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Expo e lavoro: il Corriere ci risparmi almeno la contrapposizione giovani bravi e giovani fannulloni

27 Aprile 2015 4 min lettura

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Expo e lavoro: il Corriere ci risparmi almeno la contrapposizione giovani bravi e giovani fannulloni

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"Bamboccioni" ed Expo. Dopo l'articolo del Corriere della sera in cui veniva riportata la notizia che circa l'80% dei selezionati per lavorare a Expo avesse rifiutato per "i turni scomodi" (anche di sabato e domenica con in mezzo l'estate), poi in gran parte smentita, il quotidiano di via Solferino pubblica la lettera di un gruppo di ragazzi OGE (mansione Operatori Grandi Eventi) in cui gli stessi spiegano perché hanno accettato la proposta ma anche perché ora si sentano additati come "scemi del villaggio". Una decisione editoriale che rischia di creare una contrapposizione tra "buoni e cattivi", ma che nella realtà non esiste.

Il 24 aprile il Corriere della sera decide di dare voce sia a chi ha accettato l'impiego, sia a chi l'ha rifiutato (per quale motivo non l'hanno fatto subito?). Diversi i motivi citati: iter di selezione lento, ritardi nella graduatorie, mancate comunicazioni con i dettagli su contratti e remunerazioni. Alcune di queste criticità sono state confermate anche da Stefano Scabbio, presidente della stessa Manpower, intervistato il 25 aprile su Radio24.    

Scabbio infatti non nega le complicazioni e i ritardi nella selezione dei candidati, specificando però che sono conseguenti a quelli del cantiere di Expo. Inoltre, il presidente di Manpower, riguardo alle persone selezionate che hanno rifiutato il lavoro, ha specificato che per alcune è stata una scelta dovuta alla volontà di proseguire gli studi, per altre si sono presentate diverse opportunità di lavoro e «per pochissime perché si tratta di un lavoro estremamente faticoso». Per Scabbio è normale che i giovani abbiano accettato un impiego a più ampio raggio e lo è anche che la sua società abbia così scorso la lista per chiamarne altri. Dalle sue parole non emerge dunque nessun riferimento a "choosy", "bamboccioni" o a "una generazione non abituata al lavoro".

Il 25 aprile il Corriere della sera decide di tornare sull'argomento pubblicando una lettera di un gruppo di OGE che spiega di aver firmato un contratto che per la loro mansione prevede «40 ore a settimana di lavoro (8 ore al giorno per 5 giorni a settimana), due giorni di riposo, buoni pasto, malattia retribuita, tredicesima, TFR con una paga lorda di circa 1500€ al mese, escluse le maggiorazioni dei festivi e delle ore notturne». Il gruppo prosegue attaccando i «male informati e mal pensanti» che parlano «senza sapere come stanno realmente i fatti»:

Saranno 6 lunghissimi e durissimi mesi, non lo si può negare, ma pensiamo proprio che tutte le voci negative che stanno venendo fuori in questi giorni siano di quelle persone capaci soltanto di criticare senza essersi sporcate le mani. Vengono da chi non ha voglia di abbassarsi a lavorare perché ha il pezzo di carta e crede di essere arrivato, e che magari è stato respinto in qualche fase durante la lunga selezione che ha avuto esito positivo solo per una percentuale minuscola di candidati. Vengono da quei malpensanti che hanno rovinato, rovinano e continueranno a rovinare l’Italia.

Il risultato è una contrapposizione tra chi «non ha voglia di abbassarsi a lavorare» e chi invece sì. Ma come si è visto finora si tratta di una semplificazione moralistica irrispettosa e non veritiera. Che problemi e ritardi nella selezioni ci siano stati è confermato anche dalla stessa Manpower per bocca del suo presidente.

Inoltre, la lettera, che non smentisce affatto le motivazioni di chi invece ha deciso di non accettare, è firmata con la sigla "gruppo di OGE", quindi non si sa quanti sono, chi sono, la loro provenienza, se la loro situazione familiare ed economica abbia inciso nel poter propendere per il sì, con una serie di dettagli mancanti che rendono difficile analizzare la loro scelta. In questi giorni, al contrario, sui siti che si sono occupati della vicenda e anche nei commenti sulla pagine facebook in tanti hanno spiegato la loro motivazioni, alcune firmate, in cui i protagonisti hanno elencato fattori esterni e personali che li hanno spinti al rifiuto. Come quella di Luigi che nei commenti al nostro articolo ha raccontato la sua disavventura caratterizzata da poca chiarezza, confusione nella selezione e stipendio ribassato al momento di vedere e firmare il contratto. Non sono state quindi la poca voglia di lavorare e le difficoltà pratiche le cause dell'abbandono. Spiega infatti Luigi:

Ci è stato anche comunicato che non avremmo avuto diritto a chiedere le ferie nei sei mesi, ai buoni pasto, addirittura a una stanza o un'area dove poter mangiare, ma non importa: nessuno avrebbe rinunciato per quello.

A che serve dunque utilizzare una narrazione di contrasto, come quella tra "choosy" e "volenterosi", per raccontare una realtà complessa come quella delle persone che sono alla ricerca di un impiego, in un'Italia in cui il mercato del lavoro stenta a riprendersi? Ognuno con la sua storia da conoscere e rispettare.   

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