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Post-lockdown: come va l’Italia, cosa dicono i dati. E perché non bisogna abbassare la guardia

6 Luglio 2020 16 min lettura

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Post-lockdown: come va l’Italia, cosa dicono i dati. E perché non bisogna abbassare la guardia

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L'articolo è stato aggiornato con i dati del 10 luglio.

È passato più di un mese da quando il 3 giugno scorso il governo Conte II ha riaperto gli spostamenti tra Regioni su tutto il territorio nazionale. Nei primi giorni di luglio, i nuovi casi identificati di COVID-19 hanno registrato una lieve crescita, fermatasi il 5 luglio e poi ripresa in base ai dati del 10 luglio.  

Il grafico illustra i nuovi casi giornalieri di infezione da Coronavirus in Italia a partire dal 3 giugno 2020, via Fondazione Gimbe

La Lombardia resta la Regione con la maggior parte dei casi attualmente positivi. A seguire, Piemonte, Emilia Romagna e Lazio.

Il grafico illustra la distribuzione regionale dei casi attualmente positivi al Covid-19 (ricoverati in terapia intensiva, ricoverati con sintomi, isolamento domiciliare), via Fondazione Gimbe

Per quanto riguarda gli ospedalizzati, a livello nazionale, in base ai dati del 10 luglio, ci sono 13.428 persone positive al virus. I ricoverati con sintomi sono 844 (-27 rispetto al giorno prima). Sessantacinque persone si trovano in terapia intensiva (-4 rispetto al 9 luglio), mentre i pazienti in isolamento domiciliare risultano essere 12.519.

I tamponi eseguiti sono stati oltre 47mila, di questi 27.251 sono quelli riferiti alle persone effettivamente testate. Un numero con un andamento costante nell’ultimo mese e che non registra significativi aumenti. 

Il grafico illustra il numero di tamponi diagnostici e la percentuale di tamponi diagnostici positivi per giorno, via Fondazione Gimbe

In Italia sono stati segnalati diversi focolai, con, a volte, decine di persone infette. Situazioni che si sono verificate ad esempio in Piemonte, Toscana, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia. Si tratta di persone andate all’estero, in diversi casi per lavoro, e poi tornate, ma anche di cluster nati all’interno di situazioni di sovraffollamento in abitazioni, dentro attività lavorative e produttive (l'ultima caso nel mantovano ha coinvolto cinque aziende, tra salumifici e macelli)  o per il non rispetto delle indicazioni di prevenzione, come l’imprenditore in provincia di Vicenza (ora in terapia intensiva) che, dopo un viaggio in Serbia è risultato positivo e ha rifiutato il ricovero.

«Il problema dell’importazione di casi contratti all’estero c’è. Se il sistema è efficiente ed è capace di identificare almeno il 70% dei focolai, il rischio di una nuova emergenza è però moderato. Il tracciamento è l’unica azione efficace. Finora ha funzionato», ha detto al Corriere della Sera l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco. Sul rischio legato ai contagi di ritorno, il direttore sanitario dello Spallanzani, Francesco Vaia, ha chiesto maggiori controlli in porti, aeroporti e stazioni. In tutto questo è importante il ruolo svolto dai Dipartimenti di prevenzione con la sorveglianza sul territorio e i rapidi interventi per circoscrivere le zone colpite dai nuovi cluster e focolai, spiega Margherita De Bac sul quotidiano. 

Intervistato da Repubblica lo scorso 4 luglio, il ministro della Salute, Roberto Speranza ha dichiarato di star valutando «l'ipotesi di trattamenti sanitari obbligatori nei casi in cui una persona deve curarsi e non lo fa» e di voler utilizzare le risorse stanziate dal governo per la sanità «per potenziare la rete territoriale e l'assistenza domiciliare, per essere più veloci nel fare i test, più rapidi nell'intervenire». Infine, per quanto riguarda i contagi di ritorno, Speranza ha specificato che «se sei stato negli ultimi 14 giorni in Paesi extra Schengen, da qualunque confine entri, la norma prevede che devi fare la quarantena. Ci sono controlli. Teniamo un livello di cautela più alto degli altri». Il Ministero della Salute ha dichiarato inoltre che "il messaggio che arriva dalla lettura dei dati è che il virus circola ancora. Finché sarà così, non potremo considerare il pericolo alle spalle".

