“Decreto dignità”: lo scontro Di Maio Boeri sulle stime dell’INPS e gli 8mila contratti in meno in un anno


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Da diversi giorni c'è uno scontro tra alcuni ministri del governo Conte e il presidente dell'INPS, Tito Boeri. Al centro della dibattito, la stima – a cura dell'Istituto nazionale per la previdenza – di possibili effetti negativi sul mercato del lavoro da parte del "decreto dignità" presente all'interno della relazione tecnica della Ragioneria dello Stato che accompagna il provvedimento.

Ecco cosa è successo.

L'approvazione del "Decreto dignità" e le tempistiche della sua entrata in vigore

Lo scorso 2 luglio il consiglio dei ministri approva il cosiddetto "decreto dignità" che punta, tra le altre cose, a limitare l'utilizzo dei contratti a tempo determinato nel mondo del lavoro.

Come spiega il centro studi del Senato, ad esempio, il provvedimento riduce la durata massima del contratto di lavoro a termine da 36 mesi a un massimo di 24 mesi e per quelli che superano il limite di 12 mesi, tramite un rinnovo del contratto a termine, prevede l'obbligo di una "causale" che l'azienda deve fornire per chiarire quali sono i motivi per cui si utilizza un contratto a tempo determinato, invece che indeterminato.  Inoltre, il decreto rende più caro il rinnovo (dello 0,5% del contributo addizionale) del contratto a termine per le aziende.

La firma al testo del decreto da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella – un passaggio necessario per essere pubblicato in Gazzetta ufficiale, entrare in vigore e passare all'esame di Camera e Senato – arriva il 12 luglio (alle 21:35, secondo quanto appreso dall'Ansa), dieci giorni dopo la sua approvazione da parte del governo.

Pochi giorni prima della notizia della firma di Mattarella, diversi media avevano pubblicato dei retroscena sulle cause di queste tempistiche e sul perché non fosse ancora entrato in vigore. Giuseppe Colombo sull'Huffington Post scriveva ad esempio che, in base a quanto riferito da "fonti del governo", "il testo definitivo del decreto non si è ancora visto alla Ragioneria dello Stato, il Dipartimento del ministero dell'Economia e delle Finanze a cui spetta il compito di esaminare ogni disegno di legge o atto del governo che può avere una ripercussione diretta o indiretta sulla gestione economica dello Stato. In pratica la Ragioneria deve dare un visto di conformità e certificare che le leggi abbiano la copertura adeguata, ponendo una bollinatura sulla relazione tecnica che accompagna il testo con le norme del provvedimento". Questo perché, continuava Colombo in base a quanto riferito dalle stesse fonti, "alcune norme hanno modificato leggi esistenti (è il caso, ad esempio, dei contratti a termine) e questo implica un lavoro di armonizzazione con la relazione tecnica (ndr della Ragioneria dello Stato). Lavoro che stanno facendo i tecnici del ministero del Lavoro e quelli degli altri ministeri che vengono toccati, seppure marginalmente, dalle nuove misure".

Alla fine, dopo la firma del Presidente della Repubblica, il decreto è entrato in vigore il 14 luglio e pubblicato in Gazzetta ufficiale.

La notizia degli 8mila contratti in meno calcolati dalla Ragioneria dello Stato e il successivo scontro politico

Il 12 luglio esce la notizia che nella relazione tecnica (preparata dalla Ragioneria dello Stato) che accompagna il decreto del governo viene indicato come "non si vedono all'orizzonte benefici occupazionali ma addirittura il rischio che restino a casa 8mila persone l'anno, con la stretta sui rinnovi dei contratti determinati, in attesa che magari arrivi un incentivo - ventilato dall'esecutivo - per facilitare quella transizione alla stabilità che è l'obiettivo dichiarato del dl Dignità", scrive Repubblica.

Nella relazione tecnica vengono stimati gli effetti sul mercato del lavoro delle modifiche, presenti nel decreto, della disciplina che regola i contratti a tempo determinato e anche quali sarebbero gli effetti finanziari.

