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Virus creato in laboratorio e sfuggito per errore: cosa c’è di nuovo

3 Giugno 2021 18 min lettura

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Virus creato in laboratorio e sfuggito per errore: cosa c’è di nuovo

18 min lettura

Nelle ultime settimane si è accesa di nuovo la discussione internazionale sull’origine del nuovo coronavirus. In particolare, ha goduto di nuovo credito l’ipotesi del virus fuoriuscito per errore dall’istituto di virologia di Wuhan.

La questione è stata riproposta soprattutto dagli Stati Uniti. Prima il direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases (NIAID), Anthony Fauci, poi i rappresentanti USA presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, hanno chiesto indagini approfondite per appurare una volta per tutte l’origine della pandemia. In mezzo, la lettera di 18 scienziati su Science per nuove ricerche trasparenti e indipendenti, oltre a quella già condotta dall’OMS a inizio 2021, informazioni dell’intelligence non del tutto verificate fatte trapelare dal Wall Street Journal, nuovi studi che poco aggiungono a quanto già si sapeva. Le evidenze scientifiche sono ferme alla scorsa primavera e a quanto appurato dalla missione dell’OMS in Cina.

Il dibattito pubblico, però, ha recepito come nuove informazioni in realtà datate e rischia di essere ulteriormente inquinato dal false balance, rilanciato anche dai media, tra due incertezze di tipo diverso: una tesi che non è escludibile al 100% (la fuga per errore dal laboratorio) e un’altra che non è provata al 100% (l’origine naturale del virus).

Solo nuove indagini e ricerche potranno appurare come è nato e si è diffuso SARS-CoV-2. Seguire gli sviluppi senza pregiudizi ideologici, al di là delle accuse, controaccuse, sospetti e insabbiamenti, è la strada maestra per capire cosa è accaduto in modo da acquisire le conoscenze necessarie per poter impedire che accada di nuovo.

A che punto eravamo
Il ritorno delle tesi del virus sfuggito per errore dal laboratorio
Cosa c’è di nuovo?
Le parole di Biden
Nuovi mercanti di dubbi?

A che punto eravamo

Da quando l’OMS ha dichiarato ufficialmente la pandemia del nuovo coronavirus, la ricerca dell’origine di SARS-CoV-2 si è immediatamente politicizzata ed è andata oltre un piano strettamente di ricerca, vedendo protagoniste altre figure provenienti da ambienti politici, militari, di intelligence che hanno alimentato su scala mondiale la tesi che il nuovo coronavirus sia stato creato in un laboratorio cinese e disperso, per errore o negligenza, e sostenuto che il governo cinese avesse tenuto nascosto quello che sapeva. Altri hanno dato la colpa invece agli Stati Uniti o alla Francia.

Leggi anche >> Dai pipistrelli al laboratorio: le ipotesi sull’origine del nuovo coronavirus. Cosa dice la scienza

Le ipotesi avanzate sono state sostanzialmente tre:

  1. L’origine naturale del virus, trasmessosi attraverso un salto di specie dai pipistrelli all’uomo passando per un animale intermedio (per gli esperti lo scenario più attendibile).
  2. La realizzazione del nuovo coronavirus in laboratorio, sfuggito poi per errore.
  3. La tesi della fuoriuscita dal biolaboratorio ad alta sicurezza, il Wuhan Institute of Virology (WIW), in Cina, che stava studiando un virus di origine naturale nei pipistrelli per prevenire eventuali nuove pandemie dopo la diffusione della SARS circa 20 anni fa.

Gli esperti hanno immediatamente concordato nel sostenere che lo scenario più attendibile fosse quello dell’origine naturale del virus anche se probabilmente non riusciremo mai a tracciare l’intera catena di trasmissione. L’analisi del genoma virale del coronavirus – che permette di ricostruire l’evoluzione del patogeno individuando cluster associabili a un tempo e un luogo specifici e anche di capire meglio le sue dinamiche di trasmissione – consentiva di dire che SARS-CoV-2 è un virus di origine animale, non disegnato a tavolino in laboratorio, probabilmente l’evoluzione di un coronavirus dei pipistrelli (è stata riscontrata una omologia di sequenza dell'89% con un altro coronavirus chiamato SL-CoVZC45, isolato in alcuni pipistrelli della città di Zhoushan) saltato nell’uomo attraverso un ospite intermedio, forse il pangolino. Ma non ci sono certezze su quale possa essere stato l’ospite intermedio. 

