La Rete si mobilita, ma poi non scende in piazza

[Tempo di lettura stimato: 3 minuti]

“Tanto non cambia mai niente”. Quante volte mi sono fermata bloccata da questo. Ma è da un po’ di tempo (da quando la richiesta di rettifica al Tg1 di Minzolini - perché prescrizione non è assoluzione - è stata sottoscritta da 200mila cittadini) che sento l’esigenza di impegnarmi, mobilitarmi, farmi sentire, vedere, espormi anche se al fondo quella vocina rimane: “Tanto non cambia mai niente. A che serve?”. Adesso so perché lo faccio. Non lo faccio più perché convinta che qualcosa cambierà ma perché sento necessario impegnarmi come cittadina. Sta tutto qui il senso. Al di là dei risultati che si otterranno, se si otterranno.

La riflessione che sto per fare nasce da una constatazione (senza aggettivi perché è una constatazione e basta, non è amarezza, ma leggere la realtà per quella che è e provare a capirla).

Ancora una volta la Rete si mobilita (vedi la campagna dei post - it partita proprio dalla Rete e rilanciata da Repubblica, diventando una dei simboli più forti della mobilitazione dell'opinione pubblica contro la legge sulle intercettazioni), ma non scende in piazza. Quando siamo andati a consegnare alla Rai le firme raccolte per una rettifica al Tg1 gli iscritti al gruppo su facebook “la dignità dei giornalisti e il rispetto dei cittadini” erano 154mila in 5 giorni (poi con il tempo siamo diventati 208mila e oltre 17.000 sulla pagina fan). Con me alla Rai c’erano 10 persone. E così ogni volta che ci siamo andati per rinnovare la nostra richiesta (tutt’ora senza risposta da parte dei vertici Rai). Eravamo un centinaio (sebbene gli iscritti all’evento che hanno cliccato “parteciperò” fossero più di mille) sempre davanti alla Rai il giorno della protesta e dello sciopero di RaiNews.

E la vedi, la senti dai commenti, dai post: la partecipazione dei cittadini è forte, è costante, è immensa. Indignazione, partecipazione. Virtuale però. Perché la Rete si mobilita ma poi non scende in piazza. Stessa scena per la contestazione della legge bavaglio sin dalla prima volta quando è stato organizzato lo speaker’s corner davanti a Montecitorio. Era la prima mobilitazione “fisica” contro una legge che era (è) un vero e proprio attacco al diritto dei cittadini all’informazione e alla sicurezza. C’era poca gente. Così come c’era poca gente il 29 luglio ancora una volta davanti a Montecitorio per dire No alla Legge Bavaglio e No al Bavaglio alla Rete (comma 29 dell'art.1, eppure il nostro appello al presidente Fini e all’Onorevole Bongiorno ha raggiunto in 3 giorni oltre 10.000 adesioni).

Io e Guido Scorza, che eravamo lì insieme ad altri, ce lo siamo chiesti: ma la gente che in Rete si mobilita e si ribella qui dov’è? Il giorno dopo leggo un commento su un post della pagina “No alla Legge bavaglio alla rete” in cui si parla appunto della legge rinviata a settembre e del successo della manifestazione (che poi era un sit-in, un presidio organizzato dalla FNSI per il giorno 29 davanti alla Camera). Il commento di Carlo denuncia e lamenta la mancata partecipazione, secondo lui il sit-in è stato un flop e bisognerebbe ammetterlo.

Ma è proprio così che stanno le cose? La Rete si mobilita ma poi non scende in piazza. È vero. Ma non credo affatto che sia stato un flop, e lo sapete perché? Perché mi sono messa in testa che le forme di mobilitazione sono cambiate, com’è cambiato il mondo tutto a partire dall’informazione e dalla comunicazione. Mi sono messa in testa che in tre giorni (weekend di fine luglio) 10.000 persone che aderiscono all’appello per fermare la legge bavaglio alla rete valgono (in termini “politici”) quanto 1.000 persone che si riuniscono in piazza. Chi decide il peso della mobilitazione? Se l’opinione pubblica ha trovato un altro modo di esprimersi e farsi sentire forse bisognerà ottimizzare il nuovo strumento, valorizzarlo e non vedere un fallimento quando si utilizzano “metodi tradizionali”? Ma qui poi arriviamo al passo successivo ossia alla necessaria alleanza della rete con i media main stream, solo se diventi notizia per i grandi giornali o le tv allora la Rete esce dall’”acquario” e può incidere sulla società.

