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Sentenza Kyle Rittenhouse: l’America che arma, uccide e assolve sé stessa

24 Novembre 2021 6 min lettura

Sentenza Kyle Rittenhouse: l’America che arma, uccide e assolve sé stessa

6 min lettura

L’assoluzione di Kyle Rittenhouse, il giovane americano che nel 2020, a 17 anni, ha ucciso due persone disarmate, ferendone una terza, durante le proteste di Kenosha contro la violenza della polizia, ha stupito probabilmente solo chi non ha seguito il processo. “Legittima difesa”, ha deciso la giuria, dopo quasi quattro giorni di consultazione, sotto gli sguardi dell'America e del mondo intero. Come scritto da Eric Levitz su New York magazine, la sentenza “mostra l’anarchia latente in America in quella peculiare combinazione tra leggi ultralibertarie nel possesso di armi, l’esteso concetto di autodifesa e il massiccio possesso di armi da parte degli americani”. Sulla stessa lunghezza d’onda Amnesty International, che in un comunicato rilasciato dopo la sentenza, ha dichiarato:

Permettere a privati cittadini, in questo caso un adolescente, di armarsi e andare per strada senza rendere poi conto delle proprie azioni servirà solo a incoraggiare il vigilantismo e aumenterà il rischio di futuri scontri e violenze.

Mentre i familiari di una delle vittime, Anthony Huber, hanno così commentato: “Civili armati possono presentarsi in una qualunque città, incitare alla violenza, e poi usare il pericolo che loro stessi hanno creato per giustificare l'uccisione di persone per strada”.

Le avvisaglie per un’assoluzione di un ragazzo che, lo ripetiamo, ha sparato con un fucile semiautomatico per strada a tre persone, c'erano tutte. La decisione della giuria ha trovato solidi appoggi nelle leggi del Wisconsin e nell’abilità dimostrata dall'avvocato; il fatto che due delle vittime avessero provato a disarmare Rittenhouse è passato come un motivo sufficiente per invocare la legittima difesa e per reputare l’uccisione un uso adeguato della forza. È passato in secondo piano che Rittenhouse fosse a Kenosha mentre operava un gruppo creato dopo l’uccisione di George Floyd, diventato nel giro di pochi mesi una milizia, rispondendo alla chiamata rivolta ai “Cittadini armati” e ai “patrioti” per difendere la città dai “malvagi criminali”; del resto quella milizia stava forse collaborando con la polizia. Ha prevalso che Rittenhouse fosse lì per proteggere una rivendita auto e per offrire supporto medico. L’accusa di possesso illegale di arma da fuoco è caduta per una norma relativa alla caccia, che permette ai minori di usare un fucile, purché abbia la canna sufficientemente lunga.

Per quanto sia stata ritenuta controversa, la condotta del giudice Bruce Schroeder ha avuto un impatto effettivo ridotto, secondo, tra gli altri, Jessica Levinson della Loyola Law School. Sì, ha destato abbasta clamore che il giudice abbia chiesto all’accusa di dimostrare che la funzione di zoom sull’iPad non permette all’algoritmo di manipolare le immagini. O che abbia lasciato la suoneria del cellulare accesa, rivelando così di usare la stessa canzone usata nei raduni di Trump, God bless the Usa. Secondo Levinson, però, le decisioni che ha preso non si discostano da quelle che si vedono nelle corti in ogni giorno, e non sono state a senso unico. Per capire cosa è successo in quell’aula di tribunale, e le conseguenze che questa assoluzione può avere per l'intero paese, bisogna guardare “gli eventi che hanno portato alle proteste di Kenosha, l’assurda facilità con cui possiamo accedere alle armi e i problemi strutturali del sistema legale”.

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Al di là del processo e dei suoi momenti chiave, dobbiamo quindi partire da un punto scomodo, forse duro da digerire, e che sta molto sotto la comprensibile rabbia, l’indignazione e il dolore per chi quella sera ha visto morire una persona cara. Non è Kyle Rittenhouse il problema dell’America, né un’eventuale condanna per ergastolo qualcosa che avrebbe potuto considerarsi “giustizia”, se pensiamo all’intera traiettoria messa in moto dalla polizia di Kenosha, nel momento in cui ha sparato contro Jacob Blake rendendolo invalido e provocando le furiose proteste nell’estate del 2020, in mezzo alle quali si è mosso Rittenhouse. Rittenhouse è il sintomo di un’America che radicalizza nel quotidiano i suoi figli, li arma in nome della "patria", e poi li eleva a eroi per assolvere prima di tutto se stessa, per cinico calcolo o ipocrisia, per alzare l’asticella dello scontro politico avendo rinunciato al senso del limite. Dopo l’immediata assoluzione, ecco infatti arrivare a mezzo Twitter offerte di lavoro per Rittenhouse da parte di alcuni deputati repubblicani. A Washington uccidere fa curriculum.

