Direttiva europea sul Copyright, a che punto siamo

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L'8 giugno la Commissione IMCO (mercato interno) del Parlamento europeo ha votato per l'adozione del suo parere sulla proposta di riforma della Direttiva Copyright. La riforma avanzata dalla Commissione europea ha inglobato alcune proposte estremamente discutibili, a partire dalla famigerata Link Tax, per finire con i filtri da imporre agli ISP (Internet service provider).

La visione della Commissione europea pare considerare il cittadino solo come un consumatore, il cui compito è principalmente quello di consumare in funzione della realizzazione del Digital Single Market. In questo specifico ruolo il cittadino europeo alimenta la catena della distribuzione dei contenuti online, consentendo, secondo l’ottica della Commissione, la sopravvivenza dell’ecosistema digitale, che è visto come una catena di distribuzione che va dalle aziende ai cittadini. Il risultato è un approccio principalmente burocratico che moltiplica le licenze (e quindi i costi di transazione), con un pesante impatto negativo sull’innovazione e sui diritti fondamentali dei cittadini.

Discussione in Parlamento

Con il passaggio in Parlamento, la proposta di riforma è stata bersagliata da numerose critiche, che si sono focalizzate in emendamenti tesi a rimediare le storture presenti. Significativa la posizione di Jouland, della Commissione CULT (cultura), il quale ha evidenziato come la proposta ignori totalmente il ruolo anche di produttori degli utenti dei servizi digitali (user generated content).

Si tratta di un ruolo che lo stesso Ofcom (autorità competente e regolatrice indipendente per le società di comunicazione) rimarcò nel 2013. Il processo di creative destruction di Internet, secondo l’Ofcom, porta sicuramente alla distruzione di posti di lavoro e agevola la violazione dei diritti, ma nel contempo offre numerose possibilità di realizzare nuovi modelli di business (crowdfunding, volontariato, servizi di distribuzione e advertising, ecc..), stimola la partecipazione politica e sociale, alimenta il dibattito di massa, la condivisione della cultura, crea nuove opportunità nel settore educativo, sanitario e dei media locali. Per non parlare delle nuove occasioni di business fornite agli operatori storici di contenuti (incumbents). Il rapporto Ofcom (ricordiamo che è del 2013) evidenzia le oltre 3000 aziende digitali nate grazie ad Internet, con circa 50mila dipendenti, nel settore degli UGC (user generated content).

Di tutto ciò nella proposta della Commissione non c’è un accenno, un riferimento, una considerazione, viene tutto ignorato per focalizzarsi sulla “necessità” di tutelare i business esistenti dall'impatto delle nuove tecnologie, considerando altresì il copyright l’unico possibile meccanismo adatto a garantire la promozione della creatività e dell’innovazione. Una posizione ormai non più sostenibile e nemmeno più sostenuta (se non dall'industria del copyright che, ovviamente, lo fa per i propri interessi economici).

La parlamentare Comodini Cachia, relatrice per il Parlamento europeo della proposta di Direttiva, ha presentato una modifica alla norma che introduce la Link Tax, nonché altrettanto significative modifiche all’articolo 13 che introduce i filtri per gli intermediari della comunicazione.

Ancora, il relatore Boni della Commissione LIBE (libertà civili) ha proposto un compromesso che non si ponga in contrasto con le attuali norme e la giurisprudenza comunitaria, e, quindi, sia rispettoso del divieto di un obbligo generale di controllo dei contenuti immessi online. L'obbligo di utilizzo di tecnologie di riconoscimento dei contenuti viene, quindi, rimosso, mantenendo la necessità che le misure adottate dalle aziende siano rispettose dei diritti fondamentali degli utenti (libertà di espressione, privacy). La proposta di compromesso dichiara, inoltre, che gli Stati membri devono garantire l’accesso ad un tribunale od autorità indipendenti e che i titolari dei diritti debbano rispondere in caso di reclami contro eventuali rimozioni.

Altri emendamenti mirano ad ampliare le magre eccezioni proposte dalla Commissione per il text e data mining e l’attività didattica. A questo proposito è interessante notare che il Regno Unito ha una normativa diversa (limita solo il text e data mining solo se a fini di lucro), e quindi non presenta le limitazioni della proposta europea, per cui ampliando ulteriormente l’eccezione potrebbe accogliere, dopo la Brexit, le aziende che vogliono operare nel campo del text e data mining.

