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Dalle grandi dimissioni al ritorno dei sindacati negli USA

1 Agosto 2022 13 min lettura

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Dalle grandi dimissioni al ritorno dei sindacati negli USA

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13 min lettura

di Silvia Giagnoni

A sentir parlare Chris Smalls, 31 anni, nero del New Jersey, fondatore e presidente dell’Amazon Labor Union (ALU), mentre viene intervistato da Amy Goodman di Democracy Now! si può avere la sensazione che i tempi stiano davvero cambiando. “The Times They Are A-Changin’,” per dirla alla Bob Dylan. Come se per effetto della pandemia si siano risvegliate, create nuove coscienze—coscienze di persone non più disposte a vivere per lavorare. Lavoratori e lavoratrici denominatə pomposamente ‘essenzialə’ (essential) hanno acquisito la consapevolezza di avere un potere immenso (tra cui quello dei numeri) e adesso rivendicano che sia socialmente riconosciuto. 

Fare sindacato ai tempi della pandemia e della guerra

Nel marzo 2020 Smalls è assistant manager al JFK8 a Staten Island, New York. Un giorno, si rifiuta di continuare a lavorare senza dispositivi di protezione. Amazon lo licenzia. 

Qualche tempo dopo, Smalls visita lo stabilimento di Bessemer, in Alabama, dove è da mesi in corso un tentativo da parte dei lavoratori e delle lavoratrici di Amazon di unirsi al Retail, Wholesale and Department Store Union (RWDSU). Smalls capisce che lì esiste un problema relativo alla mancanza di fiducia nei confronti dell’establishment, di scollamento tra sindacato e classe lavoratrice. Capisce anche che per tirar giù “la Macchina,” come la chiama lui, un colosso che esiste da 28 anni come Amazon, il lavoro deve esser fatto dall’interno. “Avremmo dovuto insegnare al sindacato cos'è Amazon e come funziona,” continua. “Invece siamo noi il sindacato”.

Dentro la “Macchina”, a Staten Island, resta il suo miglior amico e coetaneo, Derrick Palmer, adesso vicepresidente di ALU. Palmer comincia a fare sindacato nel suo reparto — c’è bisogno di dispositivi di sicurezza, ma anche di paghe più alte, migliori condizioni di lavoro, malattia pagata. Parla soprattutto di sicurezza sul lavoro in uno stabilimento in cui il turnover è del 150%. “I lavoratori devono essere più coinvolti nel sindacato,” aggiunge Palmer. “Noi vogliamo rappresentanti nei diversi reparti.”

Secondo quanto stabilito dal National Labor Relations Board (NLRB), l’agenzia di governo per le relazioni tra parti sociali istituita dal Presidente F.D. Roosevelt, ci sono due modi per formare un sindacato: l’azienda può acconsentire a crearne uno qualora la maggioranza deə lavoratorə sia a favore di tale opzione oppure vanno raccolte almeno il 30% delle firme tra dipendentə per tenere un’elezione. Negli ultimi sei mesi, tali richieste sono cresciute del 60%, a quanto riporta Noam Scheiber, giornalista del lavoro per il New York Times.

Arriva agosto. Mentre la pandemia imperversa in America, Jeff Bezos diventa il primo nella storia ad avere un reddito netto di oltre 200 miliardi secondo Forbes. Smalls e Palmer inscenano una protesta a Washington. “Siamo solo all’inizio”, promette Smalls. E infatti i picchetti proseguono davanti alle svariate ville e attici di Bezos sparsi per gli Stati Uniti — Beverly Hills, Seattle, 5th Avenue a Manhattan — a rimarcare l’esosità di quell’eccessiva concentrazione di denaro e immobili, uno schiaffo a queə lavoratorə così indispensabili in pandemia e al contempo così intercambiabili. Da tempo, chi lavora per Amazon denunciava turni lunghissimi, pause brevi e infrequenti, ambienti di lavoro molto caldi, licenziamenti senza causa, mancanza di sicurezza e atteggiamenti razzisti e discriminatori nei confronti di coloro che hanno disabilità.

“Abbiamo un sindacato”

Fast forward alla primavera del 2022. Non è uno scherzo quello che il primo di aprile le lavoratrici e i lavoratori dello stabilimento Amazon di Staten Island, N.Y., fanno alla multinazionale, seconda solo a Wal-mart per numero di dipendenti negli Stati Uniti, votando con 2.654 voti (contro 2.131) per l’adesione al sindacato. È una promessa mantenuta, una vittoria epocale. A smentire la comunicazione interna delle PR di Amazon trapelata ad aprile 2020 che definiva Smalls “non troppo sveglio o eloquente” (e quindi facilmente manovrabile) e che invitava a far sì che diventasse “la faccia di tutto il movimento nascente”. Un commento razzista che tradisce un senso di onnipotenza da élite – avete visto il film Bamboozled di Spike Lee?

