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Bielorussia: la situazione dei dissidenti e dei prigionieri politici, la mobilitazione “nascosta”, l’attesa per capire se Lukashenko entrerà in guerra al fianco di Putin

12 Novembre 2022 9 min lettura

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Bielorussia: la situazione dei dissidenti e dei prigionieri politici, la mobilitazione “nascosta”, l’attesa per capire se Lukashenko entrerà in guerra al fianco di Putin

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In questo autunno del 2022, a riportare nei radar mediatici una Belarus’ semi-dimenticata non sono le proteste pacifiche antigovernative dei bielorussi o le ultime sull’arresto di Raman Pratasevič (giornalista dissidente il cui aereo era stato dirottato su Minsk), bensì il complicato triangolo tra i presidenti Aljaksandr Lukašenka, Vladimir Putin e Volodymyr Zelens’kyj. Lo scoppio della guerra totale in Ucraina e la sua evoluzione negli ultimi otto mesi, il movimento sospetto di truppe russe in suolo bielorusso e lungo il confine, le mobilitazioni “obbligata”, “parziale” e “nascosta” nei tre paesi e, infine, le relative reazioni sui tre vincitori del Premio Nobel per la Pace, destano curiosità e sospetti nei confronti di una nazione alle porte d’Europa che ancora non ha fatto i conti con il regime che la governa e che destabilizza ancora di più l’assetto europeo attuale. A che gioco sta giocando Lukašenka e qual è l’opinione dei bielorussi sulla guerra russa in Ucraina?

Qualcosa si muove

Il recente dispiegamento di migliaia di truppe russe nella Repubblica di Belarus’ ha risollevato la questione di una nuova offensiva su Kyiv da nord, alimentata dalle voci di un’imminente mobilitazione dei bielorussi riportate dalla stampa e dalla retorica sempre più militarista - voluta o forzata che sia - di Minsk. 

A partire da febbraio, Lukašenka ha messo a disposizione il proprio territorio nazionale per le grandi manovre di Mosca, che ormai lo considera come il cortile di casa propria. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa Belta, il 31 ottobre, dopo mesi di silenzio ambiguo, il presidente bielorusso ha fatto un altro passo in avanti verso il Cremlino e ha approvato una bozza di accordo con la Federazione Russa sulla creazione e la gestione di “centri di addestramento congiunti” per le forze armate. La giustificazione ufficiale di tale azione sarebbe una risposta alle minacce terroristiche in atto contro il paese, costretto ad agire per difendere i propri confini. Infatti, in occasione di un incontro tenutosi in ottobre per discutere del “crescente livello di minaccia” proveniente dagli stati membri della Nato, Lukašenka e Putin avevano già concordato la creazione di un “gruppo di forze regionali congiunto” (dettato dallo Stato dell’Unione tra i due paesi) al fine di aumentare la capacità dell’esercito bielorusso di 70mila uomini con circa 9mila soldati russi.

L’iniziativa non ha certo fatto piacere al presidente ucraino, il quale, in un discorso all’interno del G7, ha proposto l’invio di una missione di monitoraggio internazionale al confine tra Ucraina e Bielorussia per ridurre il rischio di provocazioni e di un’adesione diretta di Minsk al conflitto: “La Russia sta cercando di attirare direttamente la Belarus’ in questa guerra, provocandola con l’idea che stiamo presumibilmente preparando un attacco a questo paese. Indirettamente l’ha già coinvolta, ora vuole farlo direttamente”, dichiara Zelens’kyj.

D’altronde, Lukašenka sembra trovarsi in un’impasse. Sul piano economico, il paese è al collasso ed è sempre più difficile per il capo di stato mantenere la propria autonomia utilizzando le risorse russe senza ricambiare il favore al capo del Cremlino. La Russia è l’unica opzione per il commercio, la finanza e il sostegno politico rimasta alla nazione, mentre l’Occidente si allontana sempre di più a suon di sanzioni e recinzioni anti-migranti.

La mobilitazione “nascosta” e la reazione del popolo

Negli ultimi tempi gli uomini soggetti al servizio militare vengono convocati per chiarire le loro generalità e per frequentare campi di addestramento militare. I media indipendenti e dell’opposizione la chiamano “mobilitazione nascosta”, mentre le autorità e la propaganda di Stato la definiscono un’azione pianificata, dettata dalla necessità del momento. Un qualsiasi passaggio alla legge marziale, in vista di un’entrata in guerra, implica necessariamente una mobilitazione preparata, soprattutto se le unità militari in causa sono composte solo dal 60% degli effettivi. 

“Ci sono 3.200 militari russi in Belarus’, ma non ci sono ancora segnali di un’offensiva contro Kyiv”, comunica Kyrylo Budanov, a capo della direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino. Secondo Budanov, anche se esiste una percentuale di pericolo potenziale di un’offensiva da nord, i soldati dislocati in Belarus’ non sono né attrezzati, né formati per reggere un attacco su larga scala. Anche la leader dell’opposizione in esilio in Lituania dal 2020, Svjatlana Cichanoŭskaja, ha sottolineato che al momento non ci sono prove di un previsto dispiegamento bielorusso in Ucraina. Il confine bielorusso-ucraino, lungo mille chilometri, è minato e le forze militari ucraine sono preparate a un’eventuale offensiva; inoltre, come afferma all’Associated Press l’analista indipendente bielorusso Valeryj Karbalevič, “né l’élite bielorussa né la popolazione sono pronte a partecipare a questa guerra insensata”.

