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Quelli che fanno le battaglie pro scienza e poi negano il cambiamento climatico

2 Dicembre 2019 23 min lettura

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Quelli che fanno le battaglie pro scienza e poi negano il cambiamento climatico

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La scorsa settimana si è svolta un’accesa discussione che ha avuto come protagonista l’Istituto Bruno Leoni (IBL), un think tank di orientamento liberale vicino al pensiero libertarian (una corrente del liberalismo). Il pretesto è stato un evento organizzato proprio dall’IBL e che si è tenuto il 28 novembre presso il Centro Studi Americani a Roma, intitolato I costi dell’antiscienza. Un Convegno sulla mentalità antiscientifica, che ha visto tra i relatori il filosofo della scienza Giulio Giorello, il medico e docente universitario Roberto Burioni e Roberto Defez, ricercatore esperto di biotecnologie e OGM. Vaccini, glifosato e tecnologie alimentari sono stati i temi principali del convegno.

Ai più forse il nome non dirà nulla, ma l’IBL si è acquistato una fama di rispettabilità e competenza tra addetti ai lavori del mondo economico, giornalistico e sindacale italiano. Chi ne ha seguito la storia da fuori, con uno sguardo critico, lo conosce tra l'altro per alcune posizioni sulle questioni dell’ambiente e dell’energia. In particolare sul cambiamento climatico l’IBL ha dimostrato spesso di condividere affermazioni in contrasto con le principali evidenze che la scienza del clima aveva accumulato già un bel po’ di anni fa. Tesi negazioniste, per capirci. Le stesse tesi che negli Stati Uniti sono state diffuse (ahimé, anche grazie all'aiuto di un manipolo di scienziati) da centri studi del mondo conservatore-libertarian e che hanno avuto un impatto non trascurabile sul dibattito mediatico e politico sul cambiamento climatico.

Raccontare il caso IBL può essere utile per comprendere meglio alcuni aspetti di un fenomeno, il negazionismo climatico, che spesso si presenta in forme difficili da riconoscere. Al punto in cui siamo arrivati rispetto alla crisi climatica non è necessario rimanere sempre su posizioni negazioniste hard, cioè dichiaratamente tali (ad esempio: il cambiamento climatico non esiste), per essere considerati negazionisti di fatto. Il negazionismo climatico oggi assume anche sembianze soft, più insidiose e infide.

C'è inoltre un altro tema che merita di essere discusso: perché chi ha appoggiato il negazionismo della scienza del clima può oggi pensare di lanciarsi in battaglie contro l'antiscienza? In altri termini: di che scienza si parla quando qualcuno pretende di parlare in sua difesa?

L’accusa di negazionismo è percepita come particolarmente infamante. La parola rimanda a nazismo e camere a gas, anche se l’equivalente anglosassone, denialism, ha lo stesso significato. Perciò alcuni analisti dell'IBL e suoi sostenitori si sono spesi in questi giorni per dimostrare che no, l’IBL non ha mai avuto nulla a che vedere con il negazionismo climatico. A smentirli è però lo stesso sito dell’IBL, che oggi è un archivio che documenta come, ogni qual volta abbia sfiorato temi collegati al riscaldamento globale e al cambiamento climatico, il think tank liberale abbia dato credito a tesi scorrette.

«Brutto clima per il catastrofismo climatico»

Nel 2010, in un articolo apparso sul quotidiano Il Foglio e riportato sul sito dell’IBL, Carlo Stagnaro, senior fellow dell’IBL, scriveva cronache entusiaste dalla quarta International Conference on Climate Change organizzata dallo statunitense Heartland Institute, insieme a centri studi di altri paesi tra cui lo stesso IBL. L’Heartland è un centro studi conservatore-libertarian noto per il suo sostegno a diverse cause di destra. Nell’ultimo ventennio è stata una delle istituzioni conservatrici più attive nel seminare “dubbi” riguardo alle evidenze che dimostrano la responsabilità delle emissioni umane di CO2 nel cambiamento climatico in corso sul pianeta. Le sue “conferenze sul clima” sono tra le principali iniziative messe in atto a questo scopo. Nel 2008 l’IBL è stato co-sponsor anche della prima di queste conferenze, intitolata Global Warming Is Not A Crisis, e di una sesta conferenza nel 2011. Uno dei principali relatori di quest'ultima edizione è stato Fred Singer.

