Post cambiamento climatico

COP30 e l’assalto alla politica climatica globale

10 Novembre 2025 12 min lettura

author:

COP30 e l’assalto alla politica climatica globale

Iscriviti alla nostra Newsletter

12 min lettura

Dopo 30 anni la COP, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima, torna in Brasile. Trent’anni fa, nel 1992, a Rio de Janeiro fu firmato infatti il trattato che impegnava il pianeta a “evitare cambiamenti climatici pericolosi”. Da allora si sono susseguiti con esiti alterni 30 vertici globali che hanno visto un momento chiave a Parigi nel 2015 quando è stato siglato un accordo storico che impegnava quasi 200 paesi a darsi obiettivi specifici vincolanti per poter mantenere l’aumento delle temperature entro 1,5°C ed evitare il superamento di alcuni punti critici di non ritorno che potrebbero alterare irrimediabilmente le condizioni di vita del nostro pianeta.

Dal 2015 il clima politico intorno al cambiamento climatico è radicalmente mutato. E così quella che a un certo punto è stata definita prima una crisi climatica e poi un’emergenza climatica ha finito di esserlo. Prima nella percezione degli attori principali – leader politici e imprenditoriali – che dovrebbero guidare la transizione ecologica, e poi di converso nella già scadente attenzione mediatica – troppo solerte in caso di eventi estremi e clamorosi e spesso carente nel raccontare una questione che praticamente non fa clamore e, quindi, notizia per il suo procedere inesorabile – e in quella dell’opinione pubblica. C’è stato un picco, a cavallo del 2020, quando i global strike, gli scioperi climatici in tutto il mondo, hanno fatto convergere in unico grande movimento persone di tutte le generazioni, dagli studenti ai pensionati e la transizione energetica era ritenuta – anche nelle parole di esperti e rappresentanti delle istituzioni locali e sovranazionali – l’architrave di tutte le azioni politiche da intraprendere in ambito di riconversione industriale, professionale, economica, energetica, sociale, culturale. Un nuovo piano Apollo per clima, l’aveva definito all’epoca Mariana Mazzucato.

Poi di mezzo ci sono state una pandemia, il confinamento nelle proprie abitazioni per i lockdown, due grandi guerre, lo spostamento di gran parte dei governi nazionali verso quei partiti che quantomeno ridimensionano la portata del cambiamento climatico: chi ha seminato in tutti questi anni dubbi e negato il problema, una volta al potere ha semplicemente cancellato dall’agenda politica la crisi climatica, il consenso globale si è sgretolato, le proteste sono diventate una questione di ordine pubblico e l’unica possibilità per poter intervenire è stata la via giudiziaria

In questo contesto la COP torna alle sue origini in Brasile, simbolicamente organizzata per la prima volta nella città amazzonica di Belém, nella speranza di riuscire a rinvigorire la diplomazia climatica che appare sempre più anacronistica. Il 6 e il 7 novembre c’è stato un anticipo, una pre-COP30, sempre a Belém, nel tentativo di incoraggiare i team diplomatici, che condurranno i negoziati in queste settimana in Brasile, ad abbandonare le posizioni radicate e a intraprendere azioni coraggiose.

A che punto siamo con i piani nazionali per ridurre le emissioni

La COP30 rappresenta un momento di verifica cruciale di quanto concordato a Parigi nel 2015. L’accordo di Parigi chiedeva a ogni paese di elaborare un piano nazionale sulle emissioni di gas serra – chiamato “Contributi determinati a livello nazionale” (NDC) – da rivedere ogni cinque anni. Dal 2015 sono trascorsi due cicli di NDC: alla COP26 di Glasgow, gli Stati hanno presentato dei piani che avrebbero portato a un aumento delle temperature globali di circa 2,8°C, ben oltre la soglia di 1,5°C stabilita a Parigi. 

A Belém ci si aspettava di arrivare con piani nazionali più vicini all’obiettivo concordato nell’accordo del 2015. E invece non solo pochi Stati hanno presentato i propri piani prima della COP ma gli interventi proposti sono poco incisivi. Secondo l'ONU, i piani valutati ridurrebbero le emissioni di gas serra di circa il 10% entro il 2035, molto lontano dal 60% necessario per avere una ragionevole possibilità di rimanere entro l'obiettivo di 1,5 °C. Questi NDC portano direttamente a un aumento della temperatura di circa 2,5 °C, se tutti gli obiettivi in essi contenuti fossero raggiunti, o di 2,8 °C se si contassero solo gli obiettivi a cui sono associate misure politiche chiare. 

