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COVID-19, il dibattito aperto sul ritorno a scuola

23 Luglio 2020 9 min lettura

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COVID-19, il dibattito aperto sul ritorno a scuola

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La chiusura delle scuole e la sospensione delle lezioni in presenza hanno permesso di rallentare i contagi e la velocità di diffusione del nuovo coronavirus in molti paesi. Dall’altro lato si sono moltiplicate le voci di coloro che ritengono che il ritorno degli studenti sui banchi sia fondamentale. In primo luogo da un punto di vista educativo: non solo si tratta del modo più efficace per gli studenti per apprendere, ma le scuole consentono ai ragazzi (specialmente ai più giovani) anche di sviluppare abilità sociali che non possono imparare a casa. La didattica a distanza, inoltre, ha mostrato e acuito le differenze sociali. In secondo luogo, il fatto che i bambini vadano a scuola permette a molti genitori di lavorare senza dover fare equilibrismi per occuparsi dei figli – e per le famiglie più povere i pasti scolastici rappresentano anche una forma di sostentamento. Negli istituti, inoltre, vengono individuati gran parte dei casi di abusi in famiglia e altre problematiche.

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Quello su cui concordano gli esperti è che il rientro in classe non può dipendere solo dalle misure prese specificatamente per le scuole, ma anche dalla gestione del virus a livello di paese.

L’intenzione espressa recentemente dal presidente Donald Trump di voler tornare alla didattica in presenza in autunno sta creando dibattiti e polemiche negli Stati Uniti, dove i numeri di casi accertati, ricoverati e morti per COVID-19 continuano a crescere. Come si può far rientrare in classe gli studenti quando il ritmo dei contagi mantiene un ritmo sostenuto? Secondo il dottor Joshua Sharfstein, professore alla Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health, «prima bisogna controllare la diffusione comunitaria del virus, e poi aprire le scuole in maniera coscienziosa».

Anche in Italia si parla della ripresa delle lezioni. Il ministero dell’Istruzione ha presentato delle linee guida per tornare a settembre a scuola “in presenza e in sicurezza”. I sindacati, però, hanno manifestato preoccupazione sul fatto che gli istituti e in generale il sistema scuola in Italia siano pronti, lamentando l’insufficienza di risorse, personale, spazi adeguati.

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La domanda se e come riaprire le scuole – chiuse in quasi tutto il mondo all’inizio di questa primavera - non è di quelle che prevedono una risposta semplice e univoca. Alcuni paesi l’hanno già fatto, con diverse strategie. Una ventina di Stati all’inizio di giugno ha riaperto le porte degli istituti – mentre altri, come Taiwan o la Svezia, non li hanno mai chiusi. Secondo un articolo pubblicato su Science, si è trattato di “un enorme esperimento. Alcune scuole hanno imposto forti limitazioni al contatto tra i bambini, mentre altre hanno lasciato che gli alunni giocassero liberamente. In alcuni casi le mascherine erano obbligatorie, in altri facoltative. Alcune scuole hanno chiuso temporaneamente ogni volta che uno studente contraeva il COVID-19, mentre altre sono rimaste aperte anche dopo il contagio di molti bambini e insegnanti, limitandosi a imporre la quarantena alle persone infette e a chi era entrato in contatto con loro”. I dati sui risultati di questo esperimento circa il rischio del contagio nelle scuole sono però al momento ancora scarsi.

Qual è il rischio di contagio a scuola?

Discutere della riapertura degli istituti significa rispondere alle domande che tipicamente accompagnano la questione: gli studenti e gli insegnanti saranno al sicuro da rischi? Porteranno il contagio alle loro famiglie? Riaprire le scuole favorirà una seconda ondata e un secondo lockdown?

Su Vox il medico esperto di malattie infettive ed epidemiologo – nonché padre di tre ragazzi in età scolare - Benjamin P. Linas ha riflettuto su questi aspetti, concentrandosi anche su cosa i governi e gli istituti potrebbero e dovrebbero fare qualora si decidesse di riaprire le scuole.

Diversi studi hanno dimostrato che, rispetto agli adulti, ragazzi e bambini (specialmente i più piccoli) hanno meno probabilità di contrarre il virus – o di contrarlo in forme più gravi. Negli Stati Uniti, ad esempio, i minori di 18 anni costituiscono solo il 2% dei casi dei contagi, nonostante rappresentino il 22% della popolazione. A simili conclusioni arrivano studi fatti sull’Italia o la Corea del Sud.

Una delle ragioni di questo fenomeno, scrive Linas, potrebbe risiedere nel fatto che le scuole sono state chiuse a marzo, e questo ha forse protetto bambini e ragazzi dal contagio. Ma che succede se li rimandiamo in classe quest’autunno?