Fisico di formazione oggi 95enne, Singer è una star del negazionismo climatico. In Merchants Of Doubt, un saggio pubblicato nel 2010, gli storici della scienza Naomi Oreskes ed Erik Conway hanno documentato il coinvolgimento di alcuni scienziati, tra cui lo stesso Singer, nel tentativo di insinuare dubbi nei confronti del consenso scientifico non solo sul riscaldamento globale, ma anche su altre questioni di grande rilevanza pubblica, come i danni da fumo passivo e il “buco” nello strato di ozono atmosferico. Singer ha fondato perfino un Nongovernmental International Panel on Climate Change, un’organizzazione che già dal nome dichiara di voler essere una sorta di opposizione permanente all'Intergovernmental Panel on Climate Change, l’organismo internazionale che dal 1988 valuta la ricerca sul cambiamento climatico e pubblica rapporti diventati un punto di riferimento per la comunità internazionale.

Coltivare il dubbio nella scienza è una virtù indispensabile, ma ciò di cui parlano Oreskes e Conway non erano onesti dubbi scientifici. Era il tentativo di costruire attorno ad alcune solide evidenze un’artefatta e apparente incertezza, attraverso argomenti a prima vista fondati e rispettabili dal punto di vista scientifico. Il messaggio che si tentava (e si tenta ancora oggi) di veicolare è: su questo problema la scienza non è ancora chiara. L’obiettivo di questa strategia era condizionare il dibattito sulle politiche che avrebbero dovuto essere messe in atto soprattutto nel settore energetico. Si trattava di un’evidente e determinata agenda politica, economica e industriale, sostenuta da alcuni centri studi conservatori che si oppongono ad ogni regolamentazione statale in campo economico. Un’agenda che, nel caso del dibattito sul climate change, coincideva con gli interessi dell’industria delle fonti fossili.

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La compagnia petrolifera ExxonMobil ha donato 736500 dollari all’Heartland Institute dal 1998 al 2006. Oggi sappiamo che già dalla fine degli anni ’70 la Exxon, prima della sua fusione con la Mobil, era al corrente degli effetti delle emissioni di CO2 e della scienza del cambiamento climatico. Nel 1982 gli scienziati della compagnia avevano addirittura elaborato modelli di previsione delle emissioni da fonti fossili e del conseguente aumento della temperatura. Le loro stime non solo erano in linea con la scienza dell’epoca, ma si sono rivelate anche sorprendentemente accurate rispetto a ciò che è avvenuto sul nostro pianeta negli anni successivi. Osservato oggi, il grafico che riporta le previsioni degli esperti della Exxon appare stupefacente. La concentrazione atmosferica di CO2 e la temperatura previste per il 2019 sono straordinariamente vicine a quelle che misuriamo oggi.

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Immagine: InsideClimate News

Ciononostante, nel corso degli anni ’80 la Exxon ha chiuso il proprio settore di ricerca sul clima e ha avviato una campagna per negare ciò che essa stessa sapeva, per confondere le acque e convincere il pubblico della bontà scientifica di quei “dubbi” di cui parlano Oreskes e Conway.

Tuttora l'Heartland Institute si fregia del titolo, assegnato dal quotidiano conservatore Washington Times, di «centro studi leader sul pianeta nello scetticismo [ma sarebbe più corretto chiamarlo pseudoscetticismo] riguardo a una crisi climatica causata dall'uomo». Sul proprio sito scrive che non c'è consenso scientifico su un ruolo umano nel cambiamento climatico, che la maggior parte degli scienziati non crede che le emissioni antropiche di gas serra siano una minaccia per l'ambiente e gli esseri umani, che non hanno causato lo scioglimento dei ghiacci o l'innalzamento del livello del mare e che i probabili benefici di un riscaldamento globale di origine umana superano i suoi costi. Ognuna di queste affermazioni è smentita da tutto ciò che noi oggi possiamo dire sul cambiamento climatico e sul consenso scientifico sul tema, al di là di ogni ragionevole dubbio.

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L'Heartland non è il solo centro studi ad essersi impegnato nella "scetticismo" riguardo allo scienza del clima. Il libertarian Cato Institute (anch'esso beneficiario di donazioni da parte della ExxonMobil) ha giocato un ruolo simile in questa vicenda. La storia di questo centro è legata a quella dei fratelli Charles e David Koch, proprietari di un colosso industriale con attività in numerosi settori, compreso quello petrolifero. Charles Koch e il fratello David, scomparso lo scorso agosto, sono stati per molti anni impegnati in attività politiche su diverse questioni, tra cui il clima e l'energia. Come ricordava lo scorso agosto il New York Times in occasione della morte di David Koch, i due fratelli «hanno costruito una macchina di influenza politica verosimilmente senza eguali nel mondo industriale americano». Questa macchina si è messa in moto già negli anni '70 proprio con la creazione del Cato Institute, fondato nel 1974 da Charles Koch, insieme all'attivista politico Ed Crane e all'economista e ideologo libertarian Murray Rothbard. Suscitare "scetticismo" riguardo al cambiamento climatico e neutralizzare i tentativi di approvare al Congresso americano regolamentazioni sulle emissioni di CO2 sono state tra le maggiori azioni politiche dei fratelli Koch.

