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Cosa sappiamo delle ‘stanze delle torture’ nel deep web

23 Luglio 2020 10 min lettura

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Cosa sappiamo delle ‘stanze delle torture’ nel deep web

10 min lettura

di Giuseppe Giordano

Indicibili violenze su minori trasmesse in streaming. La settimana scorsa, un resoconto degli orrori avvenuti nel deep web ha sconvolto i lettori dei quotidiani. Ma i titoli, raccapriccianti, riflettono davvero i fatti?

“Condotte di violenza sessuale e tortura praticate in diretta da soggetti adulti su minori, con possibilità di interagire per gli spettatori”. Sarebbe stato lo scopo di alcuni “utenti attrezzati tecnologicamente” che avrebbero raggiunto “a pagamento”, la “più recondita ed occulta frontiera del ‘deep web’”. Sono queste le dichiarazioni degli inquirenti riguardanti gli ultimi sviluppi dell’inchiesta “Delirio”. Partita l’anno scorso, in seguito alla denuncia di una madre ai carabinieri di Siena, l’indagine ha permesso alle forze dell’ordine di risalire a vari utenti, molti dei quali minorenni, collegati in diversi modi al gruppo WhatsApp “The Shoah Party”, in cui venivano scambiati video pedopornografici e scene di estrema violenza, perlopiù “associate a simboli nazisti”.

Mercoledì 15 luglio l’inchiesta “Delirio” torna di attualità. I militari comunicano di essere “riusciti a risalire all’identità di due giovani, entrambi 17enni, un ragazzo e una ragazza” dalle cui “chat è emersa una descrizione dettagliata ed inquietante delle loro esperienze nel deep web, in particolare del ragazzo che ne riferisce alla sua amica, con descrizione delle cosiddette ‘red rooms’, stanze dell’orrore”.

Secondo la definizione corrente, nelle “red room” un aguzzino pratica in diretta streaming una tortura, una violenza sessuale o un assassinio seguendo le istruzioni degli spettatori. Il tutto avviene nel deep web, cioè quella parte di internet “nascosta”, i cui contenuti non possono essere raggiunti tramite i motori di ricerca come Google o Bing. A volte, per partecipare, gli osservatori sono tenuti a un esoso pagamento in bitcoin, la più famosa moneta elettronica. I giornali hanno trattato la notizia senza censure, riportando per intero, anzi, mettendo in risalto gli aspetti più cruenti del racconto degli investigatori. Nei titoli si legge di “sevizie sui bambini nella chat degli orrori”, minorenni che “pagavano per assistere a torture sui bambini”, “immagini live di violenze su minori”. Nel corpo degli articoli, l’esistenza delle red room viene data per assodata. Il Corriere della Sera, ad esempio, parla di “camere virtuali alle quali è possibile accedere attraverso il mondo sommerso del deep web”, in cui “quello che accade (...) è brutalmente reale: bambini seviziati, adolescenti stuprati, animali torturati e persone mutilate”.

A chi si interessa di internet culture, ed era già al corrente del significato di “red room”, la totale mancanza di un margine di dubbio nel trattare la vicenda sarà sembrata quantomeno inopportuna. Le red room sono considerate, da alcuni utenti e dai giornalisti che se ne sono interessati, la forma particolare che assumono le leggende metropolitane nell’ecosistema di internet, dove i racconti non passano di bocca in bocca ma viaggiano sui forum o nelle chat. In effetti non c’è bisogno di mettere in moto la macchina giudiziaria per arrivare alla testimonianza di chi afferma di avere partecipato a questa particolare forma di violenza interattiva. Basta collegarsi a Reddit (un forum globale e onnicomprensivo), dove diversi utenti affermano di aver visto, aver partecipato a una red room. A mancare, in ogni caso, sono le prove. Tra i dubbi, poi, ci sono le difficoltà tecniche, che sfiorano l'incompatibilità nella trasmissione via streaming di immagini nel deep web.