In base a un'elaborazione su dati del Ministero del Lavoro ci sarebbero ogni anno 2 milioni di contratti a termine attivati (al netto dei lavoratori stagionali, agricoli e P.A. e compresi i lavoratori somministrati), di cui il 4% (cioè 80mila) superano i 24 mesi e quindi, secondo le nuove norme, sarebbe a rischio. Di questi, poi, la Ragioneria dello Stato stima che il 10% – cioè 8mila – "(il tasso di disoccupazione prevalente oggi in Italia) potrebbe non trovare un’altra occupazione, il che porta a concludere che nel 2019 circa 8 mila soggetti (e 3 mila nello scorcio di mesi prima della fine del 2018) sarebbero interessati da questo provvedimento – un numero che rimarrebbe costante negli anni futuri", spiega LaVoce.info. In base a ciò, specifica ancora LaVoce.info, la perdita di occupazione sarebbe dunque in tutto di ottomila unità su due milioni di contratto a termine, cioè lo 0,4%. Su queste stime, l'economista Pasquale Tridico, a capo della squadra dei consulenti tecnici di Di Maio, intervistato dal Fatto Quotidiano dichiara: «È una ipotesi legittima, ma non è affatto detto che le cose andranno così, un’impresa seria che ha fatto lavorare qualcuno per due anni davvero vorrà perderlo allo scadere del contratto? Se ne ha bisogno lo stabilizzerà o, al massimo, assumerà qualcun altro con un nuovo contratto a termine»

Dopo la pubblicazione della notizia, si accende comunque lo scontro politico tra diversi partiti all'opposizione e maggioranza.

Il segretario del Partito Democratico, Maurizio Martina, twitta

Denunce e critiche arrivano anche da Forza Italia

e Fratelli d'Italia

La replica di Di Maio

Il 14 luglio Luigi Di Maio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, pubblica un video sulla pagina Facebook, in cui affronta anche la questione delle stime fornite dalla Ragioneria dello Stato: «Leggo sui giornali che questo decreto farebbe perdere 80mila posti di lavoro. Mi faccio una risata prima di tutto, perché 80mila non sta da nessuna parte». «Invece c'è un altro numero – prosegue il ministro –: 8mila, che i giornali riportano perché nella relazione che accompagna questo decreto c'è scritto che il provvedimento farà perdere 8mila posti di lavoro in un anno». Per il ministro quel numero «non ha nessuna validità» ed è «apparso nella relazione tecnica la notte prima che si avviasse al presidente della Repubblica».

Di Maio denuncia che quelle stime non sono state inserite dai suoi ministeri e non sono state richieste da altri ministri della Repubblica: «Il tema è: c'è un tot di contratti a tempo determinato. La relazione dice che in Italia su quel tot, per effetto di questo decreto, se ne perderanno 8mila». Il ministro domanda: «Perché nella relazione invece non c'è scritto quanti contratti a tempo indeterminato nasceranno per effetto dello stretta ai contratti a tempo determinati?». Per questo motivo, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico si definisce perplesso: «Questo decreto ha contro lobby di tutti i tipi, tanto è vero che c'è voluto un po' per farlo arrivare in porto, al Quirinale (ndr sarebbe quindi questo, per il ministro, il motivo per le tempistiche registrate tra l'approvazione – 2 luglio – e l'entrata in vigore – 14 luglio –)». Di Maio dichiara infine di avere il sospetto che quel numero sia stato un modo per incominciare a indebolire il decreto.

Alle parole di Di Maio, fonti del Ministro dell'Economia specificano all'Ansa che le relazioni tecniche sono presentate insieme ai provvedimenti dalle amministrazioni proponenti – come anche nel caso del decreto dignità, giunto al Mef corredato di relazione con tutti i dati, compreso quello sugli effetti sui contratti di lavoro della stretta anti-precari – aggiungendo che la Ragioneria generale dello Stato prende atto dei dati riportati nella relazione per valutare oneri e coperture.

Lo stesso giorno l'Ansa pubblica la notizia secondo cui fonti qualificate del Movimento 5 Stelle avrebbero annunciato di voler "fare pulizia" nella Ragioneria dello Stato e al ministero dell'Economia, dove cioè sarebbe stata inserita la stima "incriminata".  Il sospetto, per queste fonti citate dall'agenzia, è che ci siano responsabilità di uomini vicini alla squadra dell'ex ministro dell'Economia del Partito Democratico, Pier Carlo Padoan. Quest'ultimo, però, rispondendo a queste indiscrezioni di stampa, respinge queste accuse: «Se insinuano che qualcuno della mia ex squadra si sia comportato scorrettamente, magari perché sobillato, lo respingo sdegnosamente: sarebbero accuse di gravità incredibile».