In base poi al rapporto di monitoraggio dell’Istituto superiore di sanità (ISS) e del Ministero della Salute che si riferisce alla settimana dal 22 giugno al 28 giugno (come abbiamo spiegato in un altro approfondimento, infatti, questo report fotografa la situazione del contagio in Italia di 10/15 giorni fa), “complessivamente il quadro generale della trasmissione e dell’impatto dell’infezione da SARS-CoV-2 in Italia rimane a bassa criticità con una incidenza cumulativa negli ultimi 14 giorni (periodo 15/6-28/6) di 4.7 per 100.000 abitanti (in diminuzione)”. “A livello nazionale – continua il report – si osserva una lieve diminuzione nel numero di nuovi casi diagnosticati e notificati al sistema integrato di sorveglianza coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità rispetto alla settimana di monitoraggio precedente”, con l’indice Rt (cioè il tasso di contagiosità dopo l'applicazione del lockdown) inferiore a 1. Un dato importante da considerare perché più questa stima è inferiore a 1 e più velocemente il numero di nuove infezioni tende a diminuire. 

A livello territoriale, il monitoraggio spiega “che sono stati diagnosticati nuovi casi di infezione, con casi in aumento rispetto alla precedente settimana di monitoraggio (...). Le stime Rt tendono a fluttuare in alcune Regioni in relazione alla comparsa di focolai di trasmissione che vengono successivamente contenuti". Per questo gli esperti osservano stime superiori a 1 nei territori in cui si sono verificati recenti diffusioni di contagio.

Indice RT, via ISS

Non sono stati invece registrati “segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali”. Questo quadro, infine, deve comunque “invitare alla cautela in quanto denota che in alcune parti del Paese la circolazione di SARS-CoV-2 è ancora rilevante” e per questo, avvertono gli esperti, “è fondamentale mantenere elevata la consapevolezza della popolazione sulla fluidità della situazione epidemiologica e sull’importanza di continuare a rispettare in modo rigoroso tutte le misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l’igiene individuale e il distanziamento fisico”.

Nel frattempo nel mondo, in base ai dati ufficiali, più di 12 milioni di persone risultano infette e oltre 550mila sono le morti legate al virus. Lo scorso 1 luglio il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), Tedros Ghebreyesus, ha dichiarato che in una settimana, «il numero di nuovi casi ha superato i 160.000 ogni singolo giorno» e che «il 60% di tutti i casi finora registrati è stato riportato nel mese passato».

Gli Stati Uniti d'America hanno registrato aumenti di più di 50mila casi al giorno. Finora più di 3 milioni di persone sono risultate positive e oltre 130 sono morte.

I numeri dei casi (come anche le persone ricoverate in ospedale) sono in aumento in gran parte degli Stati Uniti, compresi in diversi Stati tra i primi a riaprire, scrive il New York TimesSecondo un'analisi dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) "gli stati americani in cui il virus pare farsi maggiormente strada, oggi, sembrano essere anche quelli con un minore livello di compliance rispetto alle buone pratiche di contenimento della diffusione del virus, come mantenere il distanziamento sociale, lavarsi frequentemente le mani e indossare mascherine. Su questo non esistono dati esatti, perché il rispetto delle norme può variare molto da luogo a luogo ed è difficile da misurare. Aneddoticamente, tuttavia, i nuovi focolai di infezione sembrano essersi sviluppati proprio in quei luoghi in cui la popolazione pare avere messo meno in pratica le regole auree per il contenimento del virus".

In America Latina l'epidemia non arretra, con i suoi 2.793.946 casi registrati e 124.118 morti, in base a un'elaborazione statistica realizzata dall'Ansa sulla base dei dati di 34 fra Paesi e territori latinoamericani. Il Brasile è in prima posizione con più di un milione e mezzo di casi e oltre 64mila morti. Il Messico intanto ha superato i 30mila morti, con oltre 250mila contagi.

L'India ha registrato circa 700mila casi accertati di coronavirus. I morti accertati risultano essere oltre 20mila. Le autorità indiane hanno rinviato la riapertura pianificata del Taj Mahal, dopo che sono stati registrati nuovi casi nell'area.

In Medio Oriente, Benjamin Netanyahu, ‘primo ministro alternato’ d’Israele ha affermato: “Siamo in stato di emergenza e non possiamo ritardare la legislazione sulle misure da adottare. Dobbiamo andare avanti e fermare la diffusione”. L'epidemia continua a espandersi anche in Palestina. In questi territori sono state predisposte nuove chiusure che hanno coinvolto decine di migliaia di persone. Secondo quanto riporta Al Jazeera, l'aumento costante dei casi si è registrato dopo l'allentamento delle restrizioni messe in atto in precedenza per fermare l'epidemia.