In questi cinque anni non è stato fatto nulla. E il compito del Brasile, in qualità di paese organizzatore, è tracciare una strada chiara per ridurre le emissioni e limitare l’aumento delle temperature a 1,5°C, sempre che questo obiettivo sia ancora raggiungibile. Le temperature medie globali per due anni consecutivi hanno superato questa soglia. Questo non pregiudica ancora l’obiettivo di Parigi, ma è un segnale preoccupante

La riduzione dei combustibili fossili

Il passaggio dirimente per poter limitare il riscaldamento globale è il progressivo abbandono dei combustibili fossili. Alla COP28 di Dubai nel 2023, i paesi hanno concordato per la prima volta di “abbandonare i combustibili fossili”, senza fissare una data precisa e senza fornire ulteriore dettagli. Ma per la prima volta una risoluzione di una COP affrontava la causa centrale della crisi climatica. Lo scorso anno, alla COP29, i paesi sostenitori della transizione energetica hanno cercato di consolidare questo percorso, senza però riuscirci a causa anche della gestione della presidenza azera.

Quest'anno la questione sarà riproposta sul tavolo dei negoziati, anche se la presidenza brasiliana è cauta. Decine di paesi hanno sollevato obiezioni in alcuni forum: alcuni paesi in via di sviluppo con giacimenti di petrolio e gas temono che venga loro impedito di sfruttarli; altri favorevoli alla risoluzione sono cauti; molti paesi temono che, in assenza di un piano dettagliato, la “transizione dai combustibili fossili” rimarrà solo una vaga promessa di scarso valore.

Il Brasile dovrà trovare un modo per superare questi ostacoli. Una soluzione, spiega il Guardian, potrebbe essere l’istituzione di un forum in cui i paesi possano esprimere liberamente e senza pressioni le loro preoccupazioni, e che richiederà diversi anni sotto i successivi presidenti della Cop per elaborare un piano per la transizione dai combustibili fossili, piuttosto che lottare per trovare una risposta in due sole settimane.

La finanza climatica

La COP29 dello scorso anno a Baku, in Azerbaigian, è stata la Cop dedicata alla finanza, dove, per la prima volta, i paesi hanno discusso su quanto aiuto dovrebbe essere fornito dai paesi ricchi a quelli poveri. L'obiettivo precedente di 100 miliardi di dollari all'anno a partire dal 2020 non è stato oggetto di discussione, ma è stato adottato alla Cop15 di Copenaghen nel 2009.

Dopo due settimane di asprezza e ostilità, la Cop29 è giunta alla stessa conclusione che era stata prevista molto prima del suo inizio: un obiettivo generale di 1.300 miliardi di dollari all'anno da destinare ai paesi in via di sviluppo entro il 2035, provenienti da un'ampia varietà di fonti pubbliche e private e, all'interno di tale importo, un impegno da parte dei paesi sviluppati a fornire direttamente 300 miliardi di dollari.

In questo anno di avvicinamento alla Conferenza di Belém, la presidenza brasiliana ha cercato di sanare le divisioni emerse durante la COP29 di Baku, redigendo un rapporto che prova a tracciare una sorta di roadmap per l’erogazione dei fondi concordati in Azerbaigian. Il rapporto,  pubblicato pochi giorni prima dell’inizio della COP30, contiene più di 50 raccomandazioni non vincolanti che costituiranno, però, una base per le discussioni. Tra queste figurano la raccolta di fondi dai produttori di petrolio e gas e da altre attività ad alta emissione di carbonio, come le tasse sui viaggiatori frequenti e sui trasporti.

I fondi per le foreste

Il presidente brasiliano Lula ha portato la Conferenza delle Nazioni Unite a Belém con un obiettivo ben preciso: istituire il Tropical Forests Forever Facility, un fondo che utilizzerà denaro inizialmente proveniente dai governi dei paesi più ricchi per raccogliere fondi dal settore privato e dai mercati finanziari da spendere in progetti che aiutino i governi e le comunità locali a preservare le foreste esistenti, invece di di sfruttarle per guadagni a breve termine. Per molti leader politici, atterrare nella piovosa città di Belém è stata la prima occasione per vedere da vicino le foreste tropicali, in rapida diminuzione.

Lula spera di raccogliere 25 miliardi di dollari di finanziamenti iniziali per creare un fondo da 125 miliardi di dollari. Ma il progetto sta incontrando il disimpegno di diversi paesi: la Germania dovrebbe fornire un miliardo di euro, praticamente quanto la Norvegia. Gli Stati Uniti si sono già defilati e il Regno Unito ha fatto sapere di non essere intenzionato a erogare fondi in questa prima fase, nonostante sia stato uno dei promotori del progetto.

Pagare i paesi e le comunità che vivono intorno alle foreste tropicali per tenerle in vita è probabilmente il modo migliore finora trovato per preservare le foreste e contrastare anche l’azione dei gruppi malavitosi e di potere che lucrano sul disboscamento. Questa idea è stata approvata 20 anni fa nella relazione Stern e ha una lunga tradizione. Alternative come l'assegnazione ai paesi boschivi di crediti di carbonio da vendere sui mercati del carbonio si sono rivelate problematiche.