Le ricostruzioni apparse sui media

Il giorno dopo le dichiarazioni di Di Maio, sui media vengono pubblicate diverse ricostruzioni che, basandosi su retroscena, provano a spiegare quanto è accaduto.

Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera scrive che "la relazione tecnica che ieri è diventata l’innesco di uno scontro senza precedenti fra pezzi dello Stato è stata preparata dall’Inps". Difatti, come riportato dall'Ansa, che quelle stime siano state effettuate dall'Istituto nazionale della previdenza sociale, lo si può leggere nella relazione stessa: "Prima della tabella sugli effetti della stretta sui contratti a termine, viene specificato: 'si riportano le stime effettuate dall'Inps in ordine agli effetti sulla finanza pubblica delle disposizioni in esame. Le stime sono state effettuate sulla base dei dati relativi ai nuovi contratti a tempo determinato attivati dal 2014 al primo trimestre 2018 in possesso del Ministero del Lavoro e sulla base delle informazioni desunte dagli archivi dell'Istituto'".

Il giornalista passa poi a raccontare i passaggi che avrebbero portato quel numero all'interno della relazione tecnica:

C’è stata una prima relazione tecnica inviata alla Ragioneria generale dello Stato il 5 luglio. In quel documento non c’è la stima sugli 80 mila posti di lavoro a rischio. Ma la Ragioneria lo considera insufficiente per procedere alla cosiddetta bollinatura, cioè al via libera sulla correttezza delle coperture. In particolare per un passaggio, quello in cui dice che «l’eventuale minore gettito derivante dalla contrazione dei contratti a tempo determinato sia bilanciato» in parte dalle «maggiori entrate derivanti dalla maggiore propensione al consumo dei lavoratori assunti a tempo indeterminato». Troppo vago, soprattutto senza numeri.

A questo punto, continua il Corriere, "la Ragioneria generale dello Stato chiede all’Inps di stimare gli effetti del decreto in modo più approfondito: di quanto potrebbero calare i contratti a termine? E di quanto potrebbero aumentare quelli stabili?". Per questo motivo "i tempi si allungano" ma poi l'11 luglio "arriva la nuova relazione tecnica, quella con il possibile calo di 80 mila posti in dieci anni". il giornalista aggiunge però che secondo l’Inps, invece, il secondo testo è stato mandato due giorni prima, cioè il 9 luglio.

C’è però un altro elemento da considerare, specifica Salvia: "Quando si lavora a documenti così complessi, Ragioneria, Inps e ministeri non si limitano a inviare i testi finali «al buio». Collaborano nella stesura delle bozze successive. E l’Inps, che ha i dati e la competenza tecnica necessaria, è comunque un organo «vigilato», cioè controllato, dal ministero del Lavoro". Per questo motivo, si domanda il giornalista, è "possibile che in quel ministero nessuno sapesse nulla?".

Su Repubblica, Valentina Conte scrive che nella relazione tecnica allegata al provvedimento del testo approvato dal Consiglio dei ministri il 2 luglio si legge che «le modifiche proposte in materia di rapporti di lavoro a termine di cui all'articolo 1 non sono suscettibili di determinare effetti negativi per la finanza pubblica». Dopo dieci giorni, ci sarebbe la sorpresa: "La nuova relazione tecnica, firmata dal Ragioniere generale dello Stato l'11 luglio rivela a sorpresa che la stretta sui contratti a termine non sarà neutra. Ma avrà un impatto sui conti da 60,7 milioni nel 2019 perché brucerà 8 mila posti di lavoro, non più rinnovati né riassorbiti. (...) Non solo. L'emorragia di posti durerà 10 anni al ritmo di 8 mila all'anno".

Ma cos'è successo tra il 2 luglio e l'11? Perché la relazione tecnica cambia?, domanda la giornalista: "Al centro della storia opera un classico triangolo: la Ragioneria, l'Inps e il ministero del Lavoro guidato da Luigi Di Maio. Secondo quanto ricostruiscono più fonti vicine al dossier, il dicastero – come sempre per provvedimenti su lavoro o pensioni – chiede all'Inps un'analisi di impatto della norma. La risposta ufficiale giunge il 5 luglio, tre giorni dopo il cdm che ha approvato un testo in realtà ancora in bozza. Si conferma il contenuto della prima relazione tecnica: nessun impatto né sull'occupazione né sui conti. Gli uffici di via Veneto girano l'analisi alla Ragioneria che nulla eccepisce".

via Repubblica.