Non era possibile tuttavia escludere con certezza l’ipotesi che gli scienziati cinesi stessero studiando un coronavirus naturale poi fuoriuscito dal laboratorio, per quanto tale scenario fosse tutto da verificare. 

Era ritenuta, invece, priva di fondamento la tesi della realizzazione in laboratorio del virus e che SARS-CoV-2 fosse stato geneticamente modificato. A settembre 2020, la virologa cinese Li-Meng Yan, ha provato a ridare credito alla tesi della realizzazione in laboratorio di SARS-CoV-2, arrivando a sostenere in un articolo che il virus è stato deliberatamente creato e diffuso, fondamentalmente per tre motivi:

  1. Il genoma del virus SARS-CoV-2 non esiste in natura, ma è simile in modo sospetto a uno in possesso di un laboratorio militare.
  2. La regione del virus che determina la specificità dell'infezione assomiglia in modo sospetto (di nuovo) a quella del virus SARS-CoV-1 responsabile della SARS del 2003.
  3. Nella proteina Spike di SARS-CoV-2 c'è un sito di taglio per la furina che manca in tutti gli altri coronavirus simili a SARS-CoV-2. Questa caratteristica del nuovo coronavirus non sarebbe il prodotto dell'evoluzione naturale ma sarebbe stato inserito in modo artificiale.

In sintesi, secondo Li-Meng Yan, SARS-CoV-2 è stato creato in laboratorio assemblando, modificando, creando pezzi di altri virus, e poi modificandoli ancora perché non se ne riconoscesse più l'impronta molecolare, perché sembrasse a tutti gli effetti un virus nuovo e sconosciuto. Ma, a un'analisi scientifica attenta, l'articolo è risultato pieno di lacune e debolezze, i riferimenti bibliografici citati non erano scientificamente attendibili, con teorie, interi periodi, grafici e alcune righe copiate parola per parola da un post di un blogger anonimo presente su G News, un sito web collegato a Steve Bannon, personaggio di spicco dell'ultradestra americana, ex consigliere di Donald Trump.

Leggi anche >> Cosa sappiamo delle prove della virologa cinese, Li-Meng Yan, sul virus fabbricato in laboratorio

A febbraio 2021, infine, dopo quattro settimane di permanenza a Wuhan, in Cina, il gruppo di 17 esperti internazionali dell’OMS, provenienti da 10 paesi diversi, ha dichiarato di non essere stato in grado di stabilire, almeno al momento, l’esatta origine della pandemia, ma di ritenere altamente improbabile l’incidente in laboratorio. 

L’ipotesi più condivisa, per il gruppo di ricerca, continuava a essere quella del passaggio dal pipistrello all’uomo attraverso una specie intermedia. Collegata a questa ipotesi c’era la trasmissione del virus attraverso i prodotti surgelati attraverso la catena del freddo ed era percorribile anche la possibilità del contagio diretto da una fonte animale agli esseri umani. La missione non era stata in grado di trovare prove che dimostrassero che il virus circolava a Wuhan prima del mese di dicembre 2019 ma non è riuscita a escludere che SARS-CoV-2 fosse presente in altre aree del paese o che sia arrivato in Cina attraverso lo scambio di merci. E non è riuscita neanche a stabilire come il virus sia arrivato al mercato di Huanan. È probabile che il mercato sia stato un cluster importante che ha avuto un ruolo di amplificatore dei contagi ma non era possibile determinare se la trasmissione di SARS-CoV-2 a Wuhan fosse partita da lì. 

Il ritorno delle tesi del virus sfuggito per errore dal laboratorio

La missione dell’OMS non è arrivata, dunque, a conclusioni definitive e ha lasciato lo spazio aperto a speculazioni e richieste – queste legittime – di chiarezza e maggiore trasparenza. Il 4 marzo un gruppo di scienziati di tutto il mondo pubblica sul New York Times una lettera aperta in cui chiede all'OMS una nuova indagine sulle origini del virus perché quella svolta dal team dell’OMS ha alcune lacune. Altre lettere vengono inviate il 7 e 30 aprile.

