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Un leak svela dall’interno il sistema di repressione della Cina: oltre un milione di musulmani sottoposti a detenzione di massa

18 Novembre 2019 5 min lettura

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Un leak svela dall’interno il sistema di repressione della Cina: oltre un milione di musulmani sottoposti a detenzione di massa

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Ovest della Cina. Regione dello Xinjiang. Gli studenti si preparano a tornare a casa al termine della scuola, pronti a passare l'estate in famiglia. Una volta tornati, però, non avrebbero trovato nessuno: né i genitori, né i propri parenti e nemmeno i vicini. Tutti finiti nei campi di detenzione per le minoranze musulmane del paese. Per prevenire proteste e reazioni, le autorità della regione compilano una guida per rispondere alle domande degli studenti che vogliono sapere che fine ha fatto la propria famiglia. "Sono in una scuola di formazione". Una scuola da cui però non possono uscire liberamente. Agli studenti viene inoltre detto che il loro comportamento avrebbe avuto conseguenze sulla durata della permanenza dei propri familiari in queste strutture: "Siamo sicuri che li sosterrai, perché questo è per il loro bene (...) e anche per il tuo".

Questa direttiva è solo uno dei documenti governativi riservati che il New York Times ha ottenuto da un whistleblower interno del Partito comunista cinese (Pcc) e pubblicato lo scorso 16 novembre. 403 pagine che forniscono, scrivono Austin Ramzy e Chris Buckley nell'articolo, "una visione interna senza precedenti della repressione" nello regione dello Xinjiang, "dove le autorità negli ultimi tre anni hanno condotto nei campi di internamento e prigioni fino a un milione" di persone appartenenti alla minoranza musulmana, come gli uiguri. Nei documenti riservati ci sono centinaia di pagine con discorsi interni di importanti leader cinesi, rapporti sulla sorveglianza e sul controllo degli uiguri nello Xinjiang, con riferimenti anche a piani per estendere le restrizioni nei confronti dell'Islam in altre parti della Cina.

Pechino ha sempre respinto le accuse e denunce, da parte di ONG e organi internazionali, di repressione nei confronti di questa popolazione, organizzando anche visite in questi campi descritti dallo Stato centrale come "centri di formazione" volontari, rieducativi e utilizzati per contrastare l'estremismo islamico, all'interno di una campagna con fini benevoli. Ma ora il contenuto di questi documenti sembra contraddire queste affermazioni.

via Wsj

La regione della Xinjiang, spiega Simone Pieranni su il Manifesto, "è strategica per Pechino in quanto confinante con otto stati (Mongolia, Russia, Kazhakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e la parte di Kashmir amministrata dall’India) e per le sue risorse". Per questo motivo da tempo quel territorio è interessato da politiche dello Stato centrale: "Anni fa fu lanciato la campagna Go West, un modo come un altro per incentivare gli imprenditori ad avviare attività nella regione, con la speranza che l’aumento del tenore di vita spegnesse istanze autonomiste; secondo gli uiguri, in realtà questo sviluppo è stato solo a vantaggio della popolazione han, l’etnia maggioritaria del paese, che via via è diventata una parte sempre più consistente della regione".

Negli anni, poi, dopo che nello Xinjiang si sono verificate azioni sporadiche di attività separatiste, proteste anti-governative generali e diversi attentati, da parte di Pechino "sono cominciate le direttive di natura più securitaria", continua il giornalista, "fino ad arrivare alle accuse nei confronti del Pcc di aver trasformato la regione in una immensa prigione, a seguito di arresti di massa in campi-carcere".

Il New York Times elenca le principali informazioni contenute nei documenti trapelati: nell'aprile del 2014 il presidente della Repubblica popolare cinese e capo del partito Xi Jinping, dopo che militanti uiguri avevano pugnalato più di 150 persone in una stazione ferroviaria, uccidendone decine, secondo report governativi, in una serie di discorsi privati a diversi funzionari aveva gettato le basi per una repressione, chiedendo «lotta totale contro il terrorismo, l’infiltrazione e il separatismo» con gli «strumenti della dittatura» e «senza nessuna pietà» ed esortando a emulare aspetti della "guerra al terrorismo" da parte degli Stati Uniti d'America, dopo gli attacchi dell'11 settembre 2001; questa repressione ha incontrato dubbi e resistenze da parte di funzionari locali che temevano che avrebbe esacerbato le tensioni etniche nella regione, bloccando anche la crescita economica, ma la reazione del governatore dello Xinjiang, Chen Quanguo, è stata quella di mandare via i funzionari dubbiosi. Uno di questi è stato anche imprigionato dopo che aveva fatto rilasciare dai campi migliaia di detenuti.

Il quotidiano statunitense specifica inoltre che finora non è chiaro in che modo siano stati raccolti e selezionati questi documenti – forniti da una funzionario cinese cha ha chiesto l'anonimato –, ma che la fuga di notizie suggerisce un malcontento in crescita all'interno dell'apparato del partito per la repressione in quei territori. Su questo aspetto, Pieranni sul Manifesto scrive anche "da tempo ci si chiede se esista un’opposizione interna al dominio di Xi Jinping: forse i Xinjiang Papers potrebbero essere l’evento capace di insinuare che qualcuno all’interno del Pcc non è in linea con Xi".

Lunedì 18 novembre, tre giorni dopo la pubblicazione della notizia, il portavoce del ministro degli Esteri cinese ha attaccato l'articolo del New York Times, accusando il giornale di ignorare le ragioni e il successo di quello che la Cina definisce una programma per contrastare povertà, separatismo ed estremismo religioso nella regione. Il Nyt ha risposto che, nelle sue accuse, il governo cinese non ha comunque contestato l'autenticità delle 403 pagine di documenti interni che denunciano una repressione nei confronti degli uiguri e di altri musulmani nella Cina occidentale negli ultimi tre anni.

Lo scorso 29 ottobre, il Regno Unito, insieme ad altri 22 paesi, tra cui Australia, Canada, Francia, Germania e Giappone, ha condannato le detenzione delle minoranze musulmani dello Xinjiang nei campi di detenzione e chiesto al governo cinese di consentire all'Ufficio dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani un accesso immediato e senza restrizioni nella regione. Anche in questo caso, Pechino aveva respinto le accuse.

Foto in anteprima via Quartz

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