COP30, la resistenza degli attivisti climatici dopo anni di repressione
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Era dalla COP26 a Glasgow nel 2021 che gli attivisti per il clima non scendevano nelle strade per protestare contro l’inazione dei governi di fronte alla crisi climatica. In questi anni ci sono state alcune azioni di disobbedienza civile da parte di gruppi come Just Stop Oil, a loro volta depotenziate dalle sentenze dei tribunali che hanno derubricato queste forme di protesta in una questione di ordine pubblico, svuotandole di fatto della loro carica simbolica. Di fronte all’inerzia della politica e alla cecità verso il futuro – sostengono gli attivisti - l'unico modo rimasto per farsi sentire è stato, negli ultimi anni, la disobbedienza civile con azioni eclatanti e simboliche.
Dopo le sentenze dei tribunali ci si chiedeva come portare avanti battaglie politiche nelle democrazie contemporanee, in un momento di grande crisi della rappresentanza e in presenza di uno iato sempre più profondo tra politica e società civile, con le istituzioni e i governi che, da un lato, devono rispondere ai toni sempre più perentori e stringenti delle ricerche scientifiche e, dall’altro, mediano con gli interessi corporativi dell’industria oil & gas che – scriveva all’epoca Ferdinando Cotugno su Domani – “ha deciso di cancellare completamente la responsabilità del futuro dalle sue considerazioni strategiche”? “Che alternative stiamo lasciando a quello che rimane del movimento per il clima che solo cinque anni fa veniva salutato come la più grande novità politica di questo secolo, i ragazzini che venivano a salvarci da noi stessi”?
Sabato scorso migliaia di persone sono tornate a protestare a Belém, in Brasile, alla vigilia della settimana cruciale della Conferenza sul clima COP30 delle Nazioni Unite. Gli organizzatori delle tre COP precedenti in Egitto, a Dubai e in Azerbaigian, avevano di fatto dissuaso manifestazioni di protesta durante il vertice.
L’evento è stato denominato “Grande marcia del popolo” e ha visto i manifestanti marciare per 4,5 km affiancati dagli indigeni che sventolavano striscioni e bandiere, scandivano slogan e diffondevano musica dagli altoparlanti. Nei giorni precedenti alla manifestazione altre due proteste guidate dagli indigeni avevano interrotto le attività di COP30 all'inizio della settimana.
I manifestanti hanno rinnovato la richiesta di un risarcimento per i danni causati dalle aziende e dai governi ritenuti responsabili del riscaldamento globale alle comunità povere ed emarginate, che hanno un impatto molto minore sul clima.
Alcuni manifestanti si sono vestiti di nero, inscenando il funerale dei combustibili fossili. I manifestanti hanno sfilato con tre bare contrassegnate dalle parole “carbone”, ‘petrolio’ e “gas”.
In omaggio alle numerose vittime tra gli attivisti ambientalisti, centinaia di manifestanti indossavano magliette rosse, a rappresentare il sangue versato per proteggere l'ambiente.
I manifestanti hanno anche sventolato una bandiera del Brasile con la scritta “Amazzonia protetta”, la foresta pluviale amazzonica minacciata dalla deforestazione e dall'agricoltura intensiva.
Verso la coda del corteo, 80 manifestanti hanno sollevato un cobra lungo 30 metri. Il cobra ha un doppio significato, hanno spiegato i manifestanti: il serpente è un animale sacro per le popolazioni indigene dell'Amazzonia brasiliana, e la parola cobra si traduce anche con “paga!”. “Siamo venuti qui con il messaggio che abbiamo bisogno di finanziamenti per il clima per le persone che vivono in Amazzonia”, ha detto l'attivista Helena Ramos della coalizione brasiliana di base Amazônia da Pé.
Negli stessi giorni della manifestazione, il presidente di COP30 e la ministra dell’Ambiente brasiliana, Maria Silva, impegnata durante questo vertice per il clima nella creazione del “bilancio etico globale” (GES), si sono presentati all’università di Belém, dove si stanno tenendo il “Vertice dei popoli”. Dal 2023, parallelamente alla COP, centinaia di ONG, movimenti ambientalisti e reti provenienti dai paesi ospitanti e dall'estero si riuniscono per dare voce a chi di solito non l’ha, strutturare un’azione coordinata e “far convergere le agende di unità socioambientale, antipatriarcale, anticapitalista, anticolonialista, antirazzista e dei diritti”, come si legge nel manifesto dei popoli verso la COP30.
Ispirandosi al bilancio globale previsto dall'accordo di Parigi, che consiste in una valutazione periodica dei progressi compiuti verso l'obiettivo di 1,5 °C, valutando gli NDC dei paesi e le politiche che stanno attuando per raggiungerli, il bilancio etico globale si concentrerà sugli aspetti “morali, etici e culturali” della crisi climatica, compresi gli impatti sproporzionati sulle comunità più povere, vulnerabili e svantaggiate, sulle donne, sui bambini e sulle popolazioni indigene.
“Il GES mira semplicemente a integrare la dimensione etica per rafforzare le decisioni politiche e le misure tecniche. Abbiamo già praticamente tutte le soluzioni tecniche per il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e persino le questioni sociali più urgenti. Ciò che serve è l'impegno etico ad applicare le nostre capacità tecniche e ad accelerare le nostre decisioni politiche, assicurandoci di rispettare gli impegni già presi”, ha dichiarato alla vigilia della COP30 la ministra Silva.
Il presidente brasiliano Lula ha promesso che lo svolgimento della COP in Amazzonia sarebbe stata un'opportunità per le popolazioni indigene di salire sul palcoscenico mondiale, portando alla ribalta le loro voci e le loro preoccupazioni.
Durante la giornata di chiusura del Vertice dei Popoli, la ministra Silva ha letto una lettera del Presidente brasiliano Lula indirizzata ai movimenti per il clima, nella quale ha ribadito l’impegno del Brasile per la giustizia climatica e la difesa dell’Amazzonia, riconoscendo il ruolo centrale dei popoli tradizionali. Lula ha inoltre invitato governi e società civile a unire le forze per accelerare la transizione e trasformare la COP30 in un momento di svolta concreta. Come sottolinea Ferdinando Cotugno, la sortita di Silva e del presidente di COP30, André Corrêa do Lago, presidente della COP30, al Vertice dei Popoli, simboleggia l’incontro tra il vertice e il controvertice: “Una mossa astuta e inedita di un mondo inquieto che sta allargando i margini del possibile”.
Non è ancora chiaro quale sarà il risultato finale di questa edizione della COP. La presidenza brasiliana ha sin dall’inizio sostenuto di non essere interessata a una decisione di copertura – ovvero l'accordo che talvolta viene raggiunto alla fine dei colloqui – ma di puntare all’attuazione degli impegni già presi nelle conferenze precedenti. Al momento, i delegati sono bloccati sulle “quattro grandi” questioni relative al finanziamento per il clima, al commercio, alla trasparenza e a come affrontare l'inadeguatezza dei piani climatici nazionali recentemente presentati dai paesi firmatari dell’accordo di Parigi del 2015.
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