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“Gli Stati di tutto il mondo stanno trattando i sintomi ma non le cause ecosistemiche della pandemia”

8 Luglio 2020 4 min lettura

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“Gli Stati di tutto il mondo stanno trattando i sintomi ma non le cause ecosistemiche della pandemia”

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Il mondo sta trattando i sintomi sanitari ed economici della pandemia ma non le sue cause, esito dello stravolgimento degli ecosistemi e dell’impatto dell’uomo sull’ambiente. Se ci limiteremo a mitigare gli effetti economici e sulla salute pubblica e non interverremo sui contesti ambientali che creano le condizioni per i salti di specie dei virus, ci troveremo di fronte ad altre pandemie. È la sintesi del rapporto "Prevenire la prossima pandemia" a cura del Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente (UNEP) e dell'International Livestock Research Institute (ILRI).

Il numero delle epidemie "zoonotiche" (cioè provenienti dagli animali) è in aumento, afferma il rapporto: Ebola, SARS, il virus del Nilo occidentale, MERS, la febbre della Rift Valley, ogni anno 2 milioni di persone muoiono per malattie zoonotiche, soprattutto nei paesi più poveri. Ma proprio per non aver indagato le cause che hanno originato le precedenti malattie, ci si è trovati impreparati di fronte all'ultima pandemia. Il nuovo coronavirus «potrebbe essere il peggiore, ma non è il primo» al quale ci si trova di fronte, ha dichiarato l'economista e ambientalista danese Inger Andersen, attuale direttrice esecutiva dell'UNEP.
«C'è stata una risposta massiccia a COVID-19 ma la malattia è stata trattata in gran parte come una sfida medica o uno shock economico. Invece le sue origini sono nell'ambiente, nei sistemi alimentari e nella salute degli animali. È un po' come avere una persona malata, trattare solo i sintomi e non curare la causa scatenante. Ci sono molte altre malattie zoonotiche con potenziale pandemico», ha aggiunto la professoressa Delia Grace, autrice principale del rapporto.

Il sovrappopolamento (ndr, entro il 2050, secondo le Nazioni Unite, il 68% della popolazione mondiale dovrebbe vivere nelle aree urbane), la deforestazione, il consumo di suolo, l’aumento delle aree urbanizzate e l’intrusione dell’uomo negli habitat naturali, il disboscamento a favore di agricoltura e allevamenti intensivi ed estrazioni minerarie stanno portando al depauperamento degli ecosistemi e alla riduzione della capacità dei sistemi naturali di immagazzinare carbonio, creando a loro volta le condizioni per la diffusione di agenti patogeni. «La scienza è chiara», ha proseguito Andersen. «Se continueremo a sfruttare la fauna selvatica e distruggere i nostri ecosistemi, ci troveremo di fronte a un flusso costante di queste malattie che saltano dagli animali agli umani negli anni a venire». Un rapporto del WWF dello scorso giugno era giunto alle stesse conclusioni.

La fauna selvatica e il bestiame sono le fonti della maggior parte dei virus che infettano gli esseri umani, spiega il rapporto. «La deforestazione di ambienti tropicali e l'allevamento industriale su larga scala di animali, in particolare suini e polli ad alta densità potrebbero essere la causa di futuri salti di specie», ha commentato al Guardian Thomas Gillespie, ecologo della Emory University negli Stati Uniti e revisore del rapporto. «Siamo in crisi. Se non cambiamo radicalmente i nostri comportamenti rispetto all'ambiente circostante, le cose peggioreranno molto. Ciò che stiamo vivendo ora sembrerà niente al confronto».
Il modo migliore per prevenire nuovi focolai, dicono gli specialisti ormai da decenni, è “One Health Initiative”, un programma mondiale, che coinvolge centinaia e centinaia di scienziati e altri professionisti e si basa sull’aspetto ecologico delle malattie: la salute umana, animale ed ecologica sono indissolubilmente collegati e devono essere studiate e gestite in modo olistico. Secondo quest’approccio, le pandemie vanno affrontate con una strategia multidisciplinare, tenendo insieme epidemiologia, scienze del clima, salvaguardia delle specie, comunicazione del rischio.

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«Al centro della nostra risposta alle zoonosi e alle altre sfide che l'umanità deve affrontare dovrebbe esserci la semplice idea che la salute dell'umanità dipende dalla salute del pianeta e dalla salute di altre specie», spiega Inger Andersen. «Se l'umanità offre alla natura la possibilità di stare bene, avremo dalla nostra parte il più grande alleato mentre cerchiamo di costruire un mondo più giusto, più verde e più sicuro per tutti».

Il rapporto indica 10 azioni pratiche che i governi possono intraprendere per evitare future epidemie zoonotiche:

1) Investire negli approcci multidisciplinati, incluso appunto "One Health".

2) Ampliare l'indagine scientifica delle malattie zoonotiche.

3) Migliorare le analisi costi-benefici degli interventi per individuare il costo complessivo degli impatti della malattia sulla società.

4) Sensibilizzazione sulle malattie zoonotiche.

5) Rafforzare le pratiche di monitoraggio e regolamentazione associate alle malattie zoonotiche, compresi i sistemi alimentari.

6) Incentivare pratiche di gestione del territorio sostenibili e sviluppare alternative per la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza che non si basano sulla distruzione degli habitat e della biodiversità.

7) Migliorare la biosicurezza e il controllo, identificare i fattori chiave delle malattie emergenti nell'allevamento degli animali e incoraggiare misure di gestione e controllo delle malattie zoonotiche comprovate.

8) Supportare la gestione sostenibile di paesaggi e paesaggi marini che migliorano la coesistenza sostenibile dell'agricoltura e della fauna selvatica.

9) Rafforzare le competenze tra chi si occupa di salute in tutti i paesi.

10) Rendere operativo l'approccio "One Health" nella pianificazione, attuazione e monitoraggio dell'uso del suolo e dello sviluppo sostenibile, tra gli altri settori.

Immagine anteprima via UN Environment Programme

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