La sera dell'11 luglio, alle 20:03, riporta Conte, Luciano Busacca, capo della segreteria tecnica del presidente Inps Tito Boeri, invia una mail alla Ragioneria e all'ufficio legislativo del ministero del Lavoro dove in allegato c'è la seconda relazione tecnica "con la tabella incriminata". Lo staff del ministro del Lavoro a questo punto è rimasto spiazzato, capendo che "la Ragioneria ha chiesto un supplemento di analisi all'Inps senza avvertire il ministro". Il decreto però deve essere firmato da Mattarella e così si "lascia correre".

Il 17 luglio, però, La Stampa fornisce una nuova versione dei fatti, con un articolo a firma di Alessandro Barbera in cui si legge che "ogni procedura è stata rispettata e i collaboratori di Di Maio hanno avuto la stima una settimana prima della pubblicazione del testo del decreto in Gazzetta Ufficiale". Quindi, "una settimana prima, non 24 ore, come apparso in alcune ricostruzioni: La Stampa ha i documenti che lo provano":

Tutto inizia il due luglio, quando l’ufficio legislativo del ministero del Lavoro scrive all’Inps per chiedere di predisporre «con la massima urgenza» la platea dei lavoratori coinvolti «al fine di quantificare il minor gettito contributivo». Detto fatto: quattro giorni dopo, il sei luglio, la segreteria tecnica di Boeri spedisce all’ufficio legislativo del ministero quanto richiesto. Mail certificata e testo non lasciano dubbi: al ministero la scheda che stima impietosamente il calo degli occupati è sul tavolo del ministero sei giorni prima della bollinatura da parte della Ragioneria generale dello Stato, il 12 luglio.

Barbera racconta poi che l'11 luglio la relazione tecnica "verrà ritoccata il giorno prima della pubblicazione in Gazzetta su richiesta della stessa Ragioneria" per ragioni però che non riguardano la stima al centro della polemica politica: "il funzionario della Ragioneria dello Stato, che per mestiere è chiamato a verificare le coperture finanziarie di ogni provvedimento, chiede di quantificare gli effetti del decreto sul sussidio di disoccupazione", cioè la Naspi.

La nota congiunta del MEF e del ministro del Lavoro

Il 15 luglio esce una nota congiunta del Ministero dell'Economia e di quello del Lavoro in cui si legge che "il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, non ha mai accusato né il Ministero dell’Economia e delle Finanze né la Ragioneria Generale dello Stato di alcun intervento nella predisposizione della relazione tecnica al dl dignità". "Certamente, però, – continua il comunicato – bisogna capire da dove provenga quella 'manina' che, si ribadisce, non va ricercata nell’ambito del Mef". Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, precisa anche che "le stime di fonte INPS sugli effetti delle disposizioni relative ai contratti di lavoro contenute nel decreto siano prive di basi scientifiche e in quanto tali discutibili".

Rispetto a questa considerazione di Tria, l'agenzia stampa Reuters scrive che "anziché chiudere, la nota alimenta le polemiche. I cronisti cominciano a chiedere all’ufficio stampa del Tesoro perché la Rgs abbia ‘validato’ una relazione con stime discutibili".

Matteo Salvini, che in passato aveva già criticato il presidente dell'INPS, afferma che se Boeri non è d'accordo su niente delle linee politiche del governo si deve dimettere. Di Maio in serata precisa che per legge il presidente dell'INPS non può essere rimosso subito e specifica: "Quando scadrà terremo conto che è un presidente dell'INPS che non è minimamente in linea con le idee del governo, non perché il presidente dell'INPS la debba pensare come noi, ma perché noi vogliamo fare quota 100, quota 41, la revisione della legge Fornero, l'INPS ci deve fornire i dati, non un'opinione contrastante".

La risposta del presidente dell'INPS

Il presidente dell'INPS, con una nota, risponde lo stesso giorno al comunicato dei due Ministeri: "Le dichiarazioni dei ministri Tria e Di Maio rivolgono un attacco senza precedenti alla credibilità di due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici e in grado di offrire supporto informativo alle scelte del Parlamento e dell'opinione pubblica. Nel mirino l'INPS, reo di avere trasmesso una relazione 'priva di basi scientifiche' e , di fatto, anche la Ragioneria Generale dello Stato che ha bollinato una relazione tecnica che riprende in toto le stime dell'Inps".