Cichanoŭskaja, durante una recente visita in Estonia, ha rinnovato la sua posizione di opposizione a qualsiasi coinvolgimento diretto di Minsk nel conflitto, dichiarando che il governo è diventato ostaggio dei potenti alleati del Cremlino: “Se dovesse accadere che sotto pressione, sotto minaccia, vengano dispiegate truppe bielorusse, invitiamo i nostri soldati a deporre le armi, a unirsi alla guerriglia, a cambiare schieramento e a unirsi alle forze armate ucraine”.

Dopo i referendum-farsa dello scorso 27 settembre nel Donbas, che hanno visto l’annessione alla Russia di alcuni territori occupati, il processo di coinvolgimento della Belarus’ nel conflitto sembra essersi intensificato. Ma la popolazione - in particolare la diaspora - è estremamente contraria a qualsiasi forma di partecipazione attiva dell’esercito bielorusso sul fronte ucraino: per la maggior parte dei bielorussi, questa è da sempre una guerra estranea. I cittadini sono scesi in piazza il 27 e 28 febbraio 2022, a pochi giorni dall’invasione, e più di 1.500 persone sono state arrestate per aver manifestato contro la guerra. Nel giugno 2022, a quattro mesi dall’inizio del conflitto, l’atteggiamento dei bielorussi era ancora piuttosto negativo. Secondo un sondaggio di Chatman House, la diaspora bielorussa non sostiene la politica di Aljaksandr Lukašenka: “Circa il 95% dei bielorussi espatriati dichiara di sostenere la parte ucraina nel conflitto, mentre il resto non sostiene nessuna delle due parti”, afferma il sociologo bielorusso Filipp Bikanov.  

Le recenti misure impopolari e inaccettabili per i cittadini (mobilitazione, chiusura delle frontiere e respingimenti al confine, economia al collasso) non fanno che aumentare le opinioni contrarie alla guerra e al regime di Lukašenka, nonostante il paese sia ancora soggetto a una propaganda governativa e a una censura mediatica molto elevata. Reazioni impreviste potrebbero quindi ribaltare il destino della nazione: panico, partenze di massa, nuove forme di resistenza supportate dall’esterno e, nel peggiore dei casi, l’uso della forza per deporre Lukašenka. A riguardo, uno dei leader dell’opposizione, Pavel Latuško, ribadisce che è tempo di creare un movimento di liberazione nazionale del paese che, secondo la sua opinione, è sotto occupazione russa (seppure, dal punto di vista del diritto internazionale, non lo sia affatto).

Dietro le sbarre

Nel frattempo, la situazione di dissidenti e prigionieri politici in Bielorussia è critica. Si parla di almeno un migliaio di innocenti dietro le sbarre e il numero non fa che crescere dall’agosto del 2020 quando la polizia ha arrestato 35mila persone, quasi altrettante sono state picchiate o torturate e decine di migliaia hanno lasciato il paese. Media internazionali e organizzazioni non governative hanno confermato un susseguirsi di violenze, maltrattamenti e stupri, anche a distanza di mesi, mentre centinaia di siti di informazione e canali social locali sono stati chiusi (come è accaduto al portale indipendente Tut.By, che nel luglio del 2021 ha riaperto con sede in Ucraina sotto il nome di Zerkalo.io). A distanza di due anni i prigionieri politici ufficialmente in carcere superano il migliaio. Tra questi, l’ex candidato dell’opposizione Sjarhej Cichanoŭski, marito di Svjatlana Cichanoŭskaja, e il co-vincitore del Premio Nobel per la Pace di quest’anno, Ales’ Bjaljacki, fondatore dell’organizzazione per i diritti umani Viasna.

In carcere dal 14 luglio 2021 per “organizzazione di azioni gruppo che violano gravemente l’ordine pubblico” insieme al collega Valentin Stefanovič e all’avvocato di Viasna, Vladimir Labkovič, non sorprende che Ales’ Bjaljacki sia venuto a conoscenza di aver ricevuto il Nobel un po’ per caso. D’altronde, l’attivista si trova in isolamento nel principale carcere di Minsk, noto come “Valadarka”, dove le notizie tardano ad arrivare: le visite non sono permesse e la posta viene censurata (sempre nel caso in cui venga recapitata). I tre attivisti non sono ancora stati processati, non si sa nulla sull’andamento delle indagini e tutto quello che riguarda il loro caso è avvolto nella segretezza, comprese le condizioni di detenzione. Bjaljacki, che aveva già scontato tre anni di carcere nel 2011 (per presunto occultamento di fondi con Viasna) è attualmente rinchiuso in una cella nel seminterrato del corpo “Shangai”, dove si registrano le condizioni peggiori in assoluto.