Insomma perché 12.000 persone “riunite” su Facebook varrebbero di meno che 100 in piazza? Ho lanciato il quesito sulla mia bacheca (95 commenti in pochissimi minuti) le spiegazioni della scarsa partecipazione fisica vanno da gli italiani sono pigri, è facile fare clic ma poi andare in piazza è un’altra cosa a perché c’è il lavoro, la famiglia, spostarsi per arrivare a Roma costa…. Secondo me sono tutte motivazioni valide.

La discussione in sintesi che pongo è: come possiamo valorizzare la mobilitazione dei cittadini sulla Rete che c'è ed è forte ed è innegabile? 

Arianna Ciccone
©valigia blu - riproduzione consigliata

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  • donatella

    Sì, penso proprio che la tua analisi sia azzeccata, Arianna. Del resto, ricordi il decreto “salva ladri” del primo geverno Berlusconi: anche allora la protesta popolare avvenne con i fax, ma non per questo fu percepita in modo meno netto ed efficace. Per il resto, uscire dalla sola rete per essere “visibili” (grazie a Dio “vivi” lo siamo già) è indispensabile. Io in Fb mi ci sono imbattuta per caso, per curiosità, essendo madre di tre giovani. E ho scoperto con piacere un intero mondo. Però il movimento Valigia Blu, le iniziative a favore della libertà di stampa, etc., le ho conosciute attraverso i giornali – in particolare Repubblica – e la pubblicità in occasione del Festival del giornalismo, dato che vivo a Perugia. Ecco, credo il risvolto culturale delle iniziative sia molto importante. Checché se ne dica, c’è interesse verso la tanto denigrata e vituperata cultura, la sola in grado di “gestire” in qualche modo lo spontaneismo e l’emotività.

  • arianna

    grazie donatella per questo tuo messaggio :)

  • oretta

    come sempre cara Arianna fai un’analisi sempre molto veritiera, di una ragazza schietta ed impegnata come lo sei tu. Io sono una pensionata piuttosto attiva , anche se un tantino pigra! però da quando ho avuto modo di leggerti e condividere certe tue iniziative sociali nella rete, devo dire che mi sono risvegliata dal torpore delle notizie fabbricate ad arte nei notiziari della rete televisiva.E proprio grazie a te che non mi sono più allontanata dal social net-work di facebook (avevo intenzione di farlo)..quindi alla manifestazione davanti ai cancelli Rai, ho cominciato a partecipare ativamente alla mia prima manifestazione…è vero eravamo in pochi, ma l’intenzione ed il valore di quell’appuntamento è stato determinante ed importante….è stato così anche per il 29 luglio a piazza Navona..devi continuare con lo stesso entusiasmo che hai nel continuare le tue battaglie anche se poi la partecipazione fisica non è al 100%…con il tempo verrà anche la gente che avrà maturato e fatto proprio il messaggio!!! Un abbraccio Oretta.

  • Paolo Guido

    L’atto semplice e gratuito di “firmare” un appello non impegna MAI alla partecipazione fisica e contiene un’alta tara di nomi farlocchi. Imponi un chip (1€?) ad ogni firma e vedrai una dimensione più realistica.

  • Sascha

    Il politologo bielorusso-americano Evgeny Morozov da tempo indaga le conseguenze e le modalità dell’impegno politico online. Ha coniato il termine ‘slackactvism’ per indicare la qualità eterea ed effimera dell’impegno online, i ‘mi piace’ che non impegnano a nulla e la violenza dei commenti protetti dall’anonimato. Di recente s’è impegnato a smontare il mito della ‘rivoluzione via Twitter’, facendo notare come non solo le rivoluzioni falliscono ma come i social network possano rafforzare i governi autoritari e demotivare i ribelli. Insomma, si da da fare a demistificare le mitologie internettiane più popolari fra il ‘popolo del web’, cioè quelle persone che vorrebbero tanto il cambiamento ma non sono disposte a far nulla – nemmeno votare – per realizzarlo.
    http://www.evgenymorozov.com/
    Del resto, rimanendo in Italia, si nota come nel 1994, quando B. formò il suo primo governo, la Rete in Italia era popolata da poche centinaia di persone e che il potere di B. e la diffusione della Rete sono cresciuti assieme e non credo sia un caso…

  • arianna

    grazie ragazzi grazie @oretta che parole belle e non ti devi preoccupare mica io mi abbatto sai :D. quello che mi piacerebbe capire è come convogliare questa mobilitazione che online c’è ed è fortissima in qualcosa che davvero possa incidere e fare pressione… @sascha grazie molto interessante posso postarlo sulla pagina fan? @paolo lo so però io credo che in qualche modo dovremmo valorizzare questo “movimento” che io cmq in rete vedo, leggo, ascolto…

  • Gabriele

    “perché 12.000 persone “riunite” su Facebook varrebbero di meno che 100 in piazza?”