Il 22 marzo il quotidiano The Australian diffonde la notizia che alcuni ricercatori del Wuhan Institute di Virology, impegnato nella ricerca sui coronavirus, sarebbero stati ricoverati in ospedale con sintomi coerenti con la COVID-19 all’inizio di novembre 2019. 

Ma, come ricostruisce una timeline realizzata dal Washington Post, è a maggio che si assiste a un’escalation di dichiarazioni pubbliche di esperti e rappresentanti politici e di articoli che finiscono con il dare forza all’ipotesi dell’incidente di laboratorio, seppure in assenza di nuove prove. In altre parole, da un punto di vista delle evidenze scientifiche siamo fermi ancora allo scorso anno.

Il 5 maggio, l’ex giornalista scientifico del New York Times, Nicholas Wade, scrive sul Bulletin of the Atomic Scientists che alcune caratteristiche del nuovo coronavirus possono far propendere per la tesi della fuga dal laboratorio di Wuhan. In particolare la presenza del sito di scissione della furina (quella che stacca le due subunità della proteina spike di SARS-CoV-2, la prima che riconosce il bersaglio della cellula umana e la seconda che consente al materiale genico del virus di entrare nelle cellule) proprio nel punto di giunzione tra le due subunità e la composizione del sito di scissione della furina, con i suoi codoni di arginina, farebbero pensare più a un intervento in laboratorio che a un’evoluzione naturale del virus. Queste argomentazioni – sebbene non esaustive, come vedremo più avanti – ritorneranno spesso nelle discussioni di questi giorni, anche in Italia. 

L’11 maggio arrivano le parole di Fauci che, in un’intervista a PolitiFact allo “United Facts of America: A Festival of Fact-Checking” alla domanda se è ancora convinto come un tempo che la pandemia abbia avuto un’origine naturale, risponde che la comunità internazionale dovrebbe «continuare a indagare su ciò che è accaduto in Cina fino a quando non scopriremo, al meglio delle nostre capacità, esattamente cosa è successo. Sono perfettamente favorevole a qualsiasi indagine che esamini l'origine del virus». 

Il 14 maggio diciotto scienziati di fama internazionale pubblicano una lettera su Science, in cui chiedono una nuova indagine “trasparente, obiettiva, basata sui dati, comprensiva di un'ampia esperienza, soggetta a supervisione indipendente e gestita in modo responsabile per ridurre al minimo l'impatto dei conflitti di interesse”. Gli scienziati esigono “trasparenza dalla Cina, pur riconoscendo l'importante ruolo dei ricercatori cinesi nell'affrontare il virus”. Tra i firmatari anche Ralph Baric, un virologo che in passato ha lavorato a stretto contatto con Shi Zhengli la virologa cinese dell’Istituto di virologia di Wuhan, autrice di diverse ricerche sui coronavirus dei pipistrelli ed è la virologa che ha scoperto l’origine della SARS, e bersaglio di attacchi e accuse di aver creato in laboratorio il virus SARS-CoV-2 e di averlo liberato senza che si potesse risalire al suo laboratorio. Una settimana dopo, il 21 maggio, Shi Zhengli pubblica un report con i genomi di otto coronavirus trovati nella miniera in Cina nel 2015. 

Il 23 maggio il Wall Street Journal pubblica alcuni dettagli di un rapporto dell’intelligence statunitense secondo i quali a novembre 2019 tre ricercatori dell’Istituto di virologia di Wuhan, in Cina, avrebbero chiesto assistenza medica in ospedale dopo avere sviluppato sintomi influenzali. Un’informazione che, prosegue il WSJ, deve essere ancora verificata con certezza ma che, se fosse accertata, avvalorerebbe quanto diffuso dal dipartimento di Stato statunitense sotto l’amministrazione Trump, ovvero che già nell’autunno 2019 alcuni ricercatori del laboratorio di Wuhan avevano manifestato “sintomi compatibili sia con la COVID-19 che con l’influenza stagionale”. Si tratta, tuttavia, di informazioni di seconda mano, spiega Robert Baer, ex agente della CIA. «In un contesto delicato come questo, sapere da dove vengono quei dati - nel database ci sarebbero infatti intercettazioni di chat room e messaggi postati sul social WeChat, email e forse tracciamenti degli spostamenti di alcuni scienziati di Wuhan - è importante quasi quanto approfondire ulteriormente le informazioni. Vengono da un alleato affidabile? O da un paese vicino con interessi specifici?», spiega Baer in un'intervista riportata da Repubblica. Durante le indagini del team dell’OMS in Cina, i responsabili dell’istituto cinese hanno respinto quest’ipotesi e hanno detto che tutto il personale era risultato negativo ai test per rilevare la presenza degli anticorpi contro il nuovo coronavirus.