Secondo quanto raccontato da Oleg Korban dell’associazione Alternativa, che ha trascorso oltre sei mesi a Valadarka, la struttura accoglie uomini, donne e minori e prevede camerate miste, più alcune celle aggiuntive per il braccio della morte (ricordiamo che la pena di morte è ancora in vigore nel paese) e tre o quattro celle di isolamento. Le vittime dicono di essere state picchiate, tenute in posizioni di stress prolungato e di essere state sottoposte a sedute di scosse elettriche; le autorità delle strutture creano intenzionalmente condizioni disumane per i prigionieri politici, contro i quali vengono utilizzati anche metodi psicologici di tortura, con minacce gravi alla vita e alla salute, privando poi le vittime di cure mediche. 

La lista è, infatti, lunga. Dietro le sbarre continuano ad arrivare oppositori al regime, tra cui musicisti e artisti bielorussi, ma anche insegnanti, studenti e operai. La cantante Meriem Gerasimenko si trova in carcere dallo scorso agosto perché ha riproposto una canzone del gruppo ucraino Okean Elzy in lingua originale durante un concerto a Minsk, postando dei video sui social con i colori blu-giallo. Nel marzo 2022 anche Andrej Skurko, co-fondatore del portale Naša Niva, è stato arrestato per presunti debiti del giornale nei confronti dell’azienda elettrica statale e condannato a due anni e mezzo di carcere. A inizio ottobre, invece, l’ex docente universitaria di italiano, Natal’ja Dulina, è stata arrestata per la quarta volta, accusata di aver rilasciato un’intervista ‘scomoda’ e di aver partecipato alle proteste antigovernative e contro la guerra. I difensori dei diritti civili condannano fermamente qualsiasi forma di repressione, ma la lotta sembra infilarsi un vicolo cieco.

In fuga

Se nel corso degli ultimi due anni alle persone è stato impedito di protestare pacificamente contro l’ennesima vittoria di Aljaksandr Lukašenka, ora le autorità sono impegnate a punire anche tutti coloro che criticano l’eventuale impegno bielorusso nell’aggressione russa in Ucraina. La retorica è sempre la stessa: i dissidenti sono pericolosi estremisti, terroristi che rappresentano una minaccia per il paese e per la sua sicurezza. 

L’ultimo rapporto dell’Onu sulla situazione in materia di diritti civili in Belarus’ non traccia una prospettiva molto rosea per i cittadini, costretti alla fuga: l’ambiente è ostile e poco sicuro, caratterizzato da persecuzioni, minacce, intimidazioni e gravi violazioni dei diritti umani. Tuttavia, anche se molti bielorussi potrebbero richiedere il diritto all’asilo o altre forme di protezione in base al diritto internazionale, solo un numero esiguo ha chiesto lo status di rifugiato perché vogliono poter tornare a casa. Da agosto 2020 a fine 2021, solo 2.300 cittadini bielorussi hanno fatto richiesta di asilo in Polonia; in totale, circa 3.800 bielorussi hanno richiesto questo status negli altri paesi dell’Ue, ma da marzo 2022 il numero di domande ha ricominciato a crescere. Le Nazioni Unite, perciò, chiedono a tutti i paesi di garantire l’opportunità di ingresso ai bielorussi e facilitarne l’integrazione, rispettando il principio di non respingimento e non discriminazione. Polonia, Lituania, Lettonia, Germania, Repubblica Ceca ed Estonia sono i paesi che accolgono la maggior parte dei bielorussi; a seguito delle proteste post-elettorali, nel 2020 e nel 2021, in testa c’era l’Ucraina, meta prediletta per i lavoratori del settore IT, ma a causa della guerra, Kyiv è stata soppiantata dalla Georgia.

Lukašenka deve giocare le sue carte

Predire le mosse del presidente bielorusso non è così facile come può sembrare. Una prima ipotesi è che un’entrata effettiva in guerra sia solo una tattica verbale, volta a distrarre il comando ucraino da altri fronti. All’inizio di aprile, ad esempio, le unità russe si sono spostate nel Donbas mentre Lukašenka continuava ad affermare che qualche gruppo russo-bielorusso stava operando in Belarus’; ma Kyiv non ha creduto a queste dichiarazioni.

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Rimane più plausibile l’idea che la Belarus’ sia un buon territorio di base per il lancio di razzi, missili e droni-kamize, anche se non manca un certo movimento militare terrestre. Il Cremlino, inoltre, potrebbe volere una maggiore presenza militare a Minsk nel caso in cui la situazione si deteriori in seguito all’uso di armi tattiche nucleari da parte della Russia.

Molto meno probabile, invece, secondo gli esperti, è che Mosca voglia intraprendere un attacco su larga scala sulle regioni nord-occidentali ucraine con l’aiuto di Minsk: appare alquanto inverosimile perché l’esercito bielorusso non è equipaggiato né preparato, nemmeno a seguito della “mobilitazione parziale” russa (che parrebbe essersi conclusa lo scorso 28 ottobre) o della “mobilitazione nascosta” bielorussa.

Immagine in anteprima via Global Risk Insight

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