Non è chiaro se la procura disponga di evidenze che vadano oltre la conversazione privata tra due minorenni, questa esplicitamente menzionata dagli inquirenti, ma non si può sottovalutare che, in passato, l’FBI e i giornalisti investigativi abbiano tentato di dimostrare l’esistenza delle macabre live, senza riuscirci, e finendo a volte per avvalorare l’ipotesi opposta. Non erano necessarie approfondite ricerche per avvicinare con maggiore cautela informazioni invece trasformate in titoli molto cliccati: sarebbe bastato accedere alla pagina inglese di Wikipedia sul dark web, cioè quella parte del deep web intenzionalmente nascosta, dove le red rooms sono classificate sotto la voce “hoaxes and unverified content”, inganni e contenuti non verificati.

L'inchiesta

All’origine dell’inchiesta “Delirio” c’è la denuncia di una madre, nel 2019. La donna ha raccontato a La Stampa di essere rimasta sotto shock dopo aver trovato nel telefono del figlio 13enne contenuti pedopornografici, inneggianti al fascismo, al nazismo e alla Jihad, offensivi nei confronti di ebrei, migranti, bambini, malati. Nei successivi mesi, i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Siena, coordinati dalla procura dei minori di Firenze, sono risaliti ai membri e agli amministratori del gruppo WhatsApp denominato “The Shoah Party”. A ottobre scattano le perquisizioni in Toscana, Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia e Calabria. Tredici in tutto le province in cui vengono sequestrati smartphone e computer, 25 gli indiziati. Di questi, 16 hanno un’età compresa tra i 13 e i 17 anni, 9 sono 18enni o 19enni. Le accuse sono detenzione e divulgazione di materiale pedopornografico e istigazione all’apologia di reato avente per scopo l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali.

Fino alla settimana scorsa, “le immagini rinvenute e già sequestrate”, dichiarano i responsabili delle ricerche, “attengono dunque a tre tipologie: 1) video pedo-pornografici auto realizzati da minori, che si riprendono nudi o intenti al compimento di atti sessuali; 2) video realizzati da adulti, relativi ad atti sessuali e violenze compiuti da soggetti minorenni (...) ai danni di minori, anche in tenerissima età (2-4 anni); 3) video “gore” (di estrema e grafica violenza, ndr), per lo più associati a simboli nazisti”.

A La Repubblica, un 17enne di Rivoli, uno dei due amministratori, racconta di aver “voluto aprire un gruppo (...) per scherzare di tutto e tutti. All'inizio aveva tutt'altro scopo, solo far incontrare gente e fare ironia”. Dopo un po’ sono cominciati a piovere i file illegali. “C'erano giorni”, spiega il giovane, in cui “arrivavo da scuola e ne trovavo 600, arrivavo a 2.000 notifiche”. Erano “quasi gare (...) qualsiasi cosa solo per riempire la chat”.

Mercoledì 15 luglio il resoconto dei nuovi sviluppi. “Le attività investigative”, dicono gli inquirenti, “tuttavia sono proseguite anche dopo l’esecuzione delle perquisizioni, con esito ampiamente positivo degli interrogatori, facendo affiorare la parte più oscura e drammatica delle risultanze indiziarie, quelle relative al deep web”. Questa volta gli accertamenti si concentrano sulla chat tra due compagni di scuola 17enni in cui vengono nominate le red room. È il ragazzo a raccontare alla ragazza di aver “partecipato” agli abusi in diretta. “Sono emerse nuove e specifiche risultanze indiziarie”, è la conclusione, “che fanno ritenere, sulla base di concreti elementi, che un soggetto minorenne, dotato di eccezionali e precoci competenze tecnico-informatiche, abbia personalmente partecipato on-line, live, assieme ad altri utenti (...) a delle vere e proprie torture e abusi sessuali su minori, compiute in diretta da soggetti adulti”.