Proseguire sulla strada tracciata dalle proposte in materia per l’Unione porterebbe, quindi, a perdere possibili nuovi aziende e nuovi posti di lavoro.

In relazione al nuovo diritto da attribuire agli editori, Catherine Stihler argomenta che la norma non è sufficientemente motivata, ritenendo sufficiente l’estensione della possibilità di agire per la tutela dei propri diritti anche agli editori (cioè la proposta di Comodini Cachia): “ritiene che non sia necessario creare un nuovo diritto, giacché gli editori godono del pieno diritto di autoescludersi dall'ecosistema in qualsiasi momento ricorrendo a semplici mezzi tecnici”. Il chiaro riferimento è all’accusa di “rubare” contenuti da parte degli aggregatori di News (come Google News), che può essere facilmente risolta inserendo un banale comando all’interno del file robots del sito del giornale.

A fine maggio si viene a conoscenza di un altro testo preparato dal parlamentare Pascal Arimont (PPE), considerato dalla parlamentare Julia Reda una provocazione, in quanto non solo ignora i compromessi raggiunti, ma addirittura si presenta peggiorativo rispetto allo stesso testo iniziale della Commissione europea.

Il testo di Arimont, infatti, prevede che i filtri siano applicati non solo ai servizi che ospitano una “grande quantità di contenuti” (come da proposta della Commissione, tra l’altro una definizione non proprio chiarissima), ma anche a quelli che semplicemente ne facilitano la disponibilità in rete anche se non li ospitano. Ciò significa che i filtri dovrebbero applicarsi anche ad un semplice blog che embedda o semplicemente linka (ricordiamo che la sentenza GS Media della Corte di Giustizia ha aperto la strada alla responsabilità da link) contenuti da altri siti. Prevede, inoltre, una sola eccezione per le micro-imprese in attivo da meno di 5 anni (dal sesto anno in poi dovranno rispettare la norma).

Inoltre, la proposta di Arimont considera qualsiasi servizio online che utilizza algoritmi per migliorare la presentazione dei contenuti (come ad esempio l’ordinamento alfabetico) direttamente responsabile di qualsiasi violazione del copyright. In tal modo riscrivendo la responsabilità degli intermediari.

Il parere della Commissione IMCO


Catherine Stihler
, relatrice della Commissione IMCO, si è occupata di cercare un dialogo di compromesso tra le varie posizioni. Con il voto (qui analisi di Julia Reda sul parere adottato), quindi, il testo di Arimont è stato respinto.

Per quanto riguarda l’eccezione su text e data mining (art. 3) è stata adottata la versione che limita l’estrazione a chi legalmente acquista il contenuto. In poche parole l’Europa invita le startup a spostarsi al di fuori dell’Europa (Regno Unito?).

Sul Press Publisher Right (diritto degli editori, art. 11), è stata votata la proposta iniziale della Commissione europea con alcune modifiche. In particolare il nuovo diritto a favore degli editori non sarà retroattivo (qui sotto infografica che indica i principali problemi di questo nuovo diritto).

Infografica via Quidos

La Commissione ha raggiunto, invece, un utile compromesso sull'art. 13 che impone il filtraggio dei contenuti immessi dagli utenti, adottando la proposta del parlamentare Boni sopra menzionata, che non impatta sulla normativa in materia (a differenza della proposta iniziale della Commissione) e realizza un adeguato bilanciamento tra i diritti delle aziende e quelli degli utenti.

Ottima notizia è, inoltre, l’inclusione di una specifica eccezione per gli user generated content (vedi immagine sotto) al fine di consentire la citazione di contenuti o l'uso di estratti di opere, ai fini di critica, intrattenimento, illustrazione, caricatura o parodia. In sostanza finalmente i remix, le Gif, i "meme", le compilation di parti di brani o video, diventano legali.

Viene introdotta, inoltre, un'eccezione per la libertà di panorama, che permette la condivisione online di fotografie scattate in luoghi pubblici, che potrebbero violare i diritti di architetti o proprietari di edifici. Si tratta di questioni che la Commissione europea non aveva considerato, ma che sono state aggiunte alla discussione nel Parlamento.

Eccezione per gli user generated content

Adesso si attendono i rispettivi pareri delle altre Commissioni:

  • CULT (Cultura) il 21 giugno.
  • LIBE (Libertà civili e giustizia) il 29 giugno.
  • ITRE (Industria e ricerca) l’11 luglio.
  • JURI (Diritto) 28 settembre.
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