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Cosa è successo in Bolivia? Perché si è dimesso Evo Morales? Volontà popolare o colpo di Stato?

17 Novembre 2019 17 min lettura

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Cosa è successo in Bolivia? Perché si è dimesso Evo Morales? Volontà popolare o colpo di Stato?

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Ancora scontri e morti in Bolivia: 6 manifestanti pro-Morales uccisi in un'operazione delle forze dell'ordine per liberare un impianto di stoccaggio di carburante

Aggiornamento 20 novembre 2019: Ancora scontri, violenze e morti in Bolivia. Sei persone sono state uccise e altre 30 sono rimaste ferite martedì scorso in un’operazione delle forze dell’ordine per liberare un impianto per lo stoccaggio dell’impresa statale Ypfb a Senkata, vicino El Alto, occupato da alcuni manifestanti a favore dell’ex presidente Evo Morales, dimessosi lo scorso 10 novembre e ritiratosi in Messico dopo le crescenti proteste anti-governative e le accuse di brogli elettorali secondo quanto rilevato da un audit dell’Organizzazione degli Stati americani (OAS). Lo riferisce l'Ufficio del Difensore del popolo boliviano.

Alcune persone, raccolte in chiesa per piangere i propri cari, hanno dichiarato di essere state attaccate dalle forze di sicurezza, scrive il Washington Post. “I manifestanti stavano tentando di far esplodere la centrale di carburante con degli esplosivi e avrebbero potuto provocare una tragedia enorme”, ha affermato il ministro della Difesa ad interim Fernando López.

L’impianto era stato bloccato da tempo al punto che da giorni nella capitale La Paz scarseggiavano benzina e diesel. Durante l’operazione le forze dell’ordine hanno fatto ricorso ad armi e lacrimogeni e con l’appoggio di elicotteri dall’alto hanno vinto la resistenza dei manifestanti.

Le proteste, iniziate dopo le contestate elezioni presidenziali del 20 ottobre scorso, si sono inasprite dopo le dimissioni di Morales. Su Twitter, l’ex presidente ha chiesto alla Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh) e all'Onu di denunciare e frenare “questo massacro di fratelli indigeni che chiedono nelle strade pace, democrazia e rispetto della vita".

Nel frattempo, Jeanine Áñez, autoproclamatasi presidente a interim la scorsa settimana, ha dichiarato di essere pronta a convocare nuove elezioni per frenare la violenza di questo ultimo mese. Dal canto suo, il Movimento per il socialismo (Mas) di Morales – che detiene la maggioranza dei seggi – si è detto pronto ad annullare una seduta convocata per discutere di nuove elezioni e respingere le dimissioni del leader boliviano in modo tale da inasprire i conflitti e aumentare la pressione su Áñez, la cui autoproclamazione a presidente a interim del paese è fortemente contestata dal Mas. Il voto, previsto ieri, sarebbe stato sospeso “per contribuire a un ambiente favorevole al dialogo e alla riappacificazione”.

In Bolivia proteste, scontri e morti. Le ultime vittime venerdì a Sacaba, vicino Cochabamba, nel centro del paese, dove 9 persone sono rimaste uccise negli scontri tra i manifestanti a favore dell’ex presidente Evo Morales, dimessosi lo scorso 10 novembre e ritiratosi in Messico, e soldati e agenti di polizia. Secondo la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) ci sono stati almeno 122 feriti. Le proteste, iniziate dopo le elezioni presidenziali del 20 ottobre scorso, si sono inasprite dopo le dimissioni di Morales. Finora oltre 20 persone sono rimaste uccise e 715 ferite.

«Le azioni repressive da parte delle autorità potrebbero compromettere ogni possibilità di dialogo», ha dichiarato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet, sottolineando il rischio che la violenza in Bolivia possa «sfuggire di mano».