Non è chiaro se le “nuove e specifiche risultanze” vadano oltre la chat privata esplicitamente menzionata. Ma gli inquirenti evocano l’immagine di un deep web “caratterizzato da diversi livelli di accessibilità di cui l’ultimo, il più impervio da conoscere, caratterizzato da pedopornografia e tortura”. Quella di un internet nascosto stratificato in profondità, nel quale la gravità dei reati commessi e l’efferatezza dei contenuti accessibili cresce man mano che si procede verso i gironi più bassi, è una rappresentazione che gli esperti rifiutano. “Esiste ancora questa idea”, si legge in un pezzo di Caitlin Dewey per il Washington Post di alcuni anni fa, “molto comune tra i principianti o gli occasionali frequentatori del dark web, che il dark web diventi peggiore o ‘più profondo’”.

Le red room

C’è stato un momento in cui alcuni frequentatori dei forum 4chan e Reddit hanno pensato di essere davanti a una rivelazione. Il caso è stato documentato da Eileen Ormsby, autrice del libro "Silk Road" e una tra i maggiori esperti di deep web. Ormsby racconta che nell’agosto 2015 l’attenzione degli utenti si è concentrata su una pagina nell’internet nascosto che annunciava l’esecuzione in diretta di sette prigionieri dell’ISIS. La discussione su cosa sarebbe successo si è sviluppata su topic come questo, ma, settati gli allarmi nel giorno e nell’orario stabiliti per la diretta, i curiosi sono rimasti delusi. Quando il conto alla rovescia ha raggiunto lo zero, la pagina è risultata irraggiungibile. Poi è tornata online, con alcuni link dai quali poter scaricare video. Nei video nessuna esecuzione o tortura, ma una persona incappucciata con un piatto di bacon davanti a sé. Infine, l’indirizzo è stato sequestrato dall’FBI.

La bufala dell’Isis è forse il caso più famoso legato all’apertura di una red room. Per il resto, esistono youtuber, frequentatori di forum e amministratori di blog che hanno indagato una delle più celebri storie legate al deep web. Soprattutto le prime due tipologie di utenti tendono ad argomentare la questione delle red room usando toni più adatti a una storia horror, il che potrebbe suggerire il concetto di creepypasta, cioè storie di paura che circolano sul web tramite il copia e incolla, a volte con la presunzione di essere autentiche. Volendo osservare la questione un po’ più da vicino, ci si accorge che molti dei link spacciati come una porta di accesso a una tortura o a un’uccisione in live streaming, magari interattiva, magari ai danni di un minore, potrebbero essere verificati soltanto assumendosi grossi rischi. Ad esempio, in questo video su YouTube, il canale "Always Be Technical" mostra ciò che pretende di essere il cancello di ingresso a una sala delle torture. Per prendervi parte, i prezzi variano da 1 a 10 bitcoin. Al momento, un Bitcoin vale più di 8mila euro. Si tratta di una somma notevole, di cui un 17enne con risorse economiche nella media non può disporre. Un importo che tra l’altro andrebbe versato in anticipo per ricevere, tramite email, le istruzioni per l’accesso all’esecuzione. Tutto sembra suggerire che ci si trovi davanti a un tentativo di scam, cioè di truffa, molto costoso da verificare. A volte si chiede all’utente di scaricare un file, indispensabile per accedere alla diretta, senza nessuna garanzia sul fatto di non essere infettati da un malware (cioè un programma dannoso per il computer, ad esempio un virus).

Limiti tecnici

C'è poi una questione tecnica, cioè l’impossibilità di realizzare una diretta sul deep web mantenendo un’alta qualità delle immagini. “Lo streaming live su Tor (ndr, un browser per accedere al deep web) non sarebbe semplicemente fattibile”, spiega Eileen Ormsby, rispondendo alla domanda di un utente di Quora. “Certamente non per creare la qualità video” che le persone interessate “si aspetterebbero di vedere”. L’autrice di due libri sull’internet nascosto, ascoltata da The Washington Post e Vice, non ha dubbi sul fatto che le red room siano un mito di internet: “Mi sento molto sicura nel rispondere un clamoroso NO (ndr, alla loro esistenza). Le red room sono roba da fiction, creepypasta ed episodi di Law&Order (...)”.