Per contrastare la crescita di un sindacato, da novembre 2021 Amazon ha lanciato un social media aziendale che bandisce parole come “sindacato” o “aumento paghe”. Qualche settimana dopo la vittoria di Staten Island, Amazon licenzia diversə manager, secondo alcunə come rappresaglia. Ma l’organizzazione dal basso non si ferma, anzi. Alla conferenza del magazine Labor Notes, tenutasi a metà giugno a Chicago, Angelika Maldonado imballatrice presso Amazon JFK8, che adesso presiede il comitato deə lavoratorə dell’Amazon Labor Union, ha sottolineato come nella strategia di costruzione di ALU sia stato fondamentale proprio “building community,” costruire una comunità tra dipendenti. Maldonado, 27 anni, madre single di un bambino di quattro, era allo stabilimento anche nei giorni in cui non lavorava a parlare della necessità di unirsi ad un sindacato, lei che sindacato non lo aveva mai fatto. Per due anni, assieme ad altrə ha organizzato picnic e ritrovi informali, parlato alla fermata degli autobus, ma anche aiutato famiglie in difficoltà attraverso raccolte di cibo e donazioni di denaro. 

Com’era prevedibile, Amazon ha contestato il risultato delle elezioni di Staten Island adducendo, tra le altre cose, che il NLRB regionale abbia favorito il sindacato, che lavoratori e lavoratrici siano statə minacciatə quando manifestavano l’intenzione di votare contro l’adesione e corrottə con la marijuana—Smalls e Palmer non hanno mai negato di aver distribuito gratuitamente erba; Smalls alla conferenza di Labor Notes a questo proposito ha detto: “Si, socializziamo. È legale”. 

Portare il sindacato dentro Amazon non è impresa facile: l’alto turnover, l’ambiente di lavoro (coordinare migliaia di persone è sicuramente più difficile e necessita di un costante impegno organizzativo) oltre alla campagna denigratoria portata avanti dal colosso della Gig Economy rendono l’impresa “una maratona”, non uno sprint, come l’ha definita lo stesso Smalls.

Il 18 luglio si sono concluse le testimonianze portate da Amazon nel processo per determinare la legittimità delle elezioni di Staten Island, processo che il National Labor Relations Board ha ritenuto troppo importante per non essere reso pubblico — Amazon aveva cercato di bloccare l’accesso alle audizioni. Per questo, nonostante i/le sindacalistə ne siano state esclusə, Smalls, Palmer e Maldonado avevano invitato coloro che sostengono l’ALU a partecipare alle udienze su Zoom. Seth Goldstein, avvocato di ALU, si augura una decisione celere del NLRB. Ulteriori rallentamenti influirebbero negativamente sugli sforzi organizzativi in altri stabilimenti: la via legale è infatti per Amazon anche una tattica per far perdere momentum e fiducia nell’eventuale esito positivo del processo di sindacalizzazione.

Il futuro dell’Amazon Labor Union è dunque incerto. Se il National Labor Relations Board decretasse la ripetizione delle votazioni, sarebbe una battuta d’arresto per il neonato sindacato. Tuttavia, sarà difficile fermare l’espansione dei sindacati Amazon a livello nazionale — tra questi, CAUSE - Carolina Amazonians United for Solidarity and Empowerment (North Carolina) Amazon Workers United (Seattle), Amazonians United (Chicago, New York City, Sacramento) e Retail, Wholesale and Department Store Union (Bessemer, Alabama) oltre alla linea diretta Action on Amazon. In Alabama, i dipendenti dello stabilimento di Bessemer hanno già votato due volte per aderire alla RWDSU (Retail, Wholesale and Department Store Union) perché Amazon avrebbe interferito nelle prime votazioni secondo il NLRB; il risultato delle seconde (993 “no” vs. 875 “sì”) è ancora incerto perché oltre 400 schede sono state contestate.