Venerdì, prima delle violenze a Sacaba, Evo Morales aveva dichiarato alla BBC di essere pronto a rientrare in Bolivia affinché tornasse la calma e aveva respinto le accuse di brogli elettorali mosse nei suoi confronti all’indomani delle elezioni del 20 ottobre. Dopo giorni di scontri in piazza in diverse città, alle quali avevano partecipato anche i vertici delle forze armate e della polizia, Morales aveva deciso di dimettersi e indire nuove elezioni.

«Che prove hanno contro di me? Brogli elettorali», ha detto Morales alla BBC rispondendo a Jeanine Áñez, autoproclamatasi presidente ad interim della Bolivia, che aveva affermato che nel caso in cui l’ex presidente rimetta piede nel paese sarà processato.

Avvocata, ex presentatrice televisiva e senatrice dal 2010, Áñez ha assunto il controllo temporaneo del paese in quanto vicepresidente del Senato dopo le dimissioni di Morales e del suo vice Alvaro Garcìa Linera e in seguito alla rinuncia dei presidenti delle due Camere. La nomina di Áñez è stata approvata dalla Corte costituzionale della Bolivia e riconosciuta dagli Stati Uniti nonostante non sia stato raggiunto il quorum. Alla sessione della sua proclamazione, disertata dal Movimento al socialismo di Morales che detiene la maggioranza dei seggi, hanno partecipato i soli parlamentari dell’opposizione. “Denuncio alla comunità internazionale che l’atto di autoproclamazione di un senatore come presidente viola la Costituzione della Bolivia e le regole interne dell’Assemblea legislativa”, ha scritto Morales su Twitter.

Jeanine Áñez, Evo Morales, Bolivia
Jeanine Áñez con la Bibbia gigante a La Paz dopo essersi autoproclamata presidente ad interim della Bolivia

Áñez si è presentata per prestare giuramento portando una Bibbia gigante sottobraccio ed è stata fotografata durante una riunione nel palazzo di governo con le forze armate. Proprio la Bibbia è stata inserita tra i simboli del paese insieme a una bandiera dell'Est amazzonico della Bolivia, accanto alla whipala, la bandiera di forma quadrata, rappresentativa dei popoli nativi. La presidente ha anche annunciato la rottura dei rapporti con il governo venezuelano guidato da Nicolas Maduro e l'espulsione dei diplomatici venezuelani a La Paz per "aver violato le regole della diplomazia interferendo" negli affari interni della Bolivia.

La Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) ha condannato il governo di Añez per aver emesso un decreto che esenta da ogni responsabilità penale i soldati che prendono parte alla repressione delle proteste La norma è stata approvata il giorno prima degli scontri di Sabaca.

Ma come si è arrivati alle dimissioni di Evo Morales? Perché si è dimesso? Volontà popolare o colpo di Stato? Qui una raccolta di articoli per delineare un quadro di quanto accaduto nelle ultime settimane nel paese sudamericano travolto dalle proteste.

"Evo Morales era considerato il leader rivoluzionario della Bolivia, un difensore dei lavoratori e degli indigeni e un'icona della sinistra nel mondo. Oggi che ha rassegnato le dimissioni, abbandonato dalla maggior parte dei suoi alleati e connazionali, il suo incarico di capo di Stato più longevo dell'America Latina si è improvvisamente interrotto".

Così Anatoly Kurmanaev in un articolo del New York Times che spiega come la candidatura al quarto mandato presidenziale, dopo 13 anni al potere, abbia determinato la discesa dell'ex leader sindacalista che ha prima cambiato le regole elettorali e poi dichiarato la vittoria alle contestatissime elezioni del 20 ottobre scorso a seguito delle quali si sono succedute settimane di disordini e scontri tra suoi sostenitori e oppositori in quasi tutte le principali città boliviane, paralizzando il paese e causando morti e feriti.

Manifestazione a La Paz, 23 ottobre 2019 Paulo Fabre, Wikimedia Commons

Per la testata americana con il ritiro del sostegno al presidente da parte di sindacati, gruppi indigeni e, soprattutto, di forze armate e polizia si è dissolto, in poche ore, il suo pugno di ferro sullo Stato boliviano, nonostante l'offerta di dialogo all'opposizione e la proposta di indire nuove elezioni.