Il 25 maggio, intervenendo al vertice annuale degli Stati membri dell'OMS a Ginevra, il rappresentante USA Jeremy Konyndyk sottolinea la necessità di arrivare a determinare una volta per tutte l’origine del nuovo coronavirus e sollecita «un’indagine indipendente basata sulle evidenze scientifiche» per avere le conoscenze tali che permettano di «rispondere con successo e prevenire future pandemie». Oltre agli USA, anche Regno Unito, Unione Europea, Australia e Giappone hanno chiesto ulteriori indagini. 

Il 26 maggio il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in un discorso pubblico – inusuale per questioni del genere – chiede alla comunità dell’intelligence statunitense di “raddoppiare” i propri sforzi nello studio delle origini del nuovo coronavirus e di avere un quadro aggiornato entro 90 giorni. 

Cosa c’è di nuovo?

«Il problema grosso è che non abbiamo ancora il progenitore del virus e finché non lo avremo tutte le ipotesi sono possibili». In un’intervista a Rai Radio 3 Scienza, Elisa Vicenzi, virologa a capo dell’Unità di patogenesi virale e biosicurezza dell’IRCCS Ospedale San Raffaele, ben sintetizza le posizioni di chi ripropone la tesi della fuga del virus per errore dal laboratorio di Wuhan:

  1. All’ipotesi dell’incidente in laboratorio nel documento dell’OMS sono state dedicate 4 pagine su 313. Il rapporto sostiene che è molto probabile che l’origine del virus sia naturale sebbene manchino molte prove per stabilire questa ipotesi in modo definitivo. Per questo c’è bisogno che tutti i dati («dati di frequenza, protocolli sperimentali, dati di passaggio del virus nelle cellule, di passaggio del virus negli animali») siano messi a disposizione anche di team indipendenti, non solo quello dell’OMS.
  2. A differenza di SARS-1 e MERS, per le quali l’ospite intermedio che ha permesso il salto di specie è stato trovato dopo pochi mesi dall’inizio della pandemia, per SARS-CoV-2, a distanza di oltre un anno, bisogna trovare ancora l’animale che ha trasmesso il virus all’uomo. «Qui si insinua il dubbio della fuga da laboratorio. Io non penso che il virus sia stato ingegnerizzato, penso piuttosto a un incidente di laboratorio. Si tratta di un’ipotesi perché non abbiamo nessuna prova per confermare questo», spiega Vicenzi.
  3. Il primo focolaio si è verificato vicino all'Istituto di virologia di Wuhan, dove i ricercatori hanno studiato i coronavirus dei pipistrelli, incluso il parente più prossimo al mondo di SARS-CoV-2. Alcuni studi sono stati condotti secondo standard di biosicurezza che rappresenterebbero un rischio potenzialmente elevato di infezione se il personale di laboratorio dovesse entrare in contatto con il virus. «È possibile che ci fossero dei virus di provenienza animale che sono stati passati nelle cellule e sappiamo che quando i virus vengono passati in laboratorio mutano. È possibile che un ricercatore si sia infettato e quindi abbia portato fuori l’infezione, magari anche asintomatico», aggiunge Vicenzi.

In particolare, chi sostiene la tesi della fuga dal laboratorio punta l’attenzione sul cosiddetto guadagno di funzione. In alcuni laboratori, come l’istituto di virologia di Wuhan, si cerca di rendere il virus più efficace e letale (vengono prodotte delle mutazioni che ne determinano un guadagno di funzione) per capire come infetta e colpisce gli esseri umani. Qualche ricercatore potrebbe essersi infettato mentre era impegnato in questa particolare sperimentazione. È questa l’ipotesi avanzata da Nicholas Wade sul Bulletin of the Atomic Scientists.

Secondo Wade, la presenza del sito di scissione della furina nel nuovo coronavirus sarebbe la prova del ricorso al guadagno di funzione.

