Dalle proteste del bazar alle minacce di Trump, come si racconta un Iran sempre sull’orlo di un “crollo del regime”
|
|
L’abbiamo già visto più volte, l’ultima nell’autunno 2022: con le proteste seguite alla morte di Mahsa Amini, arrestata dalla polizia morale, e la nascita del movimento Donna Vita Libertà, che l’opposizione iraniana definiva “rivoluzione”. Rivoluzione quale è effettivamente stata, se la circoscriviamo al cruciale ambito della consapevolezza e della cultura dei diritti, e se riconosciamo come abbia dato vita ad un diffuso moto di disobbedienza civile che sembra avere cambiato per sempre il comportamento nello spazio pubblico delle donne iraniane. Ma che non ha realizzato le speranze di chi vuole un radicale cambiamento nella struttura di potere della Repubblica Islamica né tanto meno ha portato a un cambio di regime, perché la rivoluzione politica e il rovesciamento dei regimi è un’altra cosa.
Ma ora sembra che ci risiamo. Stavolta sono le proteste partite dal grande bazar di Teheran, dove i commercianti sono scesi in strada contro un nuovo e insostenibile record al ribasso del valore del Rial contro il Dollaro, a far ricadere molti osservatori negli schemi narrativi della protesta per ragioni economiche che si muta in rivolta politica. Rivolta che potrebbe far cadere, sotto la spinta della rabbia e della volontà popolare, una Repubblica Islamica sempre più indebolita: ferita nelle sue infrastrutture nucleari e militari dalla guerra dei Dodici giorni, scatenata da Israele sul suo territorio nel giugno scorso con l’appoggio Usa e con un bilancio di oltre mille morti; non più protetta dalla rete di milizie alleate messe a dura prova dalle altre guerre di Netanyahu nella regione; e vacillante, appunto, sul fronte di un sempre più esiguo consenso popolare interno. Si tratta di una narrazione da tempo coltivata dai falchi anti-iraniani e da diversi gruppi dell’opposizione all’estero, e che in questi giorni è stata ancora una volta rilanciata, in particolare, dal principe erede Reza Pahlavi e dalla sua potente macchina social-mediatica. Ma è anche una narrazione che sembra tenere in scarso conto sia la capacità dimostrata per decenni dal sistema di reggere l’urto delle crisi più diverse (dai conflitti militari alle sanzioni e alle rivolte popolari), sia la necessità di esplicitare un’analisi più attenta delle dinamiche interne e delle forze in gioco nel paese.
Di cosa parliamo in questo articolo:
Dalle serrande chiuse nei bazar agli studenti in piazza, e ai primi morti negli scontri
Le proteste dunque sono partite nel bazar di Teheran, domenica 28 dicembre, a seguito di forte calo del valore della valuta iraniana con forti ripercussioni sui prezzi, in particolare, di elettrodomestici ed elettronica importati dall’estero. Nei giorni precedenti, un dollaro Usa veniva scambiato per quasi 1,5 milioni di rial, dopo aver perso circa la metà del suo valore in un anno. Nel 2021 valeva circa 250.000 rial e, una decina di anni fa, circa 30.000. Immaginabili le drammatiche conseguenze di quest’ultimo decennio per il potere di acquisto di ceti medi e bassi.
Dalla capitale le proteste si sono rapidamente moltiplicate, estendendosi a diverse città e province del paese, coinvolgendo studenti universitari, sindacati, pensionati e giovani della generazione Z, protagonista delle manifestazioni del 2022. Come allora, hanno anche rapidamente acquisito un carattere politico, con il ritorno di slogan come “Morte al dittatore” contro Ali Khamenei, dal 1989 in quel ruolo di Guida suprema che fa da perno della struttura costituzionale della Repubblica Islamica. Siti dell’opposizione all’estero come Iran International non mancano inoltre di sottolineare come in più occasioni i manifestanti abbiano sfidato le forze di sicurezza inneggiando alla monarchia dei Pahlavi, detronizzata dalla rivoluzione khomeinista del 1979. E di rilevare che anche la fondazione parigina intitolata alla Premio Nobel Narges Mohammadi – contestata proprio da alcuni monarchici nel giorno del suo arresto a Mashad, il 12 dicembre scorso - abbia diffuso sui propri social un messaggio di sostegno al nuovo movimento di protesta.