Bilancio etico globale, giustizia climatica e popolazioni indigene

Lula ha promesso che lo svolgimento della COP in Amazzonia sarebbe stata un'opportunità per le popolazioni indigene di salire sul palcoscenico mondiale, portando alla ribalta le loro voci e le loro preoccupazioni.

Tutte le COP vedono la partecipazione di un piccolo numero di indigeni che però ottengono pochi risultati sostanziali. La COP30 potrebbe segnare una differenza rispetto alle conferenze del passato. La presidenza brasiliana proporrà una nuova iniziativa, chiamata “bilancio etico globale” (GES). Ispirandosi al bilancio globale previsto dall'accordo di Parigi, che consiste in una valutazione periodica dei progressi compiuti verso l'obiettivo di 1,5 °C, valutando gli NDC dei paesi e le politiche che stanno attuando per raggiungerli, il bilancio etico globale si concentrerà sugli aspetti “morali, etici e culturali” della crisi climatica, compresi gli impatti sproporzionati sulle comunità più povere, vulnerabili e svantaggiate, sulle donne, sui bambini e sulle popolazioni indigene.

Non è ancora chiaro quale influenza avrà il bilancio etico globale. Come affermato dalla ministra dell’Ambiente brasiliana, Marina Silva, che seguirà questa particolare sezione, il bilancio etico globale punta a garantire che l'equità e la giustizia siano aspetti fondamentali in qualsiasi politica climatica: “Il GES mira semplicemente a integrare la dimensione etica per rafforzare le decisioni politiche e le misure tecniche. Abbiamo già praticamente tutte le soluzioni tecniche per il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e persino le questioni sociali più urgenti. Ciò che serve è l'impegno etico ad applicare le nostre capacità tecniche e ad accelerare le nostre decisioni politiche, assicurandoci di rispettare gli impegni già presi”.

“Mutirão”: l’approccio non ortodosso del Brasile al vertice

E per far sì che gli impegni presi siano mantenuti, la presidenza brasiliana della COP punta anche a snellire la struttura bizantina dei vertici sul clima, caratterizzata da “filoni” negoziali e iniziative sostenute dalla presidenze precedenti e che finiscono sostanzialmente nel nulla. 

All'inizio di quest'anno il Brasile ha annunciato l’intenzione di avviare un processo di razionalizzazione del processo decisionale delle COP. Anche Simon Stiell, segretario esecutivo dell'UNFCCC, sta valutando cosa si potrebbe fare per riformare la COP: “Dobbiamo anche continuare a evolverci e ci dobbiamo impegnare per prendere decisioni più rapide, pienamente inclusive e di qualità superiore, che leghino il processo formale sempre più strettamente alle economie reali e alla vita reale”.

La presidenza brasiliana della COP sta valutando addirittura l’idea di non concludere la Conferenza con la tradizionale approvazione della “decisione quadro” finale, un documento concordato da tutte le parti che riunisce risoluzioni numerate su molti degli aspetti disparati della crisi climatica. Rinunciare alla decisione quadro onnicomprensiva – un documento vago, a volte troppo lungo, ma spesso il risultato principale di una COP – potrebbe risultare rischioso, considerato che alcune questioni chiave potrebbero essere omesse e alcuni impegni presi potrebbero non essere più verificabili, come affermato al Guardian da un funzionario di una delle precedenti COP.

Ma l’obiettivo del Brasile è portare risultati concreti più che accordi formali: adottare misure per raggiungere gli obiettivi già fissati, piuttosto che passare la maggior parte del tempo a fissare nuovi obiettivi e a discutere su chi dovrebbe assumersi la maggiore responsabilità. E queste intenzioni si sono già intraviste nel percorso di avvicinamento al vertice di Belém. Il Brasile ha profuso un forte sforzo diplomatico per utilizzare l'evento per stringere legami e promuovere reti climatiche, attingendo al concetto di mutirão

Un mutirão “si riferisce a una comunità che si riunisce per lavorare a un compito comune, che si tratti di raccogliere, costruire o sostenersi a vicenda”, ha detto André Corrêa do Lago, presidente della COP30. Adattato dalla pratica indigena, “la presidenza entrante della Cop30 invita la comunità internazionale a unirsi al Brasile in un mutirão globale contro il cambiamento climatico, uno sforzo globale di cooperazione tra i popoli per il progresso dell'umanità”.