Nel 2009 il Cato organizzò una campagna pubblicitaria, acquistando uno spazio sulle pagine di diversi quotidiani nazionali americani, per sostenere che non c'era stato alcun riscaldamento globale netto da più di un decennio. È uno dei tanti miti che si ritrovano nel campionario delle tesi negazioniste. In un documento pubblicato nel 2009 Patrick J. Michaels, uno scienziato membro del Cato Institute e "dissidente" climatico di primo piano, suggeriva senza mezzi termini che il Congresso non avrebbe dovuto approvare alcuna legislazione restrittiva riguardo alle emissioni di CO2 dal momento che sarebbero state costose e inefficaci. Ipotizzava, senza alcuna evidenza a supporto, che se il riscaldamento del pianeta per qualche ragione si fosse fermato per un ventennio (non era già accaduto del resto - anche se non è vero - per più di 10 anni?), ciò avrebbe permesso alla politica di affrontare il problema e ci sarebbe stato il tempo per sviluppare tecnologie per abbattere le emissioni. Ma qualsiasi drastico taglio delle emissioni no, questo non sarebbe stato accettabile. Teniamo a mente questa insistenza sui costi della riduzione delle emissioni, perché ci torneremo più avanti. Nel 2008 Michaels parlava di «mito del global warming» e nel 2014 se la prendeva con i «catastrofisti climatici».

Catastrofismo è una parola ricorrente nel linguaggio del negazionismo climatico. Quell'articolo di Stagnaro del 2010, scritto in seguito alla conferenza dell'Heartland Institute, si intitolava Brutto clima per il catastrofismo climatico, dicono a Chicago (la città che ospitava l'evento). L'autore scriveva:

la parola più gettonata è “climategate”. Domenica sera, i lavori si sono aperti con una standing ovation per Steve McIntyre, lo studioso che, in tempi non sospetti, ha sbugiardato il grafico “a mazza da hockey” di Michael Mann, cioè la ricostruzione delle temperature medie degli ultimi mille anni che mostrava un improvviso e drammatico aumento durante il ventesimo secolo.

Il Climategate fu un'infuocata controversia scoppiata nel novembre del 2009 (poco prima dell'avvio della conferenza sul clima di Copenhagen) dopo che furono rubate e pubblicate online più di 1000 email scambiate tra scienziati della Climate Research Unit della University of East Anglia nel Regno Unito. In una di queste mail Phil Jones, direttore della Climate Research Unit, parlava del «trucco di Mike» e poche parole più avanti parlava di «nascondere un declino». «Mike» è il climatologo Michael Mann di cui parla Stagnaro. Nel 1998 Mann e due altri ricercatori avevano firmato uno studio, pubblicato su Nature, in cui veniva ricostruita la temperatura dell'emisfero settentrionale della Terra dal 1400. Per ricavare informazioni sulla temperatura in periodi storici precedenti l'inizio delle misurazioni strumentali (cioè prima della metà del XIX secolo) dobbiamo affidarci a quelli che in paleoclimatologia sono chiamati proxies. Gli anelli di accrescimento degli alberi, campioni di ghiaccio profondo, sedimenti marini e lacustri, organismi biologici come i coralli, sono tra i proxies più utilizzati per ricavare informazioni sulle condizioni climatiche e ambientali che dovevano esserci sulla Terra in periodi anche molto lontani.

Mann e colleghi, utilizzando dati ricavati da più proxies confrontati con le misurazioni strumentali recenti, confermavano che l'andamento della temperatura mostrava un'impennata nel corso del XX secolo. In un successivo studio pubblicato nel 1999 estendevano all'indietro questa ricostruzione fino all'anno 1000. Battezzato per la sua forma Hockey Stick (mazza da hockey), il grafico che rappresenta questa ricostruzione è diventato l'immagine più celebre della climatologia. Il "trucco di Mike" non era una manipolazione dei dati, ma una modalità di rappresentazione grafica per mostrare insieme l'andamento delle temperature strumentali registrate nel periodo più recente (dalla seconda metà del XIX secolo) e quello ricavato dai proxies.