“Stare dalla parte del popolo – sottolinea il messaggio, a nome dell’attivista ancora detenuta in regime di isolamento - non è una scelta politica, ma un dovere umano e morale: il dovere di garantire che un popolo oppresso possa realizzare le proprie legittime rivendicazioni e che nessuna richiesta legittima venga soddisfatta con la prigione, le pallottole o l'intimidazione”.
L’intervento della Fondazione basata a Parigi, dove vivono i figli e il marito di Mohammadi, non parla di un prossimo crollo del regime ma auspica “una transizione pacifica dalla tirannia alla democrazia e alla garanzia dei diritti umani dei cittadini”. E giunge dopo la notizia delle prime vittime degli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti in alcune località del paese: da tre a sei, secondo le fonti, il bilancio alla giornata di ieri, quinto giorno delle proteste.
Scontri e vittime che, in aggiunta a diversi arresti, sembrano materializzare i peggiori timori per chi ha cuore le sorti del popolo iraniano e per il governo del presidente Masoud Pezeshkian, sostenitore del dialogo e della necessità di rispondere alle legittime ragioni di chi protesta. ll presidente riformista - eletto quasi due anni fa con la promessa di migliorare l’economia del paese, anche con quei negoziati con Washington per la revoca delle sanzioni che sono in stallo dalla guerra di giugno - ha infatti subito incontrato rappresentanti di sindacati e associazioni di categoria, mentre il suo portavoce ha ribadito "il diritto costituzionale alla protesta pacifica". Ma per come la complessa struttura del potere nella Repubblica Islamica si è consolidata nel tempo, il presidente non controlla tutti gli apparati di sicurezza, e in particolare quelli facenti capo ai Pasdaran, né può interferire con una magistratura da sempre arroccata su posizioni ultraconservatrici. E dunque le promesse e le intenzioni di Pezeshkian, tanto più se non apertamente sostenute da Khamenei, rischiano di rimanere - come spesso in passato - parole vuote. E anche questa ondata di proteste potrebbe precipitare, come nel 2019 e nel 2022, in una tragica spirale di violenze, morti e repressione.
La crisi valutaria e il peso delle sanzioni sulla Banca Centrale
Intanto, però, il presidente ha destituito Mohammadreza Farzin, governatore della Banca Centrale nominato dal suo predecessore conservatore Ibrahim Raisi (morto in un misterioso incidente aereo). E ha messo al suo posto Abdolnasser Hemmati, economista riformista e ministro delle Finanze dell’attuale governo, poi costretto dal Parlamento alle dimissioni. Ma anche per Hemmati il compito non è facile: per quanto possa fare del suo meglio per intervenire sulla valuta, il neo-governatore deve infatti fare i conti con un’economia in profonda difficoltà, che soffre delle sanzioni occidentali e di un vasto isolamento internazionale, oltre che di una cattiva gestione interna in larga parte addebitabile a gruppi oligarchici bene attenti ai propri interessi.
“La maggior parte dei problemi economici in Iran - scrive Esfandyar Batmanghelidj, esperto di sanzioni e fondatore del think-tank basato nel Regno Unito Bourse&Bazar - sono causati principalmente dalla cattiva gestione del governo e forse aggravati dalle sanzioni. Ma le ricorrenti sfide legate alla svalutazione della moneta sono in realtà causate esclusivamente dalle sanzioni Usa”.
“In genere – prosegue - una crisi valutaria emerge quando un paese esaurisce le sue riserve internazionali e non può più permettersi le importazioni. Ma la Banca Centrale dell'Iran dispone di enormi riserve, superiori a 120 miliardi di dollari. Il problema è che la stragrande maggioranza di questi fondi non è accessibile perché bloccata in conti bancari in tutto il mondo”, dato che “le istituzioni finanziarie globali stanno rispettando le sanzioni secondarie statunitensi”. E così la Banca Centrale, secondo stime del Fondo monetario internazionale, ha accesso immediato a solo il 25% dei propri fondi, che nel loro insieme sarebbero più che sufficienti a coprire il valore delle importazioni del paese.