Ma come si è arrivato a tutto questo?

Secondo il racconto del New York Times il successo economico di Morales era già stato compromesso negli ultimi anni dall'adozione di misure sempre più autoritarie, perseguendo figure dell'opposizione (attraverso la magistratura) e nominando alleati in posti strategici nei tribunali (Corte costituzionale inclusa) e nelle commissioni elettorali, con l'obiettivo di mantenere il potere.

Il 21 febbraio 2016, quando Morales era in carica da 10 anni (dopo aver già modificato la Costituzione nel 2009, prima della scadenza del suo primo mandato, prevedendo che il capo dello Stato potesse essere eletto per due mandati consecutivi di cinque anni), la maggioranza dei boliviani aveva già deciso che il suo presidente avesse occupato la poltrona per troppo tempo votando un referendum giuridicamente vincolante che gli impediva di candidarsi nuovamente (con i "no" che hanno raggiunto il 51,3% contro il 48,7% dei "sì" del 99,7% dei voti scrutinati espressi dall'84,47% dei 6.500.000 di boliviani aventi diritto).

Respingendo il verdetto della consultazione, il Movimiento al Socialismo (MAS), il partito di Morales, è ricorso in appello presso la Corte costituzionale della Bolivia, che ha poi deliberato nel 2017 che i limiti di mandato avrebbero violato i diritti umani del presidente dandogli quindi il via libera per candidarsi alle consultazioni di quest'anno.

All'indomani del voto del 20 ottobre scorso, che ha visto Evo Morales presentarsi alle elezioni generali con altri otto candidati, il malcontento popolare è esploso nel momento in cui c'è stato un blocco di 24 ore della diffusione dei risultati (quando era stato raggiunto l'84% dei voti scrutinati) salvo poi annunciare, alla ripresa, la vittoria di Morales al primo turno.

Come scrive in un articolo del Guardian Gabriel Hetland, professore associato di Sociologia e studi latinoamericani, dei Caraibi e latini alla SUNY (The State University of New York), al momento della sospensione i risultati davano un vantaggio di Morales nei confronti del suo più diretto rivale - Carlos Mesa, ex capo di stato della Bolivia dal 2003 al 2005, candidato della coalizione centrista Comunidad Ciudadana (CC) formata dai partiti Frente Revolucionario de Izquierda (FRI) e Soberanía y Libertad (Sol.Bo) con l'appoggio esterno di Unidad Nacional - inferiore al 10% che avrebbe rimandato l'elezione al ballottaggio previsto il 15 dicembre, non avendo Morales raggiunto il 51% dei consensi.

Il sospetto che durante le 24 ore di silenzio ci siano stati brogli che abbiano poi consentito a Morales di annunciare la vittoria con uno scarto di preferenze superiore al 10% ha suscitato crescenti proteste che hanno spinto il presidente uscente ad accettare una revisione vincolante del voto da parte dell'Organizzazione degli Stati americani (OSA), inizialmente condivisa anche da Mesa che l'ha poi rifiutata a seguito delle pressioni dei leader dei partiti di estrema destra che avevano annunciato che non avrebbero comunque accettato l'esito delle votazioni, chiedendo le dimissioni di Morales.

Domenica 10 novembre a seguito dell'esito dell'audit dell'OSA, che ha riscontrato irregolarità nel processo di voto tali da non poterne certificare la correttezza, Morales ha annunciato lo svolgimento di nuove elezioni, come era stato chiesto inizialmente dai manifestanti che poi avevano invocato dimissioni immediate.