La proteina spike di SARS-CoV-2 ha due subunità. La prima (S1) consente al virus di agganciarsi alle cellule umane, la seconda (S2) aiuta il virus a fondersi con la membrana cellulare. A quel punto il genoma virale viene iniettato nella cellula e inizia a replicarsi. Ma questo processo non sarebbe possibile fino a quando le due subunità non vengono separate. A tagliare S1 e S2 c’è il sito di scissione della furina che altri beta-coronavirus correlati alla SARS, però, non hanno, afferma Wade.

SARS-CoV-2 potrebbe aver acquisito il sito di scissione della furina per via naturale, per ricombinazione, o per via artificiale, inserito dai ricercatori alla giunzione tra S1 e S2 in un esperimento di guadagno di funzione. Wade propende per la seconda ipotesi perché le ricombinazioni in un sito del genoma del virus sono rare e se la trasmissione fosse stata naturale a quest’ora ne avremmo traccia nei registri di sorveglianza ospedaliera delle persone infettate dal virus in lenta evoluzione. Ma finora non sono venuti alla luce dati di questo genere. Inoltre, le caratteristiche del sito di scissione della furina sono così particolari (c’è una coppia di codoni CGG affiancata, mai trovata in altri beta-coronavirus. Una coincidenza curiosa considerato che solo il 5% dei codoni di arginina sono CGG, scrive Wade) da far pensare a un intervento umano. Niente di nuovo rispetto a quanto scriveva Li-Meng Yan lo scorso settembre. 

Ma, come hanno osservato diversi scienziati, questa spiegazione è troppo “facile”, spesso usata in modo improprio per spiegarsi qualsiasi cambiamento in un virus che potrebbe essersi verificato attraverso processi naturali e complessi. Come scriveva Ettore Meccia su Valigia Blu analizzando proprio l’articolo di Li-Meng Yan, 

“Spesso vediamo nell'evoluzione un percorso lineare, finalizzato, razionale che porta all'acquisizione di nuovi caratteri utili. Così un virus "trova" quella piccola sequenza che gli consente di infettare meglio una specie, o quella mutazione che gli consente di replicarsi più in fretta, o di resistere a un farmaco. Ma non è per niente così, l'evoluzione è solo il gioco tra il caso, ovvero una quantità enorme di eventi stocastici, e il filtro che la selezione naturale esercita su di essi. La maggior parte delle variazioni casuali è deleteria e noi non la vedremo mai perché sparisce. Alcune sono neutrali e possono restare, possono sparire, possono cambiare di nuovo. In genere durano poco. Mentre pochissime variazioni sono vantaggiose e vengono selezionate positivamente e mantenute. E in effetti sono quelle che vediamo, dandoci l’illusione di un processo razionale, perché tutte le altre non ci sono.”

Potrebbe essere stato questo anche il caso del “sito di taglio della furina che c’è e funziona", prosegue Meccia. "Se non ci fosse stato, SARS-CoV-2 avrebbe trovato un sito per una proteasi diversa. E magari avrebbe infettato cellule diverse. E se non avesse trovato quel sito, magari non ci sarebbe stato. Il caso e la selezione naturale creano meccanismi complessi e perfetti senza nessun disegno intelligente dietro. Richard Dawkins giustamente ha parlato dell’orologiaio cieco”.

Inoltre, scrive il giornalista scientifico Nsikan Akpan in un thread su Twitter, l’editoriale di Wade omette delle ricerche che, se citate, priverebbero di validità le sue argomentazioni a sostegno del guadagno di funzione.

L’unica certezza al momento è che non ci sono prove concrete che il guadagno di funzione abbia creato il nuovo coronavirus. Persino alcuni scienziati che sostengono questa tesi hanno invitato ad avere cautela e a prendere le distanze da chi afferma che si tratterebbe della prova definitiva della manipolazione del virus. «Non abbiamo i dati necessari per sostenere un’idea o un’altra», ha commentato su Poynter David Relman, microbiologo alla Standford University.

Infine, ad aggiungere carne al fuoco, nei giorni scorsi il Daily Mail ha pubblicato in esclusiva il pre-print di uno studio anglo-norvegese a cura dell’oncologo Angus Dalgleish e il virologo Birger Sørensen. Il paper, al momento non consultabile integralmente, ripropone la tesi che la proteina spike del nuovo coronavirus conterrebbe alcune parti inserite manualmente, già espressa in un precedente documento scritto dai due scienziati lo scorso anno sul Quarterly Review of Biophysics. Non è possibile, tuttavia, analizzare le prove a sostegno perché, a detta dei due ricercatori, le prove sarebbero state cancellate dal governo cinese.