La rabbia e le richieste dei manifestanti vanno ben oltre la questione del valore della valuta, conclude Batmanghelidj - ma al tempo stesso molti problemi politici sono a valle della perdita di potere d'acquisto causata dalla svalutazione e dall’inflazione (quest’ultima superiore al 40%, ndr) che erode “non solo la spesa delle famiglie, ma anche la capacità del governo di mantenere la spesa sociale e di investire nel futuro”.
In sintesi, in generale le sanzioni – a partire da quelle Usa reimposte e rinforzate da Trump dopo la sua uscita dall’accordo sul nucleare raggiunto nel 2015 da Obama, fino alle misure ripristinate nei mesi scorsi dall’Onu – sono solo uno dei fattori che azzoppano l’economia iraniana, ma in questa crisi avrebbero un ruolo determinante. Imbarazzante che se ne parli così poco, privilegiando teleologiche letture politiche su un’imminente fine del regime.
Da Pahlavi al Mossad fino al Trump di giornata, tutti pronti a scendere in campo (se già non ci sono)
Di quest’ultima parla, invece da New York, il principe Reza Pahlavi, che, come ha fatto durante la guerra di Israele e senza il timore di essere nuovamente smentito dalle cronache, se non dalla storia, vede la caduta della Repubblica Islamica dietro l’angolo ed esorta gli iraniani.
“Mentre il mondo accoglie il nuovo anno – scriveva ieri sui suoi account social - l'alba di una nuova era in Iran è alle porte. (…)”. L’attuale regime, prosegue, “si trova nella sua condizione di massima fragilità: debole, profondamente diviso e incapace di reprimere il coraggio di una nazione in ascesa. Le crescenti proteste dimostrano che quest'anno sarà il momento decisivo per il cambiamento”. Pahlavi invita poi la comunità internazionale a schierarsi “al fianco del popolo iraniano non solo a parole, ma anche nei fatti”.
Parole piuttosto ermetiche – cosa vuol dire schierarsi con il popolo iraniano “nei fatti”? – che richiamano un annuncio del Mossad non meno sibillino ma più inquietante, vista la comprovata efficacia di decenni di azioni coperte dei servizi segreti israeliani in Iran: "Scendete insieme nelle strade. È giunto il momento. Siamo con voi", ha esortato il servizio di intelligence rivolgendosi ai manifestanti in persiano su X. “Non solo da lontano o a parole. Siamo con voi anche sul campo”, ha precisato in una affermazione piuttosto singolare per un’organizzazione di intelligence. Offrendo comunque così anche un ottimo assist per la repressione da parte delle autorità iraniane, ossessivamente convinte che dietro ogni sommovimento di piazza vi siano agenti del nemico esterno, e che la guerra contro l’Iran si combatta da sempre anche sul fronte interno, con azioni di potenze straniere volte a destabilizzare la Repubblica Islamica.
A questi messaggi si è aggiunto, infine, anche quello del presidente Trump, che oggi ha dichiarato su Truth che gli Stati Uniti sono “pronti a intervenire” se le forze dell’ordine uccideranno altri manifestanti. “Se l'Iran sparerà e ucciderà i manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d'America andranno in loro soccorso. Siamo pronti a intervenire e pronti a partire”.
Inevitabile la risposta di una figura pur moderata come Ali Larijani, Segretario del Consiglio supremo della sicurezza nazionale, organo cui partecipano tutte le più alte cariche dello Stato e dove si prendono molte decisioni strategiche: “Con le dichiarazioni dei funzionari israeliani e di Donald Trump – sottolinea Larijani su X - ciò che è accaduto dietro le quinte è ora chiaro. Distinguiamo tra la posizione dei commercianti che protestano e le azioni di attori destabilizzanti. Trump dovrebbe sapere che l'interferenza degli Stati Uniti in questa questione interna significherebbe destabilizzare l'intera regione e distruggere gli interessi americani. Il popolo americano dovrebbe saperlo: Trump ha dato inizio a questo avventurismo. Dovrebbero preoccuparsi della sicurezza dei loro soldati”.