La richiesta di dimissioni - prosegue Hetland - espressa in prima battuta dall'estrema destra, è stata successivamente appoggiata da movimenti popolari e sindacati tra cui il sindacato dei minatori e quello dei lavoratori boliviani (COB) che il 10 novembre ha chiesto al presidente "di rassegnare le dimissioni, se necessario" per pacificare il paese. «È il popolo a chiederlo. Ecco perché chiediamo al presidente di riflettere. Se è per il bene del paese, se è per la salute del paese, che il nostro presidente si dimetta», ha dichiarato in una conferenza stampa a La Paz il leader del COB, Juan Carlos Huarachi.

Per alcuni intellettuali di sinistra, tra cui la messicana Raquel Gutiérrez e lo scrittore e giornalista Raúl Zibechi - continua Hetland - il fatto che queste realtà abbiano espressamente chiesto a Morales di dimettersi, è la dimostrazione che quanto accaduto non deve essere considerato un colpo di Stato.

Tuttavia, secondo Hetland, questa interpretazione ignora un aspetto fondamentale della vicenda e cioè che Morales si è dimesso domenica 10 novembre (insieme al vice presidente e ai presidenti di Camera e Senato) soltanto dopo essere stato costretto a farlo dai militari, dietro loro "suggerimento" di lasciare l'incarico, quando accettare rappresentava l'unica scelta per non rischiare un'escalation di violenza nel paese, avendo perso anche l'appoggio della polizia. «Dopo aver analizzato la situazione di conflitto interna, chiediamo al presidente di dimettersi dal suo mandato presidenziale per consentire la pacificazione e il mantenimento della stabilità, per il bene della nostra Bolivia», aveva detto alla stampa l'ex comandante delle Forze Armate Williams Kalima.

L'ammutinamento della polizia antisommossa era iniziato venerdì 8 novembre, al termine di un incontro che ha visto la partecipazione di decine di agenti che hanno poi deciso che avrebbero smesso di difendere Morales, unendosi ai manifestanti per chiedere le sue dimissioni. Partito dalla città di Cochabamba, il rifiuto di continuare ad arginare la violenza delle proteste e di rimanere nelle proprie caserme aveva coinvolto, sabato 9 novembre, otto dei nove dipartimenti del paese.

Secondo quanto riportato dalla Reuters, ripresa dal New York Times, alcuni agenti si sarebbero lamentati del fatto che il governo boliviano avesse elargito pensioni e stipendi generosi alle forze armate, senza offrire benefici analoghi alla polizia. Altri avrebbero affermato di aver ricevuto ordini superiori di reprimere solo le proteste dei manifestanti antigovernativi, evitando conflitti con i lealisti filo-Morales. Altri ancora avrebbero dichiarato di essere semplicemente logorati da settimane di conflitto all'indomani del 20 ottobre.

AP

Indipendentemente dalle cause, senza il sostegno delle forze dell'ordine locali e delle forze armate Morales e il suo governo hanno perso il controllo del paese.

La perdita dell'appoggio della polizia ha segnato la fine, secondo l'analista politico Franklin Pareja, professore all'Università boliviana Mayor de San Andres. «Il governo ha perso il suo scudo», ha detto Pareja. «Di conseguenza, era totalmente vulnerabile e non poteva andare più avanti».

In una diretta televisiva Morales ha spiegato i motivi che hanno portato alle dimissioni dovute ad "un golpe civico" e alla sua volontà di riappacificare il paese.

«Mi dimetto, invio la mia lettera di dimissioni all'assemblea legislativa», ha detto raccontando di essere stato obbligato a compiere questo passo "come presidente indigeno e presidente di tutti i boliviani per cercare la pace", aggiungendo successivamente in un tweet, poi eliminato, che la polizia aveva emesso un mandato di arresto illegale a suo carico e che "gruppi violenti" avevano attaccato la sua abitazione.

«Mi dimetto dall'incarico di presidente così (Carlos) Mesa e (Luis Fernando) Camacho smetteranno di perseguitare i leader dei movimenti sociali», ha aggiunto nel corso del messaggio televisivo, rivolgendosi al principale contendente ma soprattutto a Luis Fernando Camacho che, sebbene non fosse incluso nell'elenco dei candidati alle elezioni, è il maggiore oppositore di Morales nonché rappresentante della élite bianca di estrema destra.

