Ma a che servono i sondaggi online?

Ogni giorno i quotidiani ci fanno votare sui temi di attualità, ma l’unico effetto è dividerci in tifoserie e semplificare al massimo il dibattito pubblico.



Dino Amenduni @doonie
@valigiablu – riproduzione consigliata

I giornali italiani ci chiedono spesso pareri. Su tutto. Il calcio, la crisi, le liti politiche. E ognuno di noi può dire la sua. Figa la democrazia, si dirà. Certo, fighissima. Ma non risiede di certo nelle pagine dei quotidiani (soprattutto nelle loro versioni online) dedicate ai sondaggi.

Non hanno alcun valore statistico, ed è scritto esplicitamente. Sono facilmente taroccabili, basta giocare con gli indirizzi IP e i cookie. Per questo non rappresentano le reali intenzioni della popolazione. E infatti, quasi sempre non hanno valore neanche per i giornali che li ospitano: ricordate molti articoli di analisi e interpretazioni dei dati di un sondaggio, almeno sulla testata che lo ha ospitato? Io no.

Al voto, poi, non corrisponde quasi mai una modifica delle condizioni esistenti (ecco la differenza sostanziale tra la democrazia e i sondaggi), spesso è solo un modo per manifestare il proprio pensiero, la propria identità, o semplicemente per sfogarsi all’interno di un contesto, come quello italiano, in cui si ha sempre meno fiducia nel fatto che la partecipazione alla vita pubblica possa servire a qualcosa. Il milione e duecentomila firme raccolte per il referendum sulla riforma della legge elettorale, al di là del dibattito sull’ammissibilità dei quesiti, rappresenta una richiesta di cambiamento ancora oggi inevasa, per fare un esempio.

Chiuse le porte della partecipazione classica, il cittadino si deve accontentare e il lettore può pensare, e questo è assolutamente comprensibile, che sia meglio votare su un sondaggio inutile che non fare neanche quello. Un discorso analogo, nostro malgrado, può essere fatto per le petizioni online e le raccolte di firme, ignorate troppo spesso dalla politica, dalle istituzioni e talvolta persino dai grandi gruppi editoriali. A dirla tutta, i promotori di queste petizioni spesso fanno finta di non sapere che in Italia queste azioni hanno avuto un impatto pressoché nullo in questi anni e continuano a promuoverle spesso per acquisire visibilità personale o dei gruppi di cui fanno parte.

Ma se questa analisi è corretta, perché ci sono tutti questi sondaggi su Internet? A voler essere maliziosi il motivo sembra chiaro: si crea un contenuto a scarsissimo livello di complessità (bastano pochi minuti di lavoro), si divide il pubblico con scelte di domande e risposte fortemente polarizzate e così si generano volumi di traffico che altrimenti non potrebbero essere raggiunti.

Raramente questi sondaggi offrono più di tre alternative, molto spesso ne hanno solo due e ancora più spesso si può solo scegliere tra ‘sì’ e ‘no’. E poco importa se il tema di un sondaggio richiede l’analisi di molte variabili e quindi non è giusto né possibile rispondere in termini ultimativi: pensate, ad esempio, a temi come la spending review, sul cosa sia e sul cosa c’è da tagliare.

Questo è vero quasi ogni giorno, ed è vero su tutte le principali testate nazionali.
A campione, diamo un’occhiata ad alcuni esempi di oggi (14 luglio):

Fatto Quotidiano: Enrico Letta: “Meglio il PDL del Movimento5Stelle, siete d’accordo?”
Libero: “Con Berlusconi candidato premier quanti voti prenderà il Pdl?”
Gazzetta dello Sport: “Nel nuovo Milan, chi vorresti in attacco?” 

Questa strutturazione ipersemplificata del dibattito pubblico mi preoccupa perché essere costantemente esposti a questioni e messaggi del genere può aumentare, o perlomeno rinforzare, una tendenza tutta italiana (e molto facile da riprodurre su Internet) a dividersi in fazioni e tifoserie su tutto, a non considerare né valorizzare la riflessione, il dibattito, il confronto.

Non vorrei che i grandi gruppi editoriali e il mondo dell’informazione in genere, spesso e giustamente impegnati nel criticare modelli di società manichei, conflittuali, troppo spesso anti-qualcuno più che pro-qualcosa contribuissero alla sopravvivenza proprio di quei modelli che a parole combattono, in cambio qualche click in più. Click che, tra l’altro, illudono sulla sostenibilità degli attuali modelli di informazione, offline e online, e così non fanno altro che rimandare l’appuntamento con l’autoriforma del giornalismo italiano, ancora oggi troppo statica davanti ai cambiamenti possenti dei sistemi informativi nazionali e internazionali.




  • simone db

    direi che potremmo proporci una domanda migliore.
    come migliorare la qualità dei sondaggi onlòine (a partire dalla univocità delle risposte) e come abbinarli ad un approfondimento delle tematiche ed ad un indirizzo di progettualità…cosa che richiede maggiore complessità di azione, ma si può fare. costruire progetti e cambaimento richiede la sintesi di opinioni e consocenze, preferenze, la reperibilità di risorse etc…però la democrazia vive anche di opinione pubblica, atteggiamenti, dialogo. più semplice, più accessibile..certo da non banalizzare nè strumentalizzare…lì anche la responsabilità dei giornalisti.
    grazie dino per lo spunto

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