Le parole di Biden

Fin qui la parte scientifica. Ma, come accaduto sin dall’inizio, la questione dell’origine del virus si svolge su un piano politico che spesso si sovrappone a quello scientifico, fino a dettarne l’agenda.

Questa speciale partita si sta giocando in questo momento negli Stati Uniti. Il 23 maggio, come detto, il Wall Street Journal pubblica i dettagli (tutti ancora da verificare, come specificato dallo stesso quotidiano statunitense) di documenti provenienti dall’intelligence sul possibile contagio di tre ricercatori dell’istituto di virologia di Wuhan.

Due giorni dopo, il 25 maggio, la CNN riferisce che l’amministrazione Biden aveva chiuso un’indagine avviata dal Dipartimento di Stato sotto la guida dell’ex Segretario di Stato, Mike Pompeo, per dimostrare che SARS-CoV-2 proveniva da un laboratorio cinese.

Secondo tre fonti consultate dalla CNN la sospensione è arrivata dopo che i funzionari di Biden hanno valutato lo stato dell’indagine e hanno sollevato dubbi sulla legittimità dei risultati finora raggiunti, definiti inconcludenti e fuorvianti. «Dall’analisi di scienziati esterni e indipendenti è emerso che il team del Dipartimento di Stato stesse tentando di giustificare conclusioni predeterminate», ha dichiarato una delle fonti consultate alla CNN.

In questo contesto sono arrivate il 26 maggio le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Joe Biden. Il presidente statunitense ha riferito di aver ricevuto un rapporto all’inizio di maggio, di aver chiesto aggiornamenti entro 90 giorni e l’apertura di ulteriori campi di indagine, incluse richieste specifiche alla Cina, come «l’accesso a tutti i dati e le evidenze pertinenti». L’obiettivo è anche quello di «spingere la Cina a partecipare a un'indagine internazionale completa, trasparente e basata su prove». 

Biden ha aggiunto che l’intelligence è divisa su due ipotesi considerate “probabili”: quella del salto di specie e dell’origine naturale del virus, considerata come la più credibile dagli esperti di salute pubblica e sostenuta da due agenzie dell’intelligence USA; e quella verso cui converge un'agenzia dell’intelligence, ovvero della fuga dal laboratorio di Wuhan. Le altre quindici agenzie (incluse CIA e DIA) non hanno ancora preso una posizione netta.

Le parole del presidente statunitense hanno avuto degli effetti a catena. Subito dopo le sue dichiarazioni, un portavoce di Facebook ha dichiarato a CNN Business che alla luce delle indagini in corso sulla COVID-19 e in consultazione con esperti di salute pubblica, la piattaforma non rimuoverà più affermazioni che sostengono che il nuovo coronavirus è stato creato dall’uomo. «Stiamo continuando a lavorare con esperti sanitari per stare al passo con l’evoluzione della pandemia e aggiornare regolarmente le nostre policy man mano che emergono nuovi fatti e tendenze», ha aggiunto il portavoce.

I Repubblicani hanno subito affermato che Biden stava facendo proprie le loro posizioni, liquidate in passato come teorie del complotto, mentre Pechino ha respinto ogni responsabilità e ha accusato gli USA di voler utilizzare la pandemia per obiettivi geopolitici.

Ma perché Biden ha deciso di intervenire pubblicamente in prima persona? Secondo un articolo pubblicato sul Washington Post l’obiettivo del presidente USA era smuovere una situazione che sembra impantanarsi sia a livello nazionale che internazionale. Negli Stati Uniti, Biden starebbe cercando di rompere lo stallo all’interno della comunità dell’intelligence e di gestire il dibattito intorno all’origine del virus che rischia di diventare incontrollato. Questo spiegherebbe la decisione del presidente di declassificare alcuni risultati iniziali che hanno portato alla luce le divisioni in seno all’intelligence e di dare il termine di 90 giorni per risultati più esaustivi. 

A livello internazionale, l’obiettivo sarebbe invece coinvolgere la Cina che, nella fase attuale, non sembra propensa a collaborare per nuove indagini internazionali, e contemporaneamente avere il sostegno dei paesi alleati, soprattutto per quanto riguarda la condivisione di informazioni di intelligence, dopo che Pechino ha smantellato la rete di informatori per gli USA presenti sul territorio.