Definito il "Bolsonaro boliviano" (per le idee politiche e la misoginia che lo accomunano al presidente brasiliano), nelle ultime tre settimane di protesta Camacho, acclamato dalla folla, ha continuato a ripetere un'unica frase: "La Bibbia tornerà al Palazzo del Governo".

Sconosciuto fino a sei mesi fa all'opinione pubblica boliviana, "Camacho è oggi uno dei principali protagonisti della mobilitazione che ha portato alle dimissioni di Evo Morales domenica", scrive Boris Miranda su BBC News Mundo.

Avvocato e imprenditore quarantenne "Macho Camacho" (come lui ama chiamarsi a farsi chiamare) è stato tra i primi ad entrare nel palazzo del governo di La Paz per depositare una Bibbia pochi minuti prima dell'annuncio delle dimissioni di Morales.

Simili gesti eclatanti e i continui riferimenti al "potere di Dio" non sono passati inosservati in un paese dilaniato da una crisi politica acuta. In occasione di incontri pubblici Camacho non manca di invitare la platea a rivolgere una preghiera all'"onnipotente". Nell'ultima sua apparizione a Santa Cruz, in uno dei numerosi comizi organizzati contro Morales, si è presentato sul palco accompagnato da un'immagine della Vergine Maria con una croce sullo sfondo.

Camacho è presidente del Comitato Civico di Santa Cruz, considerato "il governo morale" della città più popolosa della Bolivia, roccaforte storica dell'opposizione.

Dopo l'annuncio della vittoria di Morales al primo turno l'esponente di estrema destra ha prima chiesto di andare al ballottaggio a dicembre e poi intimato un ultimatum al presidente con cui lo invitava a dimettersi firmando una lettera da lui preparata che gli avrebbe consegnato personalmente a La Paz dove è stato accolto lo scorso 6 novembre all'aeroporto da migliaia di persone, tra cui contadini, indigeni e produttori di coca.

«In linea con altri rappresentanti della nuova destra sudamericana, come il presidente brasiliano Jair Bolsonaro, i discorsi di Camacho hanno un'impronta religiosa molto forte», afferma la giornalista Mariela Franzosi, che sebbene contengano riferimenti alla pace e all'unità del popolo boliviano sono pieni di razzismo, odio di classe e provocazioni.

È l'estrema destra a cui Camacho appartiene (i cui uomini del mondo imprenditoriale di Santa Cruz sono entrati a far parte del governo della autoproclamata presidente ad interim, Jeanine Añez, seconda vicepresidente del Senato e membro del partito di opposizione Unidad Democrática y Popular, che ne ha escluso l'ingresso di membri indigeni in un paese dove almeno il 40% della popolazione appartiene a uno dei 36 gruppi autoctoni) e che attualmente detiene il potere nel paese ad aver bruciato in piazza la Wiphala (la bandiera multicolore indigena), ad aver promesso che "Pachamama (la madre terra andina) non metterà più piede nel palazzo [presidenziale]" e ad aver chiesto a polizia e militari di "pacificare" le strade della Bolivia, ci ricorda Gabriel Hetland nel suo articolo.

La figura di Morales (che il 12 novembre scorso si è rifugiato in Messico che gli ha garantito l'asilo politico) e l'importanza di poter contare su un presidente indigeno per le popolazioni autoctone sono spiegate da Nick Estes, cittadino della tribù Sioux della riserva indiana di Lower Brule e professore associato presso il Dipartimento di studi americani dell'Università del New Mexico, in un articolo pubblicato dal Guardian.

Agencia EFE

«Evo Morales è qualcosa di più del primo presidente indigeno della Bolivia. È il nostro presidente. L'ascesa di un Aymara, un umile coltivatore di coca, nell'ufficio più importante della nazione nel 2006 ha determinato l'affermazione degli indigeni come avanguardie della storia. All'interno dei movimenti sociali che lo hanno portato al potere sono emerse le visioni indigene del socialismo e i valori di Pachamama (la madre Terra andina). Evo rappresenta cinque secoli di privazione e di lotte indigene nel mondo. Un colpo di stato contro Evo è un colpo di stato contro gli indigeni».