“Un modo per riflettere su questa domanda è stimare il ‘tasso di attacco’ della malattia, ovvero la percentuale di persone esposte che si infettano”, afferma il medico, ricordando come numerose ricerche cinesi abbiano studiato il tasso di attacco tra le persone che vivono in casa con qualcuno che è infetto rilevando come solo circa il 4-5% dei bambini abbia sviluppato un'infezione attiva. In confronto, circa il 17-20% degli adulti è rimasto infettato dall'esposizione.

Anche nel caso in cui un bambino contragga COVID-19, le ricerche fino a questo momento dicono che la malattia ha sintomi e conseguenze meno gravi nelle persone più giovani. Da un’analisi su oltre 550 casi tra minori di 18 anni in Cina, Italia e Spagna è emerso come solo sei persone (1,6%) abbiano sviluppato l’infezione in maniera grave, mentre un altro studio ha stimato che uno su 20 (5%) ha avuto bisogno di essere ricoverato – e solo lo 0,6% è finito in terapia intensiva. Tra le persone tra i 60 e i 69 anni negli USA – secondo i dati del Centers for Disease Control and Prevention – il 22% ha avuto bisogno di essere ospedalizzato e il 4% del ricovero in terapia intensiva.

Le ragioni di queste differenze sono ancora oggetto di ricerca, così come lo è il contagio nelle scuole e se questo si comporti in maniera diversa a seconda dell’età degli studenti.

Science riporta i risultati di uno studio fatto a Crépy-en-Valois, un comune alla periferia di Parigi con 15mila abitanti, dove a febbraio due insegnanti della scuola superiore si sono ammalate di COVID-19. Il virus era stato riconosciuto però almeno dodici giorni dopo la comparsa dei primi sintomi, ed era quindi circolato nell’istituto. Un mese dopo, i test sugli anticorpi fatti nelle scuole del paese hanno mostrato che il 38% degli alunni, il 43% dei docenti e il 59% del personale era entrato in contatto con il virus. In sei scuole, i ricercatori hanno trovato tre bambini che avevano contratto il virus – probabilmente dai familiari – e che avevano continuato a frequentare le lezioni, a quanto pare senza passare l’infezione ad altri contatti stretti.

Uno studio dell’ospedale universitario di Dresda, in Germania, ha mostrato come solo dodici tra i circa 1500 studenti e 500 insegnanti provenienti dal tredici scuole della Sassonia che hanno fatto il test sierologico hanno sviluppato gli anticorpi a COVID-19. Un primo risultato che, secondo i ricercatori che hanno condotto lo studio, non fornisce prove che bambini e ragazzini riescano a trasmettere il virus in maniera particolarmente veloce. Altre esperienze vanno nella stessa direzione.

Questi esiti sono rassicuranti anche per quanto riguarda il contagio degli insegnanti e del personale. Su questo punto, però, avverte Linas, non va dimenticato che oltre alle lezioni, ci sono i consigli di classe, le riunioni, le pause con i colleghi. Tutti momenti in cui tendenzialmente le mascherine vengono abbassate, si mangiano snack insieme, le distanze si accorciano. E di questo i piani per la riapertura delle scuole dovrebbero tenere conto.

Riaprire le scuole porterà una seconda ondata?

“Gli specialisti di malattie infettive hanno costruito i modelli dell’impatto delle scuole sulla diffusione comunitaria a partire da febbraio. A marzo, in molti hanno concordato sul fatto che chiudere le scuole avrebbe rallentato la progressione del virus. Ma secondo analisi più recenti, misure più ampie come il distanziamento sociale hanno dimostrato di avere un effetto contenitivo molto maggiore”, si legge su un articolo del New York Times. In ogni caso, riguardo agli studi sulla contagiosità, c’è da considerare anche che la maggior parte di questi dati sono stati raccolti in paesi che erano già in lockdown o avevano messo a punto altre misure preventive, e che davvero pochi hanno operato tamponi o test sierologici sui minori in maniera sistematica.

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Nuovi interrogativi sono stati posti da una recente ricerca condotta su larga scala in Corea del Sud che ha rilevato che le persone tra i 10 e i 19 anni sono contagiosi quanto gli adulti – mentre i minori di 10 anni lo sono meno. I ricercatori sudcoreani hanno identificato 5.706 persone che sono state le prime a denunciare i sintomi di COVID-19 nelle loro famiglie tra il 20 gennaio e il 27 marzo, quando le scuole sono state chiuse. Quindi hanno rintracciato i 59.073 contatti di questi “casi indice”: hanno testato tutti i contatti di ciascun paziente all’interno del nucleo familiare, indipendentemente dai sintomi, e solo i contatti sintomatici al di fuori di questo.