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Immagine: IPCC/Michael Mann/Pennsylvania State University

Qual era quindi quel declino di cui si parlava in quelle mail? La discussione aveva a che vedere con quello che in climatologia viene chiamato problema della divergenza. La temperatura ricavata da specie di alberi che si trovano alle latitudini più settentrionali evidenzia dagli anni '60 un andamento opposto a quello che dovrebbe avere rispetto alle temperature registrate nello stesso periodo. La larghezza e la densità degli anelli (caratteristiche sensibili alla temperatura ambientale) declinano, mentre dovrebbero aumentare dal momento che le temperature registrate strumentalmente aumentano.

Non c'è ancora una spiegazione definitiva di questo apparente paradosso ma è probabilmente il risultato di un complesso di fattori locali e globali, che potrebbero anche essere collegati allo stesso riscaldamento globale o ad altri effetti delle attività umane. Ad esempio, le emissioni atmosferiche di sostanze inquinanti possono ridurre la quantità di radiazione solare che arriva a terra influenzando la crescita degli alberi in alcune regioni del pianeta. Si tratta di un argomento che nessuno tiene nascosto, se ne discute apertamente nella comunità scientifica. In ogni caso, per la nostra comprensione del riscaldamento globale nel corso del XX secolo, la questione ha poche implicazioni pratiche perché per l'ultimo secolo e mezzo disponiamo delle registrazione delle temperature  ormai sull'intero pianeta.

Quella frase che conteneva le parole «trucco» e «nascondere» venne estrapolata dal contesto e divenne la prova regina, la pistola fumante che dimostrava che l'intera scienza del riscaldamento globale era marcia e gli studi che dovevano provare il riscaldamento globale erano nient'altro che il frutto di una manipolazione. Un vero e proprio complotto. Inchieste successive però non hanno dimostrato alcuna evidenza nelle mail «dove Mann e gli altri sommi sacerdoti della climatologia discutevano su come truccare i dati», come scrive nell'articolo Carlo Stagnaro, che descrive la climatologia come un culto religioso. Cosa ancora più determinate, la ricostruzione rappresentata dal grafico dell'Hockey Stick non è stata affatto sbugiardata, anzi è stata confermata da studi realizzati da diversi altri gruppi di ricerca.

Nel 2010 la polemica sul Climategate era ancora accesa e qualcuno potrebbe pensare che a quell'epoca atteggiamenti negazionisti o "scettici" (come qualcuno preferisce chiamarli) fossero tutto sommato ancora giustificati e che nutrire qualche dubbio riguardo al cambiamento climatico, magari in buona fede, non fosse così grave. Alle critiche indirizzate in questi giorni all'IBL, Stagnaro replica infatti così:

Chiariamo un punto: in discussione non ci sono l'onestà, la buona fede, le opinioni personali. La discussione riguarda solo un'innegabile evidenza: l'IBL, come istituzione, ha avuto relazioni e condiviso tesi con un ambiente politico e culturale che ha avuto un ruolo di primo piano nella disinformazione sul cambiamento climatico negli ultimi decenni. È significativo che Stagnaro utilizzi proprio la parola dubbi.  Sono certo che non se ne avveda, ma i dubbi di cui parla sono proprio quelli di cui scrivono Oreskes e Conway quando parlano dei mercanti del dubbio. I dubbi che avrebbero dovuto giustificare quelle tesi sedicenti scettiche, che negli ambienti che l'IBL frequentava venivano diffuse per screditare la scienza del clima. Gli stessi dubbi che la Exxon, che finanziava l'Heartland Institute, sapeva essere alimentati ad arte e scientificamente infondati. Del resto basti pensare che il protocollo di Kyoto è del 1997. Nel 2010, quando l'Heartland Institute organizzava la conferenza co-sponsorizzata dall'IBL, non c'era nulla che potesse giustificare quel genere di dubbi.

A chi tuttavia obietta che la "posizione ufficiale" dell'IBL non è negazionista, si può facilmente ribattere facendo notare che una "posizione ufficiale" a riguardo non esiste nemmeno. La si evince da ciò che ancora possiamo leggere sul sito, da ciò che l'IBL ha deciso di comunicare sul cambiamento climatico sia attraverso affermazioni di propri membri, che attraverso interventi di altre personalità di area che il sito ha messo in vetrina.