Nel Regno Unito, dopo le prime riaperture di attività, sono state predisposte del governo britannico misure di restrizioni e chiusure delle attività nella città di Leicester, dove i contagi da nuovo coronavirus hanno registrato un aumento preoccupante. Nella regione nord-occidentale della Galizia, in Spagna, sono state decise nuove restrizioni che hanno coinvolto 70mila persone dopo la scoperta di un focolaio di COVID-19. Anche in Catalogna, il governo autonomo ha reimposto i controlli su un'area di 210.000 residenti dopo un forte aumento di infezioni. Due settimane fa in Germania è stato predisposto un lockdown nel circondario del mattatoio di Rheda-Wiedenbrück, dopo che oltre 1000 lavoratori erano risultati positivi.

In Australia, il confine tra i due stati più popolosi dell'Australia, Victoria e New South Wales (NSW), verrà chiuso dopo un nuovo picco di casi a Melbourne, riporta la BBC. Un lockdown è stato ripristinato anche in Cina, vicino a Pechino (nella contea di Anxin nella provincia di Hebei) dopo una piccola ondata di casi. La nuova chiusura ha coinvolto oltre 400mila persone. Le autorità hanno avvertito che chiunque violi le nuove regole sarà punito dalla polizia. 

L'OMS ha avvertito i paesi nel mondo che il modo migliore per uscire da questa pandemia è l’adozione di un «approccio globale» che preveda di trovare, isolare, verificare e curare ogni singolo caso di persone infette, mettere in quarantena ogni contatto, equipaggiare e formare gli operatori sanitari e predisporre misure di prevenzione e distanziamento per la popolazione. 

"Bassa positività" e contagiosità: cosa sappiamo

A fine maggio Alberto Zangrillo, direttore dell’unità operativa di Anestesia e Rianimazione dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, durante il programma rai “Mezz’ora in più”, ha dichiarato che in Italia il nuovo coronavirus SARS-CoV-2 «praticamente, dal punto di vista clinico, non esiste più»: «I tamponi eseguiti negli ultimi 10 giorni hanno una carica virale dal punto di vista quantitativo assolutamente infinitesimale rispetto a quelli eseguiti su pazienti di un mese, due mesi fa. Lo dico consapevole del dramma che hanno vissuto i pazienti che non ce l'hanno fatta (...)». Zangrillo prosegue il suo intervento specificando che all’ospedale dove lavora «da un mese non arriva un malato che meriti il ricovero in un reparto di semi intensiva». Lo stesso giorno Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e componente del Comitato tecnico-scientifico, ha espresso «grande sorpresa e assoluto sconcerto» per le parole di Zangrillo: «Basta semplicemente guardare al numero di nuovi casi di positività a SARS-CoV-2 che vengono confermati ogni giorno per avere dimostrazione della persistente circolazione in Italia del nuovo coronavirus». 

Dopo le polemiche, il direttore dell’unità operativa di Anestesia e Rianimazione del San Raffaele torna sulla sue parole e su come sono state riportate da alcuni media, specificando durante la puntata della trasmissione radiofonica “24Mattino” che non intendeva invitare a non rispettare più le norme igieniche e di distanziamento: «(...) Quello che ho detto non è che il virus è scomparso, come maliziosamente qualche testata ha messo nei titoli. Io sono certo che il virus sia ancora tra di noi, però ci sono tanti virus tra di noi. Io ho detto testualmente “il virus è clinicamente inesistente, scomparso”. Se uno omette il clinicamente per farmi del male, fa del male a se stesso». 

Due settimane dopo l’intervento di Zangrillo, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, in un’intervista al Corriere della Sera, afferma che l’Istituto superiore di Sanità (ISS) e il governo devono rendersi conto che è «cambiata la situazione» dall’inizio dell’epidemia in Italia e annuncia che il suo Istituto sta per pubblicare uno studio su 133 ricercatori del Mario Negri e 298 dipendenti della Brembo da cui emerge che nei quaranta tamponi risultati positivi la carica virale è molto bassa e non contagiosa: «Li chiamiamo contagi, ma sono persone positive al tampone. (...) Si tratta di positività che non hanno ricadute nella vita reale». 