Le giornate tematiche saranno organizzate lungo sei “assi” chiave: transizione dell'energia, dell'industria e dei trasporti verso un modello a basse emissioni di carbonio; gestione delle foreste, degli oceani e della biodiversità; trasformazione dell'agricoltura e dei sistemi alimentari; rafforzamento della resilienza delle città, delle infrastrutture e delle risorse idriche; promozione dello sviluppo umano e sociale; e attivazioni di acceleratori del cambiamento, come la finanza, la tecnologia e il capacity-building.

https://bsky.app/profile/drsimevans.carbonbrief.org/post/3m57x2o5bes2w

“Il nostro ruolo alla COP30 è creare una tabella di marcia per il prossimo decennio per accelerare l'attuazione degli impegni intrapresi”, afferma Ana Toni, amministratore delegato della COP30.

I vertici sul clima hanno ancora senso?

La maggiore attenzione sull’attuazione degli impegni già presi invece sul prefigurare nuovi obiettivi riflette una discussione più ampia sugli impatti delle Conferenze sul clima: ha ancora senso farli, si interroga un approfondimento di BBC

La fotografia, scattata dieci anni fa a Parigi, con decine di primi ministri e capi di Stato, tra cui il futuro re Carlo, l’allora primo ministro britannico, David Cameron, il presidente cinese Xi Jinping e quello statunitense, Barack Obama, sembra un cimelio del passato se si pensa che diversi leader mondiali hanno deciso di disertare l’inaugurazione del vertice in Brasile. In particolare non si sono presentati Xi, Modi e Trump, i presidenti dei tre paesi che producono più emissioni. Se così tanti leader non sono presenti, che senso ha organizzare un incontro multinazionale?

L’amministrazione Trump ha subito dichiarato che quest'anno non invierà alcun funzionario di alto livello. Il primo giorno del suo secondo mandato, Trump ha usato il suo caratteristico pennarello per ritirare gli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi e ha detto che “questo ‘cambiamento climatico’ è la più grande truffa mai perpetrata al mondo”. Poi ha revocato le restrizioni su petrolio, gas e carbone, ha firmato sgravi fiscali per miliardi di dollari a favore delle aziende di combustibili fossili, ha aperto i terreni federali all'estrazione e ha invitato i governi di tutto il mondo ad abbandonare i loro “patetici” programmi di energia rinnovabile e ad acquistare petrolio e gas dagli Stati Uniti, in alcuni casi con il rischio di tariffe punitive in caso di rifiuto. Proposta subito raccolta da Giappone, Corea del Sud ed Europa. Molti sostenitori dei negoziati della COP sono preoccupati. Cosa succederà se la strada intrapresa dagli Stati Uniti porterà altri paesi a ridimensionare i propri impegni?

La strategia di Trump sta mettendo gli Stati Uniti in rotta di collisione con la Cina, che da decenni lavora per dominare l'approvvigionamento energetico mondiale, ma attraverso tecnologie pulite. Nel 2023, secondo il sito britannico Carbon Brief, le tecnologie pulite hanno guidato circa il 40% della crescita economica della Cina. Dopo un leggero rallentamento lo scorso anno, le energie rinnovabili hanno rappresentato un quarto di tutta la nuova crescita e ora costituiscono oltre il 10% dell'intera economia. E, come l'America di Trump, la Cina si sta impegnando a livello internazionale ben oltre la partecipazione alla COP: sta globalizzando il suo intero modello energetico.

Risultato? Le politiche climatiche ed energetiche gravitano intorno a queste due superpotenze mondiali, Stati Uniti e Cina, entrambe interessate a una diplomazia bilaterale. Per questo incontri come le Conferenze sul clima sono ancora importanti, ma sono in grande crisi. 

“L'era d'oro della diplomazia multilaterale è finita”, osserva Joss Garman, ex attivista per il clima che ora dirige un nuovo think tank chiamato Loom. “La politica climatica ora più che mai riguarda chi si accaparra e controlla i benefici economici delle nuove industrie energetiche”.

Iscriviti alla nostra Newsletter


Come revocare il consenso: Puoi revocare il consenso all’invio della newsletter in ogni momento, utilizzando l’apposito link di cancellazione nella email o scrivendo a info@valigiablu.it. Per maggiori informazioni leggi l’informativa privacy su www.valigiablu.it.

La crisi di vertici come le Conferenze sul clima riflette, a sua volta, la crisi del “multilateralismo”, ovvero l'idea che le questioni globali debbano essere risolte dai paesi riunendosi in uno spirito di cooperazione, rispetto reciproco e rispetto della legge, e più in grande la delegittimazione dei grandi organismi sovranazionali. Un lavoro di logorio continuo voluto da accentratori di potere che sta dando i suoi frutti.

Tutto questo, secondo diversi osservatori, porta a pensare che il processo di decarbonizzazione sarà meno incentrato sugli impegni multinazionali delle COP passate e molto più sugli accordi economici tra i singoli paesi. Con buona pace degli impatti etici, sociali e culturali della crisi climatica e delle conseguenze del cambiamento climatico sulla vita delle persone.

Immagine in anteprima via Rai News

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


CAPTCHA Image
Reload Image

Segnala un errore