Nel 2007 sul sito dell'IBL appare un articolo del fisico dell'atmosfera Richard Lindzen, un altro eminente "dissidente"e firmatario della recente lettera dei "500 scienziati" che affermano che non c'è alcuna emergenza climatica in corso. Leggiamo che «il riscaldamento globale è la religione dei nostri tempi» e che «la scienza del clima non è ancora in grado di spiegare compiutamente il fenomeno del riscaldamento globale». Nel 2010 l'IBL pubblica un intervento dell'ex ministro Antonio Martino. Titolo: Ingloriosa fine di una bufala planetaria (il riscaldamento globale). Altri esempi: Catastrofisti tarocchi. Ecco l'inganno del clima (si parla del Climategate); Vaclav Klaus [ex presidente della Repubblica Ceca] spiega che cosa bisogna fare contro il global warming: "Niente"; Di nuovo Klaus («Protagonista del Discorso Bruno Leoni 2009»): «non ho dubbi: il clima sta bene, è la libertà in pericolo». Nel 2009 Alberto Mingardi, direttore generale dell'IBL e adjunt scholar del Cato Institute, scriveva che il clima «è il nuovo oppio dei popoli» e che il riscaldamento globale è una «nuova superstizione».

Se un centro studi decide di pubblicare queste affermazioni sul proprio sito è perché, con tutta evidenza, ritiene che rispecchino la propria posizione sull'argomento. E, ad oggi, non si vede alcuna rettifica o avviso che informi i lettori che ci siamo sbagliati. Molti interventi risalgono proprio agli anni a cavallo del 2010 e sono stati spesso pubblicati su quotidiani di destra come Il Foglio e Libero. Ma posizioni "scettiche" vengono riproposte ancora oggi. In questo tweet del profilo ufficiale dell'IBL si nega addirittura che la CO2 possa causare cambiamenti del clima. Siamo al negazionismo totale di conoscenze scientifiche che risalgono addirittura alla fine del XIX secolo (il sito Climalteranti ha pubblicato un'analisi critica delle tesi di Gianluca Alimonti):

Il 26 settembre di quest'anno, Carlo Lottieri, docente di filosofia politica vicino all'IBL, affermava che «ci sono alcuni scienziati che mettono in discussione l'origine antropica del cambiamento climatico. Ma ammettiamo che abbia ragione chi scarica le colpe sull'uomo». Sulla base di questo ammettiamo che Lottieri sviluppava un ragionamento che prendeva di mira il rischio di «meccanismi di controllo che intervengono in maniera dettagliata sulla vita della gente. Una specie di superpotere, abilitato, lui solo, a discernere bene e male. Politicamente, il rischio è da brividi». Una distopia in cui climatologia e ambientalismo, insieme, giungerebbero a controllarci tutti.

Tutto questo però per Oscar Giannino (che è fellow dell'IBL) non dimostra nulla. L'IBL non avrebbe alcun pregiudizio sui cambiamenti climatici:

La (auto)difesa da parte di Giannino è comprensibile, però è degno di nota il fatto che nel 2016 lo stesso Giannino giudicasse «ottimo» un articolo di Paolo Mieli sul riscaldamento globale. In questo pezzo l'ex direttore del Corriere della Sera affrontava il tema con un po' di argomenti scorretti. Diciamo pure negazionisti. «Basta fanatismi sul cambiamento climatico», ammoniva Giannino:

Il negazionismo del Dottor Pangloss

Ora che abbiamo messo in fila gli argomenti e le posizioni sul cambiamento climatico che sono stati difesi e sostenuti nell'ultimo decennio dalle parti dell'IBL, è giunto il momento di riflettere su quello che è forse il più importante insegnamento che possiamo trarre da questa vicenda. Il tema ora non è più tanto l'IBL, quanto il pensiero che rappresenta e cosa sia quella cosa che chiamiamo negazionismo. E a cui nessuno - comprensibilmente - vuole essere avvicinato.

Il negazionismo climatico non è un pensiero che debba preoccuparsi di rispettare una qualche coerenza. Sia nel presente che rispetto a posizioni sostenute o difese in passato. Il negazionismo è un complesso di reazioni che possono cambiare e adattarsi al contesto che cambia. Da decenni a questa parte, l'obiettivo della reazione negazionista climatica è sempre quello: spostare il punto della discussione, ritardare il definitivo abbandono delle fonti fossili, opporsi a drastiche azioni di contrasto al cambiamento climatico e, coerentemente con la sua matrice ideologica liberale e liberista, a ogni intervento pubblico in materia di ambiente, clima ed energia (e non solo).