Riguardo poi al merito, Boeri afferma che "siamo ai limiti del negazionismo economico" e spiega che il decreto "dignità" "comporta un innalzamento del costo del lavoro per i contratti a tempo determinato e un aumento dei costi in caso di interruzione del rapporto di lavoro per i contratti a tempo indeterminato. In presenza di un inasprimento del costo del lavoro complessivo, l’evidenza empirica e la teoria economica prevedono unanimemente un impatto negativo sulla domanda di lavoro. In un’economia con disoccupazione elevata, questo significa riduzione dell’occupazione. È difficile stabilire l’entità di questo impatto, ma il suo segno negativo è fuori discussione".

"La stima dell’INPS – aggiunge ancora il Presidente dell'Istituto nazionale della Previdenza sociale – è relativamente ottimistica. Prevede che il 10% dei contratti a tempo determinato che arrivano a 24 mesi di durata non vengano trasformati in altri contratti, ma diano luogo a flussi verso la disoccupazione riassorbiti al termine della durata della Naspi (ndr, cioè l'indennità mensile di disoccupazione). Non si contemplano aggravi occupazionali legati alle causali. In termini assoluti l’effetto è trascurabile: si tratta dello 0,05% dell’occupazione alle dipendenze in Italia".

Boeri poi tiene a precisare "che l’effetto, contrariamente a quanto riportato da alcuni quotidiani, non è cumulativo" e quindi "il numero totale non eccede mai le 8.000 unità in ogni anno di orizzonte delle stime". Per questo, così, "se l’obiettivo del provvedimento era quello di garantire maggiore stabilità al lavoro e più alta produttività in futuro al prezzo di un piccolo effetto iniziale di riduzione dell’occupazione, queste stime non devono certo spaventare".

Di Maio torna sulla questione

Il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico il 18 luglio torna sulla questione in Commissioni riunite finanze e lavoro della Camera. Durante l'audizione, Di Maio ribadisce che la previsione fornita dell'INPS non è «assolutamente credibile» e aggiunge, rispetto alla sua prima dichiarazione, dettagli sulla dinamica dell'arrivo di quella stima al suo ministero: «Ci sono due diverse relazioni dell'INPS. Una che ci arriva il cinque luglio e una che, per conoscenza, riceviamo la sera dell'11 luglio alle 20 di sera e che leggiamo la mattina dopo [ndr cioè lo stesso giorno della firma del decreto da parte di Mattarella]». Nella prima relazione, continua il ministro, si individua una previsione per quanto riguarda i contratti a termine a rischio (cioè la stima degli 8mila contratti), ma si non parla, «negli impatti finanziari, di disoccupazione, tanto è vero che non prevedono la NASPI. Nella seconda, che non abbiamo chiesto noi del ministero del Lavoro, c'è scritto invece che per oneri finanziari si prevede anche un impatto sulla NASPI».

Questa ricostruzione fornita dal ministro conferma quindi quanto scritto da Barbera su La Stampa – due relazioni; già nella prima, arrivata al Ministero del Lavoro una settimana prima della firma di Mattarella, era presente la stima dell'INPS contestata; nella seconda, non per richiesta dagli uffici Di Maio, vengono anche quantificati gli effetti del decreto sulla NASPI – e contraddice quanto detto dallo stesso Di Maio in precedenza in un video su Facebook: l'ipotesi degli8mila contratti in meno era «apparsa nella relazione tecnica la notte prima che si avviasse al presidente della Repubblica».

Il ministro aggiunge però una considerazione e spiega che il suo ministero non avevo dato importanza a quella stima contenuta nella prima relazione perché mancava la quantificazione degli oneri per l'indennità di disoccupazione: «Quella previsione, più 8mila o meno 8mila, se non si considerano la congiuntura economica, gli investimenti e interventi economici, non significa niente. A me può star bene: è l'idea dell'INPS, non la condividiamo, il decreto va avanti. Se invece nella seconda relazione dell'INPS si dice che dobbiamo prevedere più oneri per la NASPI, allora chi è attento osservatore afferma (...) "state dicendo che licenziate le persone"». Il 19 luglio Tito Boeri è stato ascoltato in audizione davanti le Commissioni riunite Finanze e Lavoro alla Camera dei Deputati e, nel descrive la dinamica di come e quando quella stima sia arrivata al Ministero del Lavoro, ha confermato la tempistica dichiarata da Di Maio il giorno prima in Parlamento.

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