Megaupload e il maccartismo digitale

La chiusura di uno dei più diffusi siti web di file hosting è la nuova caccia alle streghe per favorire le multinazionali?


Il maccartismo è l’americanismo con le maniche arrotolate”. Così il senatore americano Joseph McCarthy definì il movimento che prese il nome dal suo. Più aspramente l’American Heritage Dictionary lo dipinse come: “la pratica di pubblicizzare accuse di slealtà politica o sovversione con un insufficiente riguardo per le prove” e “l’uso di metodi sleali di investigazione e di accusa per eliminare gli avversari politici”.
I fatti: il 19 gennaio 2012 l’Fbi americana, dopo aver ottenuto un provvedimento restrittivo dal Gran Giurì della Virginia, arresta, con la collaborazione degli Stati interessati, i dirigenti di Megaupload, tutti cittadini residenti fuori dagli Usa, compreso il discusso Kim Dotcom, patron dei 18 siti che fanno parte del gruppo. Poi chiude i server che si trovano a Hong Kong e sequestra oltre 50 milioni di beni di vario tipo.
L’eco dell’operazione è mondiale, le conseguenze immediate, moltissimi dei siti di cloud storage chiudono spontaneamente nei giorni seguenti, oppure disabilitano le funzioni di condivisione file. Colpirne uno per educarne cento: pare che funzioni davvero!

Sinceramente è presto per poter dire se Dotcom, con la sua creatura online, è colpevole o meno. Sarà un giudice terzo che lo stabilirà, sperando che Kim non sia nuovamente sfortunato, visto che il Gran giurì della Virginia casualmente è un ex della BSA, capo del gruppo antipirateria dell’associazione che riunisce l’industria americana del software. Nel 2009 Obama lo volle vice procuratore generale in Virginia.

La argomentazioni in campo sono le solite, da una parte l’industria che asserisce di aver perso miliardi e moltissimi posti di lavoro per colpa dell’attività illecita di Megaupload, dall’altra lo “straniero” Kim Dotcom, reo di rubare i profitti agli americani, che si difende sostenendo di aver rispettato le norme americane in materia.

Dall’atto di accusa si ricava una generale impressione negativa dell’attività posta in essere dai 18 siti collegati a Megaupload, sinteticamente appellati nel provvedimento come MegaCospirazione, giusto per chiarire subito quanto sono cattivi i cattivi. Ma ad una lettura approfondita del provvedimento non pochi sono i dubbi che sorgono all’attento lettore non distratto dalle cifre mirabolanti lanciate ad ogni passo del testo.
La tecnica è la stessa, ogni argomento è letto in una prospettiva di criminalizzazione.
Quando le major portavano in giudizio Google, era perché le sue tecniche di indicizzazione favorivano la pirateria. Megaupload non ha alcun motore interno, nessuna indicizzazione dei contenuti, ma non perché vuole evitare di diffondere eventuali file piratati, nossignore, lo fa – dice il Gran Giurì – perché vuole dissimulare il reale scopo criminale della sua attività.
E lo stesso dicasi per la Top 100 dei file più scaricati, opportunamente depurata da file illeciti, ma, ovviamente, solo per dissimulare l’attività criminale in atto. Sono tanto criminali da riuscire addirittura ad apparire onesti? O forse le attività non sono altro che legittime strategie di business (abbonamenti premio, annunci, premi per utenti attivi) comuni a molti siti web?

Poi, forse, ci sarà anche un processo giusto, e il genio del male Dotcom e compagni saranno trovati colpevoli di mega cospirazione ai danni delle multinazionali Usa, con violazione massiva del copyright, però è un dato di fatto che in molti passi del provvedimento di accusa (ribadiamolo, è solo l’accusa per ora) i conti non tornano.
Un po’ come all’epoca della caccia alle streghe nel medioevo, quando per provare la colpevolezza della femina, da fe minus, cioè di poca fede, era usuale immergerla in acqua: se non annegava era colpevole perché irretita dal demonio, se invece annegava, lo era ugualmente perché il demonio è abile ed esperto ingannatore.

La caccia alle streghe del medioevo non era altro che una guerra alle ultime forme di matriarcato, dove l’obiettivo da parte della Chiesa era di togliere alle donne il “potere” di curare malanni e fare da levatrici, insomma l’intento era di creare un monopolio dei preti nel settore. L’impressione è che gli Usa percorrano la medesima strada, imponendo i propri monopoli agli altri, prima con le guerre nell’ambito dei servizi correlati oppure nel settore dell’energia (leggi Iraq), oggi attraverso le leggi sul copyright nell’ambito della rete internet.

Sarà solo un caso, ma l’operazione dell’Fbi scatta proprio pochi giorni dopo l’annuncio del “criminale” Kim Dotcom, in un’intervista a TorrentFreak (nomen omen direbbero alla Riaa), dell’imminente lancio di Megabox, una nuova piattaforma stile iTunes che avrebbe garantito agli artisti fino al 90% della remunerazione ottenuta. Il segreto? Semplice, eliminare l’intermediazione delle major.
Era troppo, si saranno detti negli Usa, non solo “rogue” Kim ci sbeffeggia dalla sua lussuosa mansion in Nuova Zelanda, acquistata con i soldi sottratti ai cittadini americani, ma adesso ci vuole anche far chiudere?

Quel che resta al momento, in attesa di un processo che si annuncia molto combattuto, è che per una accusa gli americani hanno chiuso dall’altra parte del mondo una azienda che produceva il 4% del traffico internet mondiale, pagandolo regolarmente, e ben 175 milioni di dollari in 5 anni, senza nemmeno concedere agli accusati di poter replicare alle argomentazioni del Gran Giurì della Virginia.
Adesso non resta che attendere: il moderno stregone Kim Dotcom galleggerà oppure no?

Autore
Avvocato e blogger. Mi interesso di diritto applicato ad internet e alle nuove tecnologie di comunicazione. @brunosaetta



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