Per riconoscere in pieno la realtà del riscaldamento globale dobbiamo constatare tre fatti: it's real, it's us, it's bad. Ovvero, il riscaldamento globale esiste, è colpa nostra ed è un problema grave. Il negazionismo hard nega i primi due punti (che si stia verificando un qualche cambiamento climatico oggi non lo nega quasi nessuno). Ma pur riconoscendo, almeno a parole, i primi due punti, si può continuare a negare il terzo, che riguarda il cosa fare, cioè le azioni da intraprendere. Nell'ambiente culturale a cui appartiene l'IBL, si fatica ancora a riconoscere che il climate change in corso è al 100% di origine antropica, preferendo una formula più ambigua, cioè che questo cambiamento climatico in corso è colpa anche dell'uomo Ma concentriamoci sul terzo passaggio, it's bad. Se, pur ammettendo che è colpa nostra, non si riconosce che il cambiamento climatico è un problema grave che va affrontato con urgenza, questa vizierà le opinioni che riguardano il cosa fare.

Il pensiero IBL anche quando non si preoccupa più di contestare l'esistenza di un problema climatico di origine umana, tende spesso a negare o minimizzare la gravità degli impatti del climate change. Su questa base vengono poi proposte irrealistiche e scorrette stime dei costi e dei benefici del taglio delle emissioni.

Lo scorso settembre Francesco Ramella, analista dell'IBL, ha pubblicato su Aspenia online un intervento dal titolo Catastrofismo e scienza, un approccio equilibrato. La riflessione di Ramella muove da questa constatazione: molti degli allarmi lanciati in passato riguardo alla produzione di cibo, agli effetti dell'inquinamento, all'estinzione di specie, non si sono avverati.

Siamo in realtà nel mezzo di quella che viene chiamata Sesta Estinzione, in cui anche il cambiamento climatico sta giocando un ruolo. Un rapporto dell'ONU pubblicato lo scorso maggio stimava che potrebbe essere quasi un milione il numero di specie animali e vegetali attualmente a rischio di estinzione a causa di diverse attività umane. Ma sorvoliamo. La premessa di Ramella non ha lo scopo di fare un elenco di fatti. Serve solo a creare un frame: non siamo né negazionisti, né catastrofisti, solo realisti. Come abbiamo constatato, la polemica contro il catastrofismo è da sempre parte della retorica negazionista.

Stabilito questo frame, Ramella può sostenere che:

Si assume spesso a priori che qualsiasi mutamento del clima indotto dall’attività umana sia negativo, il che equivale ad assumere la preesistenza, in assenza di attività umana, di una condizione ottimale per tutti gli innumerevoli risvolti delle condizioni atmosferiche. L’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera e quello della temperatura hanno in realtà impatti sia negativi che positivi quali, ad esempio, la riduzione in alcune zone della mortalità causata dal freddo e la diminuzione dei consumi per il riscaldamento, la possibilità di coltivare zone in precedenza non adatte alla produzione agricola, una crescita più veloce per alcune tipologie di piante e una maggior resistenza alla siccità – non è un caso che negli ultimi decenni la Terra sia divenuta molto più “verde” di quanto lo fosse in precedenza.


La tesi di una Terra verde grazie al riscaldamento globale rimanda a un altro mito negazionista duro a morire (che anche l'Heartland Institute - che sorpresa - sostiene). Un "effetto verde" dovuto alla CO2 è stato osservato, ma non aumenta all'infinito. Inoltre non possiamo isolare il ruolo della CO2 come “fertilizzante” delle piante da tutti gli altri effetti che il suo aumento sta causando sul pianeta, a partire dallo stesso innalzamento della temperatura globale, che hanno impatti negativi anche sugli organismi vegetali.

Ma anche in questo caso la risposta più adeguata non è il fact-checking. Non dobbiamo misurare il grado di correttezza fattuale di ogni singola affermazione per poi assegnare un punteggio totale di accuratezza scientifica a tutto il testo. Ciò che ci interessa qui è la strategia argomentativa: selezionare (peraltro senza riferimenti a dati e studi) solo ciò che può rappresentare il cambiamento climatico come qualcosa di anche positivo ed escludere dal quadro tutto il resto. In pratica, tutto quello che la comunità scientifica sta denunciando da anni. Appena pochi giorni fa un gruppo di climatologi ha scritto su Nature che il rischio di punti di non ritorno nel sistema climatico e negli ecosistemi potrebbe essere maggiore di quanto stimato finora. «Il rischio e l'urgenza della situazione sono acuti», sottolineano in conclusione.