La Repubblica Islamica si sente, dunque, il bersaglio di una guerra combattuta sia sul fronte interno (con buona pace di chi all’estero si dichiara solidale con i manifestanti iraniani) che su quelli esterni dove conta alleati nella regione. Ed è pronta a combatterla sia con la repressione dei presunti agenti stranieri sul suo territorio – pur nella formale distinzione tra questi e chi si fa portavoce di legittime preoccupazioni economiche - sia colpendo direttamente le basi statunitensi in Medio Oriente.
In nemmeno una settimana, abbiamo quindi da una parte visto le proteste degenerare in scontri e repressione, nonostante l’atteggiamento inizialmente cauto e dialogante delle autorità governative; dall’altra abbiamo assistito al consueto trascendere ben oltre la realtà fattuale del discorso occidentale su quelle proteste, sulla spinta di narrazioni prodotte soprattutto all’estero. Difficile così discriminare tra le motivazioni economiche originali delle proteste, il lungo malcontento della gente che ormai da anni si fa slogan politico, gli episodi in cui si inneggia alla monarchia Pahlavi di cui è difficile quantificare l’effettiva consistenza, e l’enfatizzazione mediatica della realtà sul campo.
La frammentazione delle opposizioni e lo spettro di una guerra, che in realtà non si è mai conclusa
Ma sono davvero in grado, le forze di opposizione, di rovesciare la Repubblica Islamica? Se lo chiede fra gli altri Arash Azizi, analista basato a New York e autore di diversi libri sull’Iran. Indipendentemente dalle loro posizioni politiche – scrive in un articolo su The Atlantic - le fazioni dell'opposizione non sono riuscite a costruire organizzazioni potenti o reti durature in grado di guidare le proteste. Senza una tale direzione, è probabile che le proteste attuali perdano slancio e si esauriscano, proprio come quelle precedenti. Anche se dovessero durare, è molto più probabile che figure interne al regime prendano l'iniziativa e strappino il potere a Khamenei, piuttosto che i manifestanti riescano a provocare un cambiamento nelle strutture di base del sistema”.
Sullo sfondo resta lo spettro della seconda guerra guerreggiata sul suolo iraniano che Netanyahu si è detto pronto ad iniziare nel suo ultimo incontro con Trump, soli pochi giorni fa nella residenza di Mar-a-Lago in Florida. A motivare un nuovo conflitto, nel pensiero di Netanyahu, non solo la possibilità di una ripresa del programma nucleare di Teheran - che anche per Trump potrebbe eventualmente giustificare nuovi attacchi - ma anche la possibilità che l’Iran stia tornando a sviluppare le proprie capacità missilistiche: un essenziale strumento di difesa, nella visione iraniana, sul quale la Repubblica Islamica– che invece continua a dichiararsi aperta a una ripresa dei colloqui sul nucleare - ha sempre escluso di voler negoziare.
Ma se anche questo scenario non si dovesse mai verificare, non è difficile prevedere che l’Iran debba fronteggiare altri mesi di alta tensione, con importanti ricadute sulla situazione interna. Le guerre infatti non si combattono solo con le armi e sui campi di battaglia, ma anche con un’azione combinata di vari strumenti volti a indebolire l’avversario: dalle sanzioni economiche alle offensive ibride della disinformazione e alle narrative volte a indebolire la legittimità del potere; dai sabotaggi di infrastrutture sensibili agli omicidi mirati ed extragiudiziali (esattamente sei anni fa quello clamoroso del generale Qassem Soleimani ordinato da Trump, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2020, ma molti altri ve ne sono stati prima e dopo, riconducibili ai servizi di Israele), fino a una diplomazia concepita per isolare internazionalmente il nemico. Nulla di tutto questo è nuovo per la Repubblica Islamica, ma è evidente che il crinale si fa sempre più pericoloso: per tutte le parti in causa, per la popolazione iraniana, per una regione già devastata dalle guerre seguite all’attentato di Hamas del 7 ottobre. E anche, in ultima analisi, per tutti noi.