    Perché le 100 persone in piazza stanno dimostrando quanto ci tengono alla causa sacrificando il loro tempo libero.

  • arianna

    gabriele non è sempre così. conosco tantissime persone che non hanno potuto partecipare per motivi familiari, di lavoro, di costi… stiamo attenti a generalizzare. la rete può e deve dare voce e peso politico anche a chi non può manifestare in piazza e a chi alle manifestazioni di piazza non crede più…

  • Federico Semeraro

    Cara Arianna,
    condivido con te la sensazione che la gente della rete sia molto brava a cliccare sul mouse e più pigra a manifestare in piazza. La mia personale protesta personale è partita oggi con un gesto simbolico e pacifico che sono sicuro farà fatica a trovare adempti. Io ci provo come diceva Gandhi: Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu la faccia.
    Ti invito a partecipare alla mia protesta Turn me off if you can:
    http://www.facebook.com/group.php?gid=136798549694186

  • arianna

    ciao @federico ho visto la tua iniziativa mi sono iscritta e ho anche postato il link sulla pagina del gruppo. però il video non mi è piaciuto ma perché ti tagli i capelli??? :D cmq se leggete bene il mio post io la vedo in maniera più complessa di come sembrerebbe ad una prima lettura (o sono proprio io che mi sono spiegata male :DDD). grazie

  • Federico Semeraro

    Cara Arianna,
    il tuo post era molto chiaro. E’ la mia fede nelle persone che ultimamente vacilla. Il video è stata una reazione istintiva a tale poca fede nella volontà delle persone di protestare attivamente con un gesto simbolico e pacifico. Per questo ti dico che la potenza della rete è tanta e potrebbe ancora crescere e fare movimento…ma poi come la tua esperienza descrive…nella vita reale….sono pochi disposti a fare un passo in più rispetto al click del mouse….vediamo tra un mese se la gente che supporta Turn me off if you can avrà il coraggio di protestare….attivamente…
    F.

  • Antonio Rossano

    ciao Arianna. come sai ti seguo e ti ho seguita dall’ inizio di questo percorso con Valigi Blù. E sono convinto delle cose che dici e di come le dici.
    sono peraltro convinto (se ho compreso almeno in linea generale le tue intenzioni) che al momento, in Italia, la rete non può essere che un “luogo” di incontro e di discussione, di espressione platonica di buone intenzioni.
    Il veltronismo è stato l’ inizio della fine del PD con l’ idea di riproporre una logica Obamiana della partecipazione politica in Italia: ma negli USA la situazione era ed è molto diversa dalla nostra, in relazione alla partecipazione ed al coinvolgimento politico della popolazione.
    Una popolazione da anni dissuasa e demotivata dalla politica del capitale onnipotente, con percentuali di partecipazioni al voto ridicole, se paragonate a quelle europee o italiane.
    Il miracolo Obama della rete come medium sociale di attivazione della coscienza politica non poteva e non può riproporsi quì.
    O almeno non nella stessa forma e contenuto. E’ necessario contestualizzare il tutto, per comprendere il motivo della “rete piena” a fronte di una piazza vuota.
    Nel momento in cui il PCI-PDS-DS-PD ha iniziato a lasciare le piazze, ma soprattutto il territorio (e sto parlando del 1992-94), il “partito personale” del cavaliere andava ad occupare quegli stessi spazi che erano lasciati dalla sinistra sul territorio: circoli delle libertà, di forza italia, di alleanza nazionale, sedi e filiali, la presenza capillare della lega tra la gente e nelle fabbriche a cavalcare il malcontento popolare e le ambizioni della piccola impresa del nord-est: perchè il cavaliere, al contrario di quello che una sinistra molto autocelebrativa continua a propugnare, è astuto, intelligente ed ha grande lungimiranza.
    E lo ha sin qui dimostrato.
    Allora , a mio avviso, per comprendere la debolezza della “rete piena” bisogna tornare a quel momento.
    Bisogna tornare tra la gente.
    Andare laddove il sociale è degradato, discutere, faticare, sudore della fronte e tanto impegno, per riconquistare la fiducia della gente ormai affondata nell’ oblio dell’ impero dell’ ignoranza e della disinformazione.
    Bisogna riorganizzare il territorio, in maniera capillare e diffusa, creando una rete reale, oltre quella virtuale, di persone e di cose. Che sia il “mirror” di quella virtuale, la rete internet, che ne deve essere il complemento e non il sostituto.
    Se davvero vuoi portare avanti il tuo progetto, fino in fondo, dovrai portare la tua valigia blu nelle case della gente, porta a porta, nelle fabbriche, nei quartieri piuttosto che nei condomini.
    Quelle dieci persone che erano in piazza, a fronte delle migliaia che hai trovato in rete, sono tantissime, molto più di quello che si sarebbe potuto fare, come hai fatto tu, partendo da zero.
    Sono quelle 10 persone i nodi di partenza della tua nuova rete umana, di questo piccolo grande miracolo che hai realizzato fin quì in pochi mesi.
    Parti da loro e da quegli altri che saranno disposti a rimettersi in gioco, a scendere in campo.
    Pochi ma di grande valore.
    Ma a queste persone sarà necessario dare un obiettivo, una linea ed un percorso, affinchè possano sentirsi parte di un organismo vivente e multicellulare, di un movimento.
    Io credo che bisogna ripartire da dieci (rubando qualcosa al buon Massimo Troisi…). Che non sono zero.
    come già detto ci sentiamo a settembre.

