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Cose più grandi di noi

22 Agosto 2012 3 min lettura

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Cose più grandi di noi

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Qualcosa che accomuna molti di noi che scriviamo nell'internet - cosa che so per alcuni e per altri immagino solamente - è che la cartella 'bozze' delle piattaforme di blogging è piena di post mai pubblicati per timore d'apparire superflui, privi di senso, fuori contesto o in un contesto nel quale l'apporto individuale vale approssimativamente zero. Post sullo stato delle cose, post su come tutto ci stia mangiando la crosta, post sulle tendenze politiche e i partiti, su cosa è buono o da evitare a Taranto, sul futuro del sistema politico e istituzionale, sul coinvolgimento di Napolitano nelle indagini sulla trattativa Stato-mafia, sulle più diverse posizioni, sui media e sui giornali, post di sostegno alle proteste musicali in Russia, o su quanto la cultura del mercato audioludico sia diventata veicolo di velleitarie dimostrazioni di dissenso inesorabilmente condannate a due anni di carcere.

Finché ci sarà un box da riempire di parole - e un posto sul quale pubblicarle - avremo sempre qualcosa da ritenere, un indirizzo da dare, un monito, un tasto tweet in fondo al post e una speranza nel cuore. Generando - interventi su interventi - un fiume di roba che va a sfociare nel vuoto. E allora non è voler credere che tutto sia inutile perché il proprio profeta di riferimento è uno stronzo, che vivere è una condanna che bisogna trascinarsi dietro con le funi a cilicio e noi illusi ancora a parlare - poveri scemi, che pena. È più semplicemente riconoscere che ci sono cose che sovrastano i nostri 'avvisi', cose più grandi di chi ci ha affettato il prosciutto poco fa, anche se ti sembra che senza salumiere non potresti tirare avanti. Ci volano sopra, si piacciono fra loro a distanza, si scrivono lettere d'amore cifrate sul Corriere timbrandole con un bacio al posto del mittente. "Muah!"

Lo smacco è non riuscire a esprimere compiutamente - né leggere da qualche parte - l'amarezza che ci spetta. Non c'è tristezza. Non c'è il dolore. Non c'è la cupezza, l'ammissione dell'irrilevanza. E non c'è l'individualismo dei reduci che cercano di cavarsela, ché i social network ci fanno tutti animali sociali ai margini dell'ovvietà e del banale. Sostituendo - c'è anche questo - la forma lunga con lo statement facile - la rete è piena di regole d'uso e buoni consigli sui social, una disciplina facile da praticare e che ci fa esperti: è lì che crediamo di esercitare la nostra buona arte, di aver visto crescere le rivoluzioni, di condizionare i prossimi articoli di costume. Ci teniamo occupati e si fischietta un po’.

Non abbiamo voce in capitolo ché nei nostri circoli privati e dentro e fuori è il nulla. E continuiamo a cantare a vuoto e a riempire enciclopedie di niente, oppure a sfamare le bozze di WordPress. Nel video di Time After Time - che per inciso considero il vero e più efficace manifesto all'individualismo capitalista e alle giacche di jeans oversize - questa coppia trova da litigare per un bizzarro taglio di capelli - di lei, roba che erano gli anni '80 da quattro anni e lui probabilmente non se n'era accorto - fatto evidentemente senza preventiva consultazione, e da lì tutto uno spasimare e incupirsi e rincorrersi sotto la pioggia e treni presi proprio al volo. Ecco che probabilmente all'epoca non avevano una minchia da fare ma sapevano a che ora si andava in depressione.

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