Ma se, a dispetto di tutto questo, siamo convinti che in fondo il cambiamento climatico non è questo gran problema, perché dovremmo sostenere i costi di un rapido e deciso taglio delle emissioni di CO2 e di una definitivo abbandono delle fonti di energia fossile? Ramella infatti risponde così:

..contenere l’aumento di temperatura entro i 2,5°C comporterebbero costi maggiori dei benefici ossia porterebbero a una situazione peggiore di quella che si determinerebbe in assenza di interventi.

Ricordate quanto scriveva Michaels in quel rapporto del Cato Institute? Gli argomenti sono sempre gli stessi. Non c'è alcuna soluzione di continuità tra le posizioni di ieri e di oggi. Il filo non si è mai spezzato. Se oggi si nega la gravità degli impatti del riscaldamento globale è per le stesse ragioni per cui l'IBL organizzava conferenze con il negazionista Heartland Institute.

Come per il Dottor Pangloss, protagonista del Candido di Voltaire, viviamo nel migliore dei mondi possibili. Un mondo in cui alcune cassandre contemporanee si ostinano a voler terrorizzare l'umanità (le reprimende a Greta Thunberg, che non è una scienziata ma un'attivista, ovviamente non mancano). Un'umanità che continua ad avere di fronte a sé un futuro tutto sommato roseo. Che vive in un mondo in cui le fosche previsioni catastrofiste del passato si sono rivelate false e si riveleranno, se non false, quantomeno esagerate anche le previsioni che riguardano il riscaldamento globale. Previsioni, quelle sull'aumento della temperatura, che a dispetto di quanto affermano da sempre i negazionisti si sono dimostrate fino ad ora più che realistiche (lo sono state del resto, come abbiamo visto, anche quelle della Exxon 40 anni fa).

Pezzo dopo pezzo si compone davanti ai nostri occhi un puzzle in cui il cambiamento climatico non viene nemmeno più negato. Semplicemente, scompare dall'orizzonte. I suoi impatti più drammatici vengono descritti come un'eventualità che si potrebbe realizzare sì, ma in un futuro lontano, lontanissimo. «Non è possibile escludere che nel lunghissimo termine l’esito dell’azione umana sul clima abbia effetti catastrofici», ipotizza Ramella. Come se il riscaldamento globale non stesse già causando effetti che da tempo siamo in grado di misurare. Le evidenze suggeriscono invece che stiamo continuando a sottovalutare gli impatti, come ha rilevato un rapporto di un gruppo di ricercatori di tre istituzioni di ricerca pubblicato a settembre.

Perché poi dovrebbe essere un problema l'innalzamento del livello dei mare, se si può vivere serenamente sott'acqua?

E arriviamo alla conclusione, che a questo punto non dovrebbe stupirci. Questi inviti al realismo e alla cautela nel voler tagliare le emissioni convergono verso il punto centrale dell'intero dibattito sul riscaldamento globale degli ultimi decenni: l'utilizzo delle fonti energetiche fossili. Anche su questo l'IBL non lascia molto spazio alla fantasia e all'ambiguità riguardo a come la pensa.

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Ottimisti, razionali & antiscientifici

Perché all'interno di un ambiente culturale che è stato un terreno fertile per tutte le forme di negazionismo climatico possibili, da quelle più sguaiate a quelle più sottili (nemmeno poi troppo), ci si può comunque sentire parte di coloro che difendono la scienza  contro l'anti-scienza? Perché spesso, ancora oggi, soprattutto in Italia, i negazionisti climatici  non vengono trattati come appestati da tenere lontani come no-vax, sciachimisti, "terrapiattisti" et similia? Perché nel 2016 Paolo Mieli poteva scrivere un articolo di fatto negazionista sul riscaldamento globale dopo aver lamentato, su un'altra questione, che l'Italia è un paese ostile alla scienza? Come sono possibili queste apparenti contraddizioni? La questione va ben oltre il caso dell'IBL.

Una risposta esaustiva richiederebbe una riflessione approfondita, ma questa può essere una possibile risposta sintetica: basta stare dalla "parte giusta" su un paio di temi che in questi anni, per alcune ragioni, sono diventati simbolo e bandiera (intendiamoci, anche a ragione) della battaglia per la scienza e la "razionalità" (come OGM e vaccini). E magari collocarsi in una certa area politica-economica, diciamo liberale. Quindi, "antipopulista" e medio-progressista (cit.), per gli standard attuali e rispetto alle divisioni e dicotomie che attraversano attualmente la politica italiana. Tra questi temi di bandiera il cambiamento climatico, fino ad ora, è stato assente. Anzi, il negazionismo climatico italiano ha trovato sponde e sostegno non tra quelli che oggi vengono classificati come ignoranti e somari, ma tra personalità di rilievo del mondo scientifico, giornalistico ed economico. Vicende che oggi si preferisce sottacere, con qualche imbarazzo.