  • Andrea

    Sono d’accordo sulla conclusione della riflessione avviata dalla signora Ciccone: la domanda importante è in quale modo valorizzare la mobilitazione dei cittadini, che sulla Rete c’è, ma che in piazza non appare in modo altrettanto evidente. Mi convince meno, invece, sostenere che la scarsa presenza in piazza non sia un fallimento. Non lo sarebbe, se le (sole) forme di partecipazione “virtuale” sortissero effetti concreti. È questo il caso? Non mi sembra.
    Per avere effetti concreti, reali cambiamenti, mi pare si debba ancora scendere in strada e andare nelle piazze, a prendersi le mazzate in testa.
    Che tipo di partecipazione è quella descritta, che si dissolve al momento dell’incontro concreto? Una partecipazione claustrofobica? Oppure è il modo in cui si esprime, piú che il cittadino 2.0, il consumatore 2.0 che ha preso – tristemente -, il posto del cittadino che lottava, come dire… carnalmente, per i suoi diritti?

  • arianna

    vi segnalo un contributo alla discussione che ho trovato interessante (e non solo perché mi dà ragione :DDDD) http://mediamondo.wordpress.com/2010/08/03/fuori-dalla-piazza-la-consistenza-della-mobilitazione-in-rete/

  • Michele

    Stavo legando, per portarli al cassonetto, i sacchetti della spazzatura ed ho detto a mia moglie “siamo dei cattivi cittadini”.
    Perchè , mi ha risposto lei.
    Guarda buttiamo la carta ed il cartone nei sacchetti dell’ indifferenziata invece che separarla, oltretutto da un mese hanno posizionato la campana per la raccolta della carta dall’ altro lato della strada e non dobbiamo andare a piedi fino all’ inizio della stessa.
    Beh, paghiamo le tasse e tanto basta, è stata la sua risposta.
    Eh no ! non basta un corno, ho ribadito.
    Non possiamo predicare bene e poi razzolare male, altrimenti non abbiamo il diritto di criticare chi mal ci governa.
    Facciamo come quelli che alla domenica con una messa tacitano la propria coscienza o quelli che ogni tanto danno 20 centesimi al mendicante per strada e si sentono più vicini al paradiso.
    Ed anche la rete è assimilabile alla messa domenicale, fare un click per asserire la propria partecipazione è più facile e meno oneroso, coinvolgente, impegnativo che partecipare realmente.
    Click come verba volant e spesso lasciano il tempo che trovano sono le azioni, i fatti quelli che contano ma ormai siamo diventati sempre più globali ma anche semnpre più virtuali, il mondo pare non sia più in strada ma dentro allo schermo che abbiamo davanti sia esso tv o pc.
    E così clicckiamo e diciamo che siamo con te, ti diamo la nostra solidarietà e con questo riteniamo di aver dato il contributo alla causa, lavandocene le mani di quella che è la vera partecipazione, quella reale e non quella virtuale.
    Ciao