Remuzzi spiega anche come è stato ottenuto questo risultato: «Per la ricerca del virus si usa la tecnica della reazione a catena della polimerasi (Pcr), in grado di amplificare alcuni specifici frammenti di Dna in un campione biologico. Per il Covid-19, funziona così. Il genoma del coronavirus presente sui tamponi, ovvero l’Rna, viene trascritto a Dna e amplificato mediante tecnica Pcr, che aumenta enormemente il materiale genetico di partenza. Più elevato è il contenuto sul tampone di Rna, quindi di virus, e meno dovrà essere amplificato». Il dottore conclude che la positività dei tamponi da loro analizzati «emergeva solo con cicli di amplificazione molto alti, tra 34 e 38 cicli, che corrispondono a 35.000-38.000 copie di Rna virale. (...) Sotto le centomila copie di Rna non c’è sostanziale rischio di contagio, secondo un lavoro appena pubblicato da Nature». Per questo motivo, il direttore dell’Istituto Mario Negri afferma «che l’ISS e il governo devono qualificare le nuove positività, o consentire ai laboratori di farlo, spiegando» appunto «alla gente che una positività inferiore alle centomila copie non è contagiosa» e che «quindi non ha senso stare a casa, isolare, così come non è più troppo utile fare dei tracciamenti che andavano bene all’inizio dell’epidemia».

Pochi giorni dopo, viene pubblicato un breve testo, ripreso dai media, e firmato da diversi esperti tra cui Remuzzi e Zangrillo, in cui si afferma che “evidenze cliniche non equivoche da tempo segnalano una marcata riduzione dei casi di Covid-19 con sintomatologia. Il ricorso all’ospedalizzazione per sintomi ascrivibili all’infezione virale è un fenomeno ormai raro e relativo a pazienti asintomatici o paucisintomatici. Le evidenze virologiche, in totale parallelismo, hanno mostrato un costante incremento di casi con bassa o molto bassa carica virale. Sono in corso studi utili a spiegarne la ragione. Al momento, la comunità scientifica internazionale si sta interrogando sulla reale capacità di questi soggetti paucisintomatici e asintomatici di trasmettere l’infezione”.

Queste parole e interventi hanno acceso un dibattito tra esperti, sollevando dubbi e ricevendo critiche. 

Dottore ma è vero che”, il sito di comunicazione scientifica della Federazione nazionale degli ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri (FNOMCeO), ha pubblicato un articolo che, partendo dalla frase di Zangrillo, cerca di fare il punto sulle conoscenze scientifiche attuali sul virus. L’articolo parte spiegando che la convinzione che «dal punto di vista clinico, [il virus] non esiste più» nasce dall’osservazione del cambiamento dell’attività assistenziale ospedaliera: “Ci sono meno persone ricoverate per Covid-19, meno pazienti hanno necessità di supporto respiratorio, il numero dei decessi sta finalmente riducendosi in modo sensibile. Quindi, generalmente, i medici oggi vedono molti meno pazienti con forme gravi di Covid-19 rispetto a quanto è accaduto nei mesi scorsi. Per questo, ad essere diminuite – se non scomparse – sono le manifestazioni “cliniche” della malattia”. 

Riguardo però alla possibilità che il virus sia a oggi “clinicamente morto”, Massimo Galli, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, citato nell’articolo, spiega: «Stiamo assistendo alla coda della prima ondata, e i pazienti ricoverati in questo momento sono meno gravi semplicemente perché quando sono arrivati in ospedale presentavano un quadro clinico non eccessivamente compromesso e sono stati presi in cura in modo tempestivo». Sempre secondo Galli, così, «il virus non è clinicamente morto ma è molto facilmente rianimabile». 

Simile osservazione è avanzata anche dal biologo ed epidemiologo Enrico Bucci che su Il Foglio scrive che è “certo che in Italia vediamo ormai pochi casi gravi e abbiamo pochi morti, e nei tamponi dei guariti e dei paucisintomatici troviamo poco virus”, ma “questo è perfettamente coerente con il fatto che ci troviamo nella coda di un’epidemia, con l’allargamento del campionamento a soggetti paucisintomatici, asintomatici o sintomatici in passato. È evidente che oggi in Italia si stia molto meglio di tre mesi fa; però il virus è sempre là e, considerato che a livello globale è sempre più circolante – il che giustifica il termine di “pandemia” –, è da stupidi pensare che da noi non possa ripresentarsi”.