Per Estes sono stati i successi di Morales a suscitare le reazioni accanite delle forze politiche anti-stato di sinistra e di quelle di destra che hanno portato alle dimissioni dell'ex presidente boliviano. Vittorie determinate dalla nazionalizzazione di industrie chiave e da spese sociali che hanno diminuito di oltre la metà la povertà estrema, riducendo il coefficiente di Gini del paese - che misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito - del 19%. Per la prima volta, sotto la presidenza Morales e il governo del suo partito Movimiento al Socialismo (MAS), gran parte della popolazione indigena è riuscita a vivere al di sopra della soglia della povertà.

Oltre a questo - ricorda Estes - la Bolivia ha compiuto grandi passi avanti nell'affermazione dei diritti degli indigeni. Lingue e cultura indigene sono state completamente integrate nel modello plurinazionale della Bolivia. Il concetto andino indigeno di Bien Vivir, che promuove la vita in armonia tra gli uomini e con la natura, è ora previsto dalla Costituzione del paese. La bandiera Wiphala è simbolo nazionale accanto al tricolore e 36 lingue indigene sono diventate nazionali.

Il progetto socialista indigeno - prosegue Estes - ha realizzato quello che il neoliberismo ha ripetutamente fallito: ridistribuire la ricchezza tra i più indigenti e sollevare le condizioni dei più emarginati. Sotto la guida di Evo e del MAS, la Bolivia ha smesso di essere una colonia a causa delle sue risorse naturali.

Sebbene, infatti, il governo di Morales debba molto del suo successo alla produzione di gas naturale, l'obiettivo dell'ex presidente era la diversificazione dell'economia attraverso lo sfruttamento delle riserve di litio. La Bolivia è, infatti, tra i grandi produttori (se non il più grande) del minerale essenziale per la produzione di batterie di auto elettriche e ibride.

In questa ottica, a dicembre dello scorso anno, Bolivia e Germania (quest'ultima sfidando il monopolio cinese) avevano firmato un accordo per la costituzione di una impresa mista (a partecipazione pubblica e privata) che avrebbe prodotto batterie di litio per uso automobilistico nel Salar de Uyuni, il deserto di sale più grande del mondo.

L'obiettivo della nuova compagnia era l'installazione di impianti industriali per la produzione di batterie di ioni di litio avviando un processo di industrializzazione in Bolivia. L'impresa YLB ACISA E.M. Avrebbe dovuto essere controllata per il 51% dallo Stato boliviano e per il restante 49% da ACI Systems Alemania (ACISA). Morales, infatti, aveva posto come condizione che qualsiasi sviluppo del litio dovesse essere fatto insieme a Comibol della Bolivia, la compagnia mineraria nazionale, e Yacimientos de Litio Bolivianos (YLB), la compagnia nazionale di litio.

Tuttavia, il 4 novembre scorso, Morales ha annullato l'accordo a causa delle proteste dei residenti nella regione di Salar de Uyuni.

Per alcuni, la decisione di Morales e i parametri da lui stabiliti - che hanno impedito di stringere accordi a colossi come Tesla (Stati Uniti) e Pure Energy Minerals (Canada) che avevano mostrato grande interesse per il litio boliviano - avrebbero in qualche modo influito sulla sua destituzione che sarebbe avvenuta dopo qualche giorno.