Quel che appare evidente è invece una tendenza diffusa, emersa a partire dalla gestione folle della pandemia da parte dell’amministrazione Trump e alle arroganti decisioni delle aziende, a non accettare più lo stato delle cose. Lavori massacranti, sottopagati, tempo rubato a famiglia, amici, hobby, in tantə, soprattutto lavoratrici e lavoratori più giovani, hanno detto basta. Anthony Klotz, professore di management presso la Texas A&M, ha chiamato questo fenomeno “the Great Resignation”—le Grandi Dimissioni. Secondo il Bureau of Labor Statistics, ben 4.54 milioni di Americani hanno lasciato il lavoro nel novembre 2021, con ben 3.2 milioni di differenza tra uscite volontarie e licenziamenti (in costante declino). 

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L’altra faccia di tale tendenza è senza dubbio proprio la richiesta di maggiori diritti e di una voce nei luoghi di lavoro — un movimento che ricorda per certi versi quello che ai tempi del New Deal portò l’America dall’avere il 12% di adesioni al sindacato (nel 1935) al 34% nei primi anni Cinquanta. Allora, gli Stati Uniti uscivano dalla Grande Depressione e la ripresa sembrava favorire i grandi gruppi industriali, ma non la forza-lavoro che reclamò e ottenne, trainata dallo sciopero di Flint che poi coinvolse circa la metà dei 250.000 lavoratori della General Motors del paese, migliori condizioni di lavoro, a cominciare dal pagamento degli straordinari. 

I fronti di lotta in corso

L’ondata di sindacalizzazioni è stata senza dubbio rilanciata a dicembre 2021 quando lavoratrici e lavoratori del “progressista” Starbucks, presieduto dal democratico Howard Schultz, avevano formato Starbucks Workers Organize. A oggi, sono oltre 150 su 9.000 negozi ad avere aderito al sindacato. “Non siamo contro Starbucks. Noi siamo Starbucks!” scrivono sul sito. “Sappiamo cosa vuol dire mandare avanti questa azienda, e sappiamo meglio di chiunque cosa dobbiamo fare per fare al meglio il nostro lavoro. Vogliamo essere in grado di dare il meglio, ma non possiamo farlo se siamo sotto organico, esaustə, troppo impegnatə, strematə”.

Anche nel mondo della Gig Economy qualcosa si sta muovendo. A gennaio, le lavoratrici e i lavoratori di Alphabet, la holding creata da Google nel 2015 con sede a Mountain View, California, si sono unitə in un sindacato, la Alphabet Workers United, che conta oltre 900 iscrittə tra coloro che sono full-time, temporaneə, a contratto o fornitorə esterni di servizi. Non si battono tanto per salari migliori, quanto per avere standard etici e di trasparenza nella consapevolezza che tali richieste debbano arrivare da chi Google lo fa. Qui la formazione del sindacato arriva dopo mesi dal caso del licenziamento nel dicembre del 2020 di Tinmit Gebru, co-leader del team di Google Ethical AI, e autrice di un importante paper sui programmi di riconoscimento facciale in cui sostiene che tali programmi siano meno accurati (e quindi discriminanti) nell’identificare donne e persone di colore. Le circostanze del licenziamento da Google non sono ancora state del tutto chiarite, ma al centro della controversia c’è un altro paper sui costi ambientali e rischi (etici) relativi allo sviluppo dei complessi programmi di riproduzione del linguaggio di cui la ricercatrice etiope-americana è co-autrice.

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A marzo, nel negozio newyorkese della REI, catena di attrezzature e abbigliamento sportivo e outdoor che conta 170 negozi con ben 15.000 dipendentə, si è votato per unirsi ad un sindacato. Si tratta di personale mediamente giovane, istruito, che mal ha tollerato le condizioni di lavoro durante la pandemia e che reclama un’azienda che rifletta i valori che dice di sostenere, come "mettere le convinzioni davanti ai profitti.”

A maggio, è stata la volta di Trader’s Joe; nel marzo del 2020 Dan Bane, CEO del supermercato statunitense, aveva mandato una lettera a dipendentə invitandolənon considerare l’opzione di unirsi a un sindacato. Traendo ispirazione dalle lavoratrici e i lavoratori di Starbucks, la maggioranza deə dipendentə di Hadley 512 in Massachusetts, ha spedito a sua volta una lettera a Bane in cui ne denunciano, non a caso, la retorica paternalistica che vuole lavoratrici e lavoratori incapaci di pensiero critico e coscienza dei propri diritti. (L’8 giugno il punto vendita di Hadley ha annunciato la nascita di Trader’s United, con lo slogan “The Union is the Ultimate Inverted Pyramid”).