Luca Carra, direttore di Scienzainrete, partendo dall’intervento di Remuzzi, approfondisce l’aspetto della “debole positività” riscontrata nei tamponi: “La questione è ora all’attenzione della cabina di regia del Sistema nazionale di monitoraggio, che, come mi spiega uno dei suoi componenti, Vittorio Demicheli, sta appunto considerando di abbassare la soglia di positività, quindi il numero dei cicli di amplificazione, per non prendere come veri positivi persone con tracce di RNA che messe in coltura non sarebbero in grado di replicarsi”. Oltre alla questione dell’accuratezza del risultato del tampone o della possibilità che la debole positività possa indicare un test fatto male o un tampone “eseguito su un infetto in via di guarigione, o ancora un tampone eseguito su un infetto asintomatico”, Carra riprende le domande dei critici, come ad esempio: “È lecito basarsi sulle opinioni rilasciate in una intervista senza solide prove che un tampone con poca carica virale possa considerarsi innocuo? E che questo genere di tamponi siano effettivamente così diffusi come suggerisce Remuzzi?”.

Il direttore di Scienzainrete risponde innanzitutto che “esistono studi che dimostrano che una bassa carica virale possa indicare una non infettività. Il primo di questi studi è stato pubblicato il 1 aprile sulla rivista Nature e che anche sulla base di questo studio, l’OMS il 17 giugno ha aggiornato le sue linee guida “indicando che a tre giorni dalla risoluzione dei sintomi e almeno 13 giorni di isolamento un paziente di Covid può essere ‘liberato’ anche senza conferma di negatività da tampone, poiché il rischio di infettare va a quel punto considerato trascurabile” (che comunque non vuol dire nullo). Per Carra così, è ragionevole pensare di “ridefinire le soglie di positività dei tamponi e di farne uno strumento da usare in modo più appropriato in termini di sanità pubblica. Evitando (...) l'aumento sconsiderato di falsi positivi”. Riguardo poi alla seconda domanda, il giornalista spiega che effettivamente, in base ai dati raccolti, non sono pochi i tamponi debolmente positivi, ma che, comunque, bisogna tenere presente di muoversi “nella nebbia di dati incerti”, dove “c’è chi scorge, non del tutto a torto, come Remuzzi, motivi di speranza. E altri, non del tutto a torto, motivi di cautela”. 

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Riguardo al legame tra bassa carica virale e minore infettività, la virologa Elisa Vicenzi, a capo dell'unità di ricerca in Patogenesi virale e biosicurezza dell'Ospedale San Raffaele di Milano, intervistata da Il Bo live, giornale dell'Università di Padova, conferma che «certamente avere delle cariche virali basse presuppone che il paziente sia meno contagioso», ma specifica che «un aspetto importante che ancora non è stato definito dalla ricerca scientifica è quale sia la dose infettante, quanto virus è necessario affinché si trasmetta da una persona ad un’altra». Questione su cui sono in atto degli studi. Ma questo non significa che il virus sia mutato in una forma meno aggressiva: «Da un punto di vista genetico – spiega la virologa – dalle mutazioni avvenute nel virus non ci sono evidenze che il virus si sia attenuato, si sia indebolito. Consideriamo che nel database ci sono oltre 40 mila sequenze e pochissime presentano delle delezioni che possono essere un indizio di attenuazione. (...) Dobbiamo invece considerare che esiste una mutazione particolare presente nella proteina Spike, che è la proteina dell’envelope che conferisce la tipica forma di coroncina dei coronavirus da cui deriva il loro nome. Questa proteina lega il recettore cellulare ACE2 e permette al virus di entrare nella cellula e infettarla. In questa proteina è emersa una mutazione peggiorativa, nel senso che va a stabilizzare la proteina rendendo più infettiva la particella virale». Vicenzi precisa però che «questi sono risultati sperimentali in vitro e quindi l'importanza di questa mutazione va dimostrata in vivo».  

Simonetta Pagliani, infine, su Scienzainrete invita a tenere alta la guardia, perché "non è ancora finita": "In conclusione, sembra di poter dire che, ancora oggi, i presìdi contro il pericolo della seconda ondata sono l’igiene delle mani, le mascherine, il distanziamento fisico, l’evitamento degli assembramenti di massa; nessuna di queste misure è efficace da sola, ma lo è la loro combinazione e, secondo Richard Horton, direttore di Lancet, insistere sulla loro promozione è la barra in mano al pilota medico per timonare il decisore politico in acque meno tempestose".

Foto in anteprima via Pixabay.com

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