L’estetica e l’etica del vigilantismo, dell’organizzarsi armati contro i nemici dell'ordine costituito, è ormai un modello non solo sdoganato, ma incoraggiato dall’alto. Lo abbiamo visto il 6 gennaio nell’insurrezione a Capitol Hill, ma lo possiamo vedere ogni qual volta non ci trastulliamo ricercando in astratto falsi equilibri tra realtà politiche asimmetriche. Lo possiamo vedere ancora nel Congresso, nella dolosa ritrosia dei Repubblicani a condannare il video twittato proprio negli scorsi giorni dal deputato Paul Grosar, dove le immagini di un’anime erano state editate per mostrare Grosar stesso mentre uccideva la deputata Democratica Alexandria Ocasio-Cortez. O in certi spot dal retrogusto distopico, che mostrano deputate armate e fiere, come se quelle armi fossero parte integrante del loro lavoro. Gli avversari politici, ormai, sono nemici da abbattere, le minacce di morte una strategia comunicativa. Ciò che un tempo era eccezionale è diventato consuetudine:

C’è insomma da essere allarmisti come forma di prudenza. Lo è a buon diritto Cas Mudde, politologo esperto di estremismi, secondo cui la sentenza di Kenosha “apre la stagione di caccia a chi protesta”:

I bianchi hanno ora l’apparente diritto di viaggiare per il paese, pesantemente armati, e di usare la violenza per proteggere qualunque cosa ritengono minacciata. Data la fervida paranoia e il razzismo che hanno fatto presa in una considerevole minoranza bianca negli Stati Uniti, ci sono le premesse per un disastro.

Leggiamo "razzismo" e magari torna semplice pensare che nella sentenza di Kenosha non c’entri, poiché alla fine Rittenhouse ha sparato a dei bianchi. Viene magari da pensare che parlare di razzismo sia solo, come si dice oggi in certe redazioni a tasso agevolato di decenza, una fissazione "woke”. Ma prima di esprimere questo tipo di valutazione, è sempre utile fare un controllo alla propria consapevolezza storica, e comprendere che il Secondo emendamento è sempre stato un campo di battaglia per decidere chi potesse essere armato e chi potesse avere il diritto di girare armato. Quando per esempio negli anni ‘70 questo diritto era rivendicato dalle Black Panthers, l’ultralibertaria National Rifle Association promuoveva il controllo delle armi, il Repubblicano Reagan promulgava da governatore della California leggi restrittive come il Mulford Act.

Tornando al presente, la sentenza di Kenosha rafforza di fatto il principio dello stand your ground, per cui se si è legittimamente armati – anche per strada, quindi – il ricorso alla forza come reazione a una minaccia è sempre consentito, anche se quella reazione è letale. Non importa se prima si è provocato qualcuno, o se quel qualcuno non ha armi da fuoco. Ecco perciò che gli spazi solitamente politicizzati da manifestazioni e proteste, come le strade di una città, non riguardano più il diritto al dissenso o alla manifestazione del libero pensiero, ma possono essere filtrati sotto la lente della legge e dell’ordine, della sicurezza da ristabilire.

In questo scenario, e in questo clima politico, scontri o violenze di qualunque tipo non diventano più un’eventualità, un rischio; possono essere ricercati attivamente da miliziani e vigilanti legalmente armati, per poter così avere la scusa di usare le armi e invocare poi la legittima difesa. Un simile rischio diventa una possibilità concreta in quei contesti specifici dove si è sicuri di avere l’appoggio delle forze dell’ordine – eventualità tutt’altro che irreale. Ciò che abbiamo visto a Kenosha nell’estate del 2020, insomma, rischia di essere un modello infausto di gestione delle proteste.

Anche da noi, del resto, slogan come "la difesa è sempre legittima" hanno trovato via via spazio negli anni, certo sulla scia della cronaca nera più che di manifestazioni o proteste. Ma questa visione securitaria in cui da una parte si delinea una civiltà dove l'ordine è dato al collasso sotto la spinta di pericoli estranei, deumanizzati (per esempio "i clandestini che ci invadono"), mentre dall'altra si suggerisce come unico rimedio il via libera alla violenza per ripristinare l'ordine, non è affatto qualcosa a cui siamo immuni, anzi. La domanda che allora unisce due sponde separate dall'oceano è dunque la medesima: di fronte a ciò quali anticorpi politici abbiamo?

Immagine in anteprima via progressive.org

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