"Non è solo un "colpo di Stato" la democrazia della Bolivia è in crisi", ha scritto sulle pagine del Washington Post Michael Paarlberg, professore associato di Scienze politiche presso la Virginia Commonwealth University e borsista presso l'Istituto di studi politici. Se su Twitter gli hashtag #ThisIsACoup e #ThisIsNotACoup si sono dati battaglia per diversi giorni per stabilire se si trattasse o meno di un golpe, senza usare mezzi termini bisogna ammettere - scrive Paarlberg – che si è trattato di un colpo di stato. Quando un presidente eletto è costretto dal capo delle forze armate a rassegnare le dimissioni, dopo settimane in cui si è assistito ad un'escalation di violenza per le strade e l'ammutinamento della polizia, l'espressione "colpo di stato" è quella giusta.

Ma la discussione su come definire ciò che è accaduto rischia di diventare troppo limitata e queste "etichette" prive di significato se ridotte ad una contrapposizione tra sinistra e destra, in cui "colpo di stato sì" o "colpo di stato no" servono semplicemente a identificare a quale gruppo si appartiene.

La politica in Bolivia - prosegue Paarlberg - è più complicata di quanto suggeriscano queste narrazioni semplicistiche. Mentre i sostenitori più incalliti della disfatta di Morales (che ne hanno maggiormente beneficiato) appartengono all'estrema destra, ci sono molti soggetti di sinistra che si sono allontanati dal presidente, compresi i leader indigeni una volta alleati con lui, i minatori che hanno marciato su La Paz chiedendo le sue dimissioni e il sindacato dei lavoratori boliviani che da tempo criticava Morales.

La questione più impellente adesso è come porre fine alla violenza e fare in modo che il popolo boliviano possa eleggere un governo democratico ampiamente legittimato quando non c'è alcuna figura di riferimento credibile che possa prendere il posto di Morales.

Il problema che spesso si pone nel propendere verso l'ipotesi del colpo di Stato è che tende a ridurre la discussione sul ruolo svolto dagli Stati Uniti. "C'è sempre la CIA dietro tutto quello che di negativo accade in America Latina" rischia di essere un'analisi pigra da parte di coloro a cui non interessa capire le dinamiche interne dei paesi, che aumenta l'onnipotenza - e l'interesse - degli Stati Uniti negando l'importanza dei soggetti boliviani. Paarlberg ricorda, inoltre, che gli Stati Uniti non hanno avuto un ambasciatore in Bolivia per più di 10 anni, e che sia la Drug Enforcement Administration che l'Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale sono stati cacciati anni fa dal paese da Morales. Secondo Paarlberg più del potere degli Stati Uniti bisognerebbe tener conto dell'influenza della Cina.

Se da un lato sono riconosciuti a Morales meriti indiscussi per importanti risultati ottenuti (partecipazione degli indigeni al governo, riconoscimento dei diritti degli autocroni, diminuzione della povertà, riduzione delle disuguaglianze, crescita dell'economia, rinegoziazione dei diritti di estrazione del gas natuale e ridistribuzione dei proventi ai poveri), dall'altro non si può non notare che il suo mandato è stato segnato da una serie di scandali: clientelismo (e riciclaggio di denaro sporco) da parte della Cina in un caso che ha visto coinvolta un'ex fidanzata, l'affare con la società tedesca non andato a buon fine per l'estrazione del litio, disastro ambientale e incendi fuori controllo (che hanno causato la devastazione forestale dell'Amazzonia boliviana) e il progetto di un'autostrada che avrebbe dovuto attraversare un'area protetta dell'Amazzonia boliviana.

L'espulsione di Morales ha aperto un vuoto di potere che figure apertamente ostili alla democrazia stanno iniziando a colmare. La situazione attuale rimane caotica e minaccia di degenerare in una guerra civile o nella presa del potere da parte delle forze militari.

Definire in maniera semplicistica tutto questo "colpo di stato" non è sufficiente. Negare gli errori di Morales e respingere le preoccupazioni legittime sui brogli è follia. Esistono bisogni più urgenti per la Bolivia: porre fine alla violenza e ristabilire le istituzioni democratiche prima che vengano distrutte per sempre. Per fare ciò - conclude Paarlberg - non c'era bisogno di destituire un leader profondamente imperfetto.

Foto in anteprima AP Photo/Natacha Pisarenk

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