A questo punto aboliamo i bar

Non passa giorno senza la critica da parte di un giornalista verso la violenza nei toni di alcuni commenti degli utenti di Facebook e Twitter.


Dino Amenduni @doonie
@valigiablu - riproduzione consigliata

Non passa giorno senza la critica da parte di un giornalista verso la violenza nei toni di alcuni commenti degli utenti di Facebook e Twitter.

Il problema non sta tanto nella critica (se un commento è violento, ingiurioso, inutilmente offensivo è più che legittimo biasimarlo), e nemmeno sulla sottolineatura di un dato difficilmente confutabile: sui social media è più facile essere “politicamente scorretti”, perché davanti a uno schermo può essere molto più facile rispetto a farlo guardando negli occhi la persona che si critica.

Ciò che non può essere accettato è piuttosto l’ennesimo, antistorico tentativo di caratterizzare ‘il popolo della Rete’ come un insieme di persone, di pratiche, di parole e di comportamenti antropologicamente differenti rispetto a ciò che accade altrove.

Questa operazione è scorretta, se vogliamo utilizzare una categoria ‘morale’, giornalisticamente sbagliata se vogliamo restare sulla disamina degli articoli, dei post sui blog dei giornalisti, delle analisi. Il dato presentato è sempre ‘in assoluto’. Molto difficilmente si dice che anche nei bar, nelle famiglie, nelle redazioni dei giornali, tra amici, tra fidanzati si parla male del prossimo, anche senza motivo. Sembra sempre che Internet sia lo sfogatoio delle frustrazioni e che per strada tutto proceda in armonia, con serenità, che gli esseri umani siano sempre e comunque buoni, bravi, generosi, affettuosi.

Cosa si dovrebbe evincere da questo continuo ‘j’accuse’ agli italiani connessi? Sono sbagliati i social media e dunque vanno “regolamentati”? O sono piuttosto sbagliati gli italiani e, dunque vanno regolamentati loro? E che dire dei lettori dei giornali? Sono cattivi anche loro, o loro non criticano? In tutti i casi lo scenario tratteggiato è piuttosto inquietante. Che si fa, chiudiamo Facebook? Creiamo un suo galateo? O chiudiamo i bar e, perché no, chiudiamo le critiche? O addirittura chiudiamo i lettori dei quotidiani?

Quando il popolo chiese ai suoi governanti di cambiare le decisioni adottate, i governanti decisero di cambiare il popolo. (Bertolt Brecht)

Un’interpretazione differenziale, che evidenzi come la ‘cattiveria online’ sia endemica in misura maggiore alla ‘cattiveria offline’, sarebbe certamente più interessante e forse condivisibile. Sicuramente darebbe il là a un dibattito meno in difesa delle reciproche prerogative di giornalisti e lettori, di eletti ed elettori, di compratori e venditori, e porterebbe a un clima più costruttivo. Sarebbe comunque poco più di una opinione, dato che non esistono prove empiriche inconfutabili del fatto che si parli con più acredine del personaggio pubblico online che del proprio collega d’ufficio in scrivania.

Fino a quando il messaggio sarà “gli utenti sono cattivi” non si otterrà alcun risultato, solo un gigantesco scambio di accuse tra persone e tra mondi. Lo scambio, tra l’altro, porterebbe proprio alla confutazione della teoria in questione: quando abbiamo voglia di essere cattivi, quando perdiamo il lume della ragione, il mezzo è il messaggio solo fino a un certo punto.




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