Il 18 giugno, un negozio Apple alla periferia di Baltimora, nel Maryland, ha votato con 65 voti a favore e 33 contrari per formare AppleCORE (Coalition of Apple Retail Employees), primo punto vendita dei 270 presenti negli Stati Uniti. Altri negozi a New York ad Atlanta stanno ritardando le votazioni per unirsi alla CWA (Communications Workers of America), denunciando pressioni da parte dell’azienda. La formazione dei AppleCORE rappresenta una bella vittoria dalla nascita nell’agosto 2021 di #Appletoo, il movimento contro la cultura aziendale improntata alla mancanza di trasparenza e di coinvolgimento dei dipendentə del colosso fondato da Steve Jobs.

L’ondata di proteste dell’era post-Covid era partita esattamente un anno prima della vittoria di ALU a Staten Island, quando oltre 1.000 minatori della Warrior Met di Brookwood, in Alabama, sono entrati in sciopero a oltranza — alcuni di loro hanno trovato lavoro proprio nella vicina Bessemer unendosi agli sforzi di sindacalizzare Amazon—arrivando al picco di ottobre (soprannominato “strik-tober”): oltre 10.000 lavoratori e lavoratrici di John Deer, 1.400 della Kellogg, solo per nominarne un paio. Il CEO della John Deer, azienda produttrice di macchinari agricoli e trattori, ha visto il proprio stipendio salire del 160% a ben 16 milioni di dollari e la John Deer aveva offerto ai dipendenti un aumento del 12% su sei anni, giudicato non sufficiente nemmeno a coprire l’inflazione. I lavoratori hanno scioperato per la prima volta in 35 anni. Qualcosa si sta smuovendo anche dentro realtà sindacali più consolidate: l’elezione di Sean O’Brien a presidente del Teamsters for a Democratic Union, che rappresenta camionistə ed autotrasportatori delle poste e della logistica, è significativa di una tendenza a rimpiazzare la vecchia guardia compiacente da oltre 20 anni con nuove leve del sindacato. 

Il sostegno della politica e del Presidente Biden

Certo, non sono soltanto Bernie Sanders o Alexandria Ocasio-Ortez a sostenere lo sforzo dei lavoratori e delle lavoratrici Amazon (e non solo) verso la formazione di un sindacato. Lo stesso Joe Biden si è autodefinito il Presidente più a favore delle organizzazioni sindacali nella storia degli Stati Uniti, dichiarando che “hanno costruito la classe media americana”. 

Nel 1953, anno in cui l’American Federation of Labor si unì al Congress of Industrial Organizations per formare l’AFL-CIO, un lavoratore su 3 faceva parte di un sindacato. Nel corso della seconda metà del XX secolo, l’economia statunitense si è spostata dall’industria (manifatturiera) ai servizi e i sindacati hanno perso potere contrattuale rispetto alle aziende, grazie anche alle politiche volte alla deregulation. Nel 2021, solo il 10,3% della forza-lavoro fa parte di un sindacato — nel 1983 era il 20.1%. Eppure, ben il 68% della popolazione è oggi favorevole al sindacato, il dato più alto dal 1965.

I benefici d’altronde sono evidenti: coloro che appartengono a un sindacato guadagnano in genere 200 dollari in più a settimana, hanno un’assicurazione sanitaria e pensioni migliori rispetto a chi non è sindacalizzatə. 

Appena, insediatosi alla Casa Bianca, Biden ha nominato Marty Walsh, sindaco di Boston e sindacalista per decenni prima, Segretario del Lavoro e Celeste Drake, esperta di commercio per l’AFL-CIO, alla guida del Made in America, un nuovo programma per aiutare le industrie manifatturiere statunitensi. Sia Kamala Harris (adesso vicepresidente e allora Senatrice per la California) che Biden si sono opposti alla famosa Proposition 22 del 2020, il referendum che ha abolito Assembly Bill 5 secondo cui gli autisti di compagnie come Uber e di altri gruppi del delivery sarebbero da considerarsi dipendenti di tali aziende. Questa misura consentiva a suddettə lavoratorə di ricevere il salario minimo e altre protezioni (malattia pagata, rimborso spese, assegno di disoccupazione e altro) derivanti dal lavoro dipendente. La Proposition 22 è passata con il 57% dei voti a favore, anche grazie alla forte campagna per il Sì finanziata con 205 milioni di dollari da Uber, Lyft, DoorDash e Postmates. Nell’agosto dello stesso anno, un giudice ha accolto la critica dei driver che assieme alla SEIU (Service Employees International Union) avevano fatto ricorso contro la Prop 22 e ha ritenuto la legge incostituzionale. Il 14 giugno una proposta di referendum simile alla Proposition 22 è stata bloccata dalla corte del Massachusetts.

