno preliminare senza coito che di solito è un incubo - almeno nei miei incubi. Che poi è lo stesso casco che costringe a una visione monodirezionale del mondo. L'ultimo album dei Daft Punk – vita difficile uscire dopo Homework e Discovery - risale a quasi 10 anni fa. Un altro mondo, in termini di mezzi, ascolti, gusti, stili.

Da tenere presente il fatto che contrariamente ad altri generi musicali (laddove suoni e attitudine possono viaggiare su uno shuffle perpetuo che fa sì che gli Area suonino più nuovi e pieni di senso OGGI di quanto appaiano i gruppettini piccini e velleitari dell'indierock italiano) la musica elettronica è da sempre debitrice diretta delle epoche nella quale viene prodotta. Specie in termini di gusti, tecniche, tecnologia, pubblico - malgrado la maggior parte delle persone che conosco, da anni, giuri di "cominciare ad apprezzare e ad ascoltare musica elettronica da un po' di tempo".

L'elettronica cambia lingua ogni anno. “Instant Crush” è uno degli esempi più crudeli di questa legge non scritta, trattandosi di un pezzino-carino, ben fatto, che sembra però evidentemente pensato per un altro scenario musicale, che arriva a non troppi anni fa e che nei richiami ai primi (non primissimi) Strokes in voce e suoni (a cantare è proprio il vocalist Julian Casablancas) e ai Phoenix nel chorus (analogia riscontrata anche da Pitchfork – giuro di averlo detto prima ho gente che può testimoniare) ha tutti gli attributi al posto giusto. Per il 2004.

Invece c'è una cameretta della musica che da un po' produce più e meglio delle altre (tanto da meritarsi puntualissimo un terribile filmaccio stile college), che innova su più livelli e ha un suo circuito parallelo di produzione, ascolto, esibizione live, ed è quella dell'EDM (che è il genere di cui stiamo palando dall'inizio, è solo un'altra definizione). La sacra rinascita della dance music viene battezzata a fasi alterne, e spesso associata con la forza e con i pugni, alle radici della disco anni '70. Una dichiarazione di dipendenza che lascia dire spesso che il genere debba, ha dovuto e dovrà sempre tutto alla disco music e poi alla new wave.

La verità dei fatti dimostra però che mai come oggi la dance è stata tanto distante dai ‘70-‘80. Non trova richiami da nessuna parte, o li trova negli anni novanta, in questa folle corsa al revival che prima o poi ci supererà doppiandoci e salutandoci con la mano destra - un esempio, quella fusione di rap, dubstep e acid house che porta a ripescare in questi mesi, para para così com'è (se non in edizione-Crookers) un pezzo dei primi '90 come “Bring In The Katz”.

In questo avvitarsi storico che non trova spiegazioni logiche, ai Daft Punk era demandato di inventarsi qualcosa di diverso da “Lose Yourself to Dance” (che, intendiamoci, ‘gira’ - geniali i "C'mon C'mon" al vocoder) e “Get Lucky”, da pezzi come “Touch” e “Fragment of Time” che malgrado le presenze di rilievo (Paul Williams e Todd Edwards) mi hanno fatto portare le mani sul volto, in un gesto di scoraggiata disperazione – la definitiva cognizione del dolore arriva su “Contact”. A loro era chiesto di diventare i protagonisti di un nuovo suono che scongiurasse l'arrivo delle rivisitazioni di massa fino ai giorni nostri e oltre, evitando così il formarsi di un buco nero spazio-temporale. Invece è altro, è “Beyond”: la numero nove, la traccia simbolo delle mie sensazioni, delle intenzioni di chi ha prodotto, di chi ha suonato e pensato il disco, della primavera là fuori che a maggio inoltrato segna ancora 14 gradi. È tutto lì.

È tutto qui. Tra gli anni ’90 e il 2000 il mondo capisce che è il caso di imparare a convivere col french touch, quel suono elettronico che viene dalla Francia, che si distingue per stile, melodia, quasi delicatezza, piglio sbrilluccicante anni ’70 – ancora - che finisce col diventare colonna sonora di cinepanettoni (“Lady” di Modjo), di spot pubblicitari (“Flat Beat” di Mr. Oizo, nelle sue varianti più minimal), di film di Sofia Coppola (gli Air), di tutto (Stardust, con lo stesso Bangalter), grezzume gratuito con l'evoluzione di Bob Sinlcar (ancora cinepanettone) e le svolte pop-rock (Phoenix). La fiammata svanisce. La disco music esaurisce la sua influenza sulla musica da ballo, i produttori hanno campionato il campionabile: è switch verso gli anni '80, i Daft Punk scompaiono. Tornano nel 2005 con l'ignorabile Human After All che però varrà la fama - che chiunque sarebbe disposto ad accettare - dell'irritante “Technologic”, una versione idiota dell'irripetibile “Harder, Better, Faster, Stronger”, e di “Robot Rock”. Poi la Disney, poi il Cerrone di oggi.

Cosa vuol dire? Che i Daft Punk sono tornati male e con un disco anti-storico? Che il french touch rischia di tornare di gran moda (reperto 1)? Che sono rimasti lì e che qualcuno li chiami? No. Cioè, sì. O non proprio. “Motherboard” cerca di capirci qualcosa, suonando forse ancora troppo ‘analogica’. “Doin' it right” (con Panda Bear) è la strada più credibile, forse l'album dei Daft Punk che avrei voluto (perché alla fine stiamo scrivendo tutti di quello. Come al solito). Da portabandiera di una cultura al massimo delle sue potenzialità che li attendeva per incoronarli despoti in eterno, i Daft Punk si sono presentati all'appuntamento su una Uno Abarth rossa, in retromarcia. Dal gruppo dal quale ti aspetti il 2018, non il 2013, vieni portato nel prog, nel funk e nell'ultima disco così come verrebbe suonata dalle cover band sul primo pianeta abitabile dall'altra parte dell'universo che ne viene a conoscenza e cerca di emularla.

È una decisione legittima che io, intimamente, da ‘nativo’ dei Daft Punk, da tredicenne che credeva insieme ad altri milioni di essere l'unico al mondo conoscere e suonare questa musica francese scema, non riesco comunque a spiegarmi. Per ciò che è il mondo adesso, per come dissacra tutto, per come scava a fondo nel passato per portarlo e riadattarlo a convenienza, un'operazione simile risulta apprezzabile per lo sforzo (solo se siamo buoni) ma meno per i risultati. Per ciò che è il mondo adesso i Daft Punk devono indicare la via col dito avvolto nel guanto di pelle nera, non puntarlo in area per celebrare i 35 anni dalla mossa di Tony Manero. Per ciò che è il mondo oggi i Daft Punk devono dirmi cosa mi devo aspettare – e il disco per Tron ci riesce meglio di RAM. Torno ad ascoltare “Da Funk”, 1997: chi è il conservatore, adesso?

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