Biden starebbe cercando di fare pressione sulla Cina lasciando però la porta aperta a future cooperazioni facendo passare l’idea che ogni indagine sarà fondamentale per prevenire future pandemie, scrivono sul New York Times Julian E. Barnes e David E. Sanger, giornalisti esperti di sicurezza nazionale. 

Questo approccio più cauto potrebbe essere paradossalmente più minaccioso per Pechino, scrive Financial Times. Se la Cina si sentirà messa all’angolo potrebbe cercare dei diversivi e rallentare ogni tentativo per capire come ha avuto origine la pandemia. 

Secondo il dottor Dale Fisher, presidente del Global Outbreak Alert and Response Network, coordinato dall'OMS, la reticenza di Pechino potrebbe essere dettata dal timore di richieste di risarcimento: «L'unico modo per andare a fondo della questione è solo dire: “Guarda, non ci sono sanzioni, dobbiamo solo risolvere la cosa”». Fisher ha, inoltre, esortato gli Stati Uniti a condividere le informazioni in loro possesso: «Il Wall Street Journal non è proprio il modo migliore per condividere la scienza».

Nuovi mercanti di dubbi?

L’ipotesi della fuga dal laboratorio per errore è, dunque, ancora congetturale: mai smentita, mai provata. Questo però è sufficiente per instillare il dubbio. A suffragare i sospetti si aggiungono la scarsa collaborazione da parte della Cina, come ammesso anche dall’OMS che ha chiesto l’accesso a una maggiore mole di dati, e la difficoltà dopo mesi nell’individuare l’ospite intermedio che ha permesso il salto di specie verso l’uomo. 

È proprio questo il nocciolo della questione. Le evidenze sono le stesse, incomplete, della primavera del 2020. E in questo gap si inseriscono i cosiddetti mercanti di dubbi, scrive Adam Rogers su Wired.

In questo momento, prosegue il giornalista, si stanno sovrapponendo due intenzioni diverse: chi chiede chiarezza e responsabilità internazionale (come gli scienziati che hanno scritto la lettera a Science o Fauci) e chi invece sta fabbricando incertezza. “Alcune delle persone che parlano di una fuoriuscita di laboratorio non vogliono una risposta. Vogliono amplificare e in alcuni casi addirittura creare, per ragioni per lo più venali, dubbi. Perché poi possono sfruttare quel dubbio per mantenere o conquistare potere”.

È uno schema che abbiamo già visto in altre circostanze, spiega Rogers. “I conservatori religiosi lo hanno fatto sull'evoluzione e l'istruzione, i ciarlatani lo hanno fatto sul legame inesistente tra vaccini e autismo. Le aziende del tabacco e i loro lobbisti lo hanno fatto sul legame molto reale tra tabacco, fumo passivo e cancro. Le case automobilistiche e i loro lobbisti lo hanno fatto sulle tecnologie di sicurezza nelle automobili. Le aziende chimiche e agricole lo hanno fatto sui prodotti chimici per l'agricoltura. Le industrie che emettono carbonio, principalmente il business del petrolio, lo stanno ancora facendo sul cambiamento climatico. Trova l'incertezza, aprila come un'esca e poi usala per ottenere un guadagno politico”.

Tutto si gioca sul concetto di probabilità. Quando gli scienziati dicono di non essere del tutto sicuri, intendono che le loro analisi di qualche evento o risultato includono una possibilità statistica di errore. Ma per i non scienziati il “non essere del tutto sicuri” diventa “c’è una possibilità che sia andata così”. È lo iato di significato tra l'incertezza per la scienza e per il senso comune. In questo spazio interstiziale si insinuano coloro che stanno perseguendo un piano squisitamente politico e, osserva ancora Ettore Meccia, tentano di trasformare quel che è “improbabile” per la scienza ma non “escludibile” in un “non si sa” che poi diventa “quindi è andata così”.

Al momento l’ipotesi più accreditata resta quella dell’origine naturale del virus, ma tutte le ipotesi non hanno evidenze complete per essere comprovate o escluse del tutto. Per questo sono necessarie nuove indagini e ulteriori studi, con la collaborazione di tutti.

Immagine in anteprima: UREEM2805, CC BY-SA 4.0, via sciencenews.org

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