Gli ostacoli

L’attuale attivismo giuridico della Corte Suprema, schiacciata su scelte conservatrici e pro-business grazie a tre giudici piazzatə da Trump, invita a moderare l’ottimismo. Inoltre, gli stessi dati sul tasso di lavoratorə sindacalizzatə del settore privato sono al momento appena al 6.1% (in discesa, di fatto, dello 0.2%). Nel 2019, poi, è stato introdotto il Protecting the Right to Organize Act (noto come “PRO Act”), sostenuto anche da Democratic Socialist of America, secondo alcunə la legislazione più avanzata in termini di diritti dei lavoratori dagli anni Trenta, ma al Partito Democratico servono ancora 60 voti per far arrivare il PRO Act in Senato. Se la legge passasse nella forma attuale, renderebbe illegali, per esempio, le riunioni sponsorizzate dalle aziende con frequenza obbligatoria che spesso sono usate (come adesso da Amazon e REI) per parlar male del sindacato e del suo effetto nocivo sul mercato. Inoltre, i/le dipendentə avrebbero la possibilità di votare per unirsi al sindacato in un luogo diverso dall’azienda, quindi meno soggetto a pressioni ed eventuali brogli, anche qui la polemica sulle cassette della posta di Amazon nel centro di smistamento Amazon in Alabama docet; la legge consentirebbe inoltre al datore di lavoro di non discriminare sui termini del contratto a seconda dello status (cittadinə, residentə stranierə o immigratə) del/la dipendente.

Infine, il Pro Act darebbe a tuttə dipendentə statalə e localə il diritto di unirsi ad un sindacato. Circa la metà degli Stati tra cui Florida, Alabama, Texas, Tennessee e Wisconsin, ha le cosiddette “right-to-work laws,” che prevedono tra l’altro per i lavoratori e le lavoratrici in aziende sindacalizzate l’opzione di non unirsi al sindacato—se passasse al Senato, il PRO Act li obbligherebbe a pagare invece l’iscrizione al sindacato stesso.

Le grandi multinazionali, d’altra parte, come sta dimostrando la contestazione di Amazon alle elezioni per l’adesione all’ALU, sono pronte a tutto pur di non avere il sindacato tra i piedi. Anche di recente, nonostante centinaia di negozi Starbucks abbiano già aderito alla SWA (Starbucks Workers United), Howard Schultz ha affermato che non vede la propria azienda negoziare con un sindacato. Come fa notare Noam Scheiber, il business model di compagnie dei servizi come quella del miliardario Schulz sono organizzati secondo il cosiddetto “just-in-time scheduling,” basato su software e algoritmi che consente loro di sapere di quanto personale in ogni momento della giornata e della settimana hanno bisogno e quindi di ridurre quanto più possibile il costo del lavoro. Di fatto, le lavoratrici e i lavoratori vengono a sapere i propri orari all’ultimo minuto e sono soggetti a cambiamenti con poco preavviso. È chiaro che certe aziende combatteranno chiunque richieda loro di ridurre la flessibilità, aumentare il personale, avere orari prevedibili, aumentare i salari.

L’AFL-CIO, dal suo canto, non sembra rilanciare con decisione questo movimento per i diritti del lavoro che parte dal basso. L’organizzazione ha fissato l’obiettivo di sindacalizzare un milione di lavoratori nei prossimi dieci anni. La densità di tale adesioni è 1 a 10 al momento; considerando che la proiezione per il decennio a venire è di creare 12 milioni di posti di lavoro significa, come fa notare In These Times che l’obiettivo della AFL-CIO è quello di conservare il trend di declino di adesione al sindacato. (Un milione si traduce, infatti, nell’8% di 12 milioni). Insomma, servirebbe più audacia da parte della più grande federazione di sindacati statunitense. E le nuove leve, inclusi i nuovissimi sindacati nati negli ultimi mesi, potrebbero veramente riportare non solo più potere contrattuale alle lavoratrici e ai lavoratori, ma anche una maggior influenza sulla politica estera e sugli investimenti militari, adesso decisi da élite economico-finanziarie, come sostenuto da Jacobin. In fondo, la guerra è sempre la guerra dei padroni. Chi lavora vuole sempre la pace.

Immagine in anteprima: frame video CNBC via YouTube

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