In teoria sarebbe possibile aggirare le limitazioni di una diretta nel deep web tramite uno strumento dedicato, spesso inviato dai presunti persecutori dopo la transazione in criptovaluta. Ma, obietta, Ormsby: “Ti garantisco che, se dovessi pagare: 1) Nel migliore dei casi, perderai i tuoi soldi 2) Se scarichi lo ‘strumento speciale’, perderai i tuoi soldi e infetterai il tuo computer con dio sa quale malware 3) Esiste una vaga possibilità che sia una specie di trappola delle forze dell'ordine e il download dello strumento ti rivelerà a qualche agenzia di tre lettere, ma è molto improbabile che se ne preoccupino”. Anche questo articolo del Washington Post arriva alle stesse conclusioni, definendo le red room “grottesche leggende urbane” e la fascinazione che generano un affare da psicologi e filosofi.

Crimini o fiction?

In effetti, come suggerisce Eileen Ormsby, le similarità tra le red room e alcune suggestioni cinematografiche o letterarie sembrano molto evidenti. Ad esempio, se scritto come si pronuncia, “redrum”, letto al contrario il termine diventa “murder”, cioè omicidio. Lo stesso gioco di parole viene descritto in "Shining", opera letteraria di Stephen King, adattata al cinema nel 1980 da Stanley Kubrick. Red Room è anche il titolo di un film giapponese del 1999, in cui una famiglia diventa protagonista di un macabro gioco televisivo, in cui ciascuno dei membri tortura l’altro finché l’ultimo rimasto in vita non vince 40 milioni di yen. Da un punto di vista estetico, i found footage movies ambiscono allo stessa grana sporca, amatorialità e spontaneità dei filmati delle vacanze registrati su cassetta, o di una diretta streaming realizzata con una connessione poco potente. È una tecnica cinematografica quasi sempre adoperata dagli horror e popolarizzata nel 1999 da "The Blair Witch Project - Il mistero della strega di Blair". In un film precedente, "The Last Broadcast" (1998), alcuni ragazzi tentano di risolvere un omicidio proprio tramite l’aiuto degli utenti di una chat. Di esempi in grado di ispirare il mito delle red room ce ne sono tanti nella cultura pop, ma lo spunto originario risalirebbe a una delle opere più famose di David Cronenberg (regista di "La Mosca", "A History of Violence", "La Promessa dell’Assassino"). Si tratta di "Videodrome" (1983), in cui le violenze vengono messe in atto in una camera rossa e trasmesse in televisione per compiacere una platea di telespettatori.

Le red room esistono?

Non è dato sapere quali elementi abbiano raccolto i carabinieri e la procura dei minori di Firenze per descrivere senza condizionale il funzionamento delle red room e ipotizzare il coinvolgimento di un 17enne in una violenza in diretta streaming ai danni di un minore. L’unica prova esplicitamente menzionata dagli inquirenti è la conversazione in chat tra due minorenni, nulla di molto diverso dalle testimonianze che fioccano online, dalle quali, è possibile, il ragazzo potrebbe aver preso ispirazione per far colpo sulla ragazza. (d’altra parte, non è così che leggende metropolitane si tramandano?). Sul deep web circolano tante voci: alcuni sostengono che si possa assoldare un sicario, altri parlano addirittura di lotte tra gladiatori. Nulla di tutto questo è stato mai dimostrato. Magari simili leggende sopravvivono perché è complicato dimostrarne oltre ogni margine di dubbio l’infondatezza. Questo però non prova che siano fondate. Inoltre molti utenti, quando si interrogano sull’esistenza delle red room, si affidano a un ragionamento deduttivo, che suona più o meno così: “Se certi crimini sono avvenuti nella vita reale, allora esistono anche nel deep web”. Ancora una volta: se una cosa viene ritenuta probabile o possibile, non necessariamente è accaduta. Non è escluso che la procura italiana abbia tra le mani qualcosa di sostanzioso, ma in mancanza di un pronunciamento del giudice, bisogna guardare anche al contesto. Che ci suggerisce di interpretare le red room come una specifica parte della mitologia germogliata dal deep web.

Immagine in anteprima: powtac/Flickr, CC BY-NC-ND via The Conversation

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