Dai dati è emerso che i bambini sotto i 10 anni avevano il 50% di possibilità in meno di trasmettere il virus rispetto agli adulti, mentre non c’erano grandi differenze nel caso di persone nella fascia 10-19 anni.

I risultati suggeriscono che una volta che le scuole riapriranno, le comunità vedranno cluster di infezione comprendenti bambini di tutte le età”, si legge sul New York Times. Secondo Michael Osterholm, esperto di malattie infettive all’Università del Minnesota, probabilmente c’è stata la sensazione comune che i ragazzini non si infettassero o comunque non allo stesso modo degli adulti: «La trasmissione ci sarà. Quello che dobbiamo fare è accettarlo e includere questo fatto nei nostri piani».

La domanda principale a questo punto è se riaprire le scuole ci porterà alla seconda ondata e a un nuovo lockdown. Linas ritiene che la risposta in questo caso sia semplice: non lo sappiamo.

Le risultanze a disposizione, scrive, suggeriscono che le scuole giocheranno un ruolo non così importante nell’alimentare la pandemia – o comunque non ne chiariscono la portata. Un’analisi su 210 cluster di trasmissione in tutto il mondo ha scoperto che solo otto di essi (3,8%) riguardavano la trasmissione scolastica.

Gli studi e i modelli “ci dicono che nonostante il nostro istinto e ansia da genitori, è probabile che vada tutto bene a scuola quest’autunno”. Ma, avverte Linas, ci sono stati anche esempi di focolai nelle scuole, che hanno portato a una seconda chiusura. È successo ad esempio in Israele, dove le scuole sono state riaperte con restrizioni a inizio maggio e poi completamente dopo pochi giorni. Il 3 giugno il governo le ha richiuse, per l’emersione di un focolaio piuttosto grosso, che coinvolgeva 116 studenti e 14 insegnanti in uno stesso istituto. Ovviamente, scrive Linas, “non è certo che tutti quei bambini si siano infettati a scuola, ma la storia è comunque preoccupante e aumenta il livello di monitoraggio delle scuole”.

Si può riaprire in sicurezza?

“Le esperienze di altri paesi hanno mostrato come misure come distanziamento fisico e l’utilizzo delle mascherine nelle scuole possa fare la differenza”, si legge sul New York Times. Ma un’altra variabile importante è la diffusione più o meno massiccia del virus nella comunità, “perché questo ha influenza su quante persone potenzialmente possono portarlo all’interno di una scuola”.

I rischi della riapertura, comunque, dipenderanno molto da come le scuole si organizzeranno per contenere il contagio. “Se dobbiamo riaprire in sicurezza in autunno, dobbiamo avere la capacità di capire velocemente quando si sviluppa un focolaio”, scrive Linas, citando ancora l’esempio di Israele dove, la seconda chiusura delle scuole è avvenuta all’identificazione di due casi, e poi ne hanno scoperti oltre 100.

Perché ciò avvenga, devono esserci nelle scuole dei programmi di screening dei sintomi di COVID-19, tamponi, lavoro di tracciamento dei contatti e isolamento dei casi. Il che, spiega ancora il medico, non significa test all’interno delle scuole, ma rapido accesso a questi per studenti e insegnanti attraverso le amministrazioni scolastiche, con risultati che devono circolare rapidamente tra gli istituti e le autorità sanitarie.

Questo è un passaggio essenziale secondo gli esperti di salute pubblica, ed è una sfida non indifferente per le scuole. «Sappiamo che la diffusione da parte di asintomatici o pre-sintomatici è una cosa reale e sappiamo che i bambini hanno meno probabilità rispetto agli adulti di mostrare i sintomi se sono infetti», ha detto Megan Ranney, dottoressa di medicina d’urgenza ed esperta di salute degli adolescenti alla Brown University, secondo cui le scuole dovrebbero fare test random su studenti e insegnanti. Ma questo è possibile solo se gli istituti hanno sufficienti mezzi e risorse in questo senso.

In assenza di piani certi, budget e tempi veloci per tamponi e risultati, “andiamo alla cieca”, scrive Linas, secondo cui riaprire senza questi elementi significa “giocare con la salute dei nostri figli, insegnanti e comunità”.

Un articolo pubblicato su The Atlantic a firma, tra gli altri, di Thomas R. Frieden, ex direttore dei Centers for Disease Control and Prevention americano, afferma che è necessario riaprire le scuole in autunno, ma bisogna farlo con cautela: "Se ci muoviamo troppo in fretta, ignoriamo la scienza o riapriamo senza una pianificazione attenta, ci si ritorcerà contro".

Immagine in anteprima via pixabay.com

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