Ci sono quindi delle motivazioni scientifiche e delle motivazioni più generalmente ideologiche, che peraltro si intrecciano.

In un'intervista rilasciata a Il Foglio, e pubblicata sul sito dell'IBL, il filosofo della scienza Giulio Giorello, ospite del convegno anti-scienza, afferma:

Ma il rifiuto che l'Istituto Bruno Leoni nutre da sempre nei confronti delle scoperte della scienza del clima non è irrazionale. È anzi a suo modo iper-razionale, perché nasce dall'esigenza di difendere alcuni principi e idee economiche e una specifica agenda. Ciò sfugge a un filosofo della scienza come Giorello che ragiona ancora con superficiali e semplicistici schemi del tipo "scienza v. irrazionalità", per cui la negazione di alcune evidenze scientifiche è solo il frutto di generica ignoranza oppure ostilità alla scienza in quanto tale.

Il caso dell'IBL è emblematico invece di come si possa essere accesissimi sostenitori della scienza - di una certa scienza, di una scienza immaginata in un certo modo - su alcuni temi che possono definire la propria cornice ideologica e delimitare i confini del proprio campo rispetto a quello degli avversari. In questo caso: ambientalisti, socialisti, comunisti, sostenitori della spesa pubblica e delle tasse.

La poca scienza che all’IBL interessa e fa comodo avere dalla propria riguarda applicazioni o prodotti dell’industria visti con sospetto e ostilità (anche davvero infondati e ingiustificati dal punto di vista scientifico, come nel caso dei vaccini) da chi può essere dipinto come irrazionale, ostile al mercato, all'innovazione, etc. Eppure la critica dei meccanismi di mercato può essere motivata con argomenti politici ed economici seri e razionali. Ma per l'IBL i vaccini sono un prodotto dell'industria e del mercato, prima ancora che della ricerca scientifica. Non è certo la scienza come impresa intellettuale collettiva che all'IBL interessava difendere nel contesto di quel convegno.

Poiché per l'IBL razionalità e mercato coincidono, l'irrazionalità degli antivaccinisti e l'irrazionalità di chi è ostile al mercato finiscono per coincidere. Lo stesso si può dire sulla questione del glifosato (non entro qui nel merito scientifico della questione, già affrontata in un post su Valigia Blu). La scelta dei temi dell'evento "pro-scienza" organizzato dall'IBL chiarisce di che tipo di scienza si parlasse in quella cornice. Di quella scienza che può consolidare e giustificare una visione ottimista dell'attuale sistema economico e delle sue capacità di tirarci fuori dagli stessi guai che ha causato.

Le stesse motivazioni ideologiche spiegano perché, su un tema come il cambiamento climatico, questo pensiero politico ed economico possa trovarsi dall'altra parte della barricata nel confronto tra scienza e anti-scienza. Chi si rifà a questo pensiero è terrorizzato dalla prospettiva che l'urgenza del climate change richieda un deciso intervento pubblico in campo economico, fiscale, energetico o che possa mettere in discussione alcuni aspetti dello sviluppo industriale ed economico per come si è realizzato fino ad ora.

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L'impressione è che all'interno di una parte del fronte pro-scienza questo intreccio tra scienza, politica ed economia spesso sfugga. Gli esperti invitati a parlare nel contesto di quel convegno non hanno parlato solo di scienza e dei propri temi scientifici. Era la cornice a dare significato a temi e contenuti.

Possono sembrare considerazioni astratte, ma hanno molte più conseguenze pratiche di quanto pensiamo. Quando la scienza che ha a che vedere con questioni di grande interesse sociale e politico, come il cambiamento climatico, esce dai laboratori, dalle Università, dalle accademie, dalla pagine delle riviste scientifiche per entrare nella società e nel dibattito pubblico finisce per sovrapporsi in modo complesso alle visioni ideologiche. Di mezzo ci sono naturalmente anche gli interessi di alcuni gruppi. La storia del negazionismo climatico lo dimostra. Al punto in cui siamo arrivati la crisi climatica è una questione anche e soprattutto politica ed economica. E dovrebbe interrogare gli stessi esperti riguardo al proprio ruolo pubblico.

Pretendere che quando si parla di scienza si possa rimanere indifferenti o neutrali rispetto a queste dinamiche è illusorio. Davanti alla crisi climatica non stiamo affatto tutti dalla stessa parte.

Foto in anteprima via Guardian

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