Visti da Londra: essere giovani in Italia è incredibilmente difficile


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Michele Azzu (foto di Linda Buratto)

Sono stato 7 giorni a Londra. Non ci tornavo da 4 anni, da quel luglio 2010 in cui - dopo aver vissuto un anno in Inghilterra per studiare musica - tornai in Sardegna per sviluppare L'isola dei cassintegrati, allora appena nata. Gli operai della Vinyls occupavano ancora il carcere dell'Asinara, e con questo reality in rete io e Marco Nurra eravamo riusciti a farli vedere un po' ovunque, nella speranza che la fabbrica riaprisse.

Dopo 4 anni, salgo in metro per la prima volta, a Liverpool Station, e due fermate dopo mi si siede di fronte Bill Emmott (ex direttore del The Economist, autore del documentario sull'Italia “Girlfriend in a coma”). Legge un giornale. Un caso? Forse il destino vuole dirmi qualcosa, ma non ho capito cosa: riesco solo a pensare che sono di nuovo qui.

Quanto cazzo mi eri mancata, Londra. Mi mancavano le tante carrozzine di neonati in giro, che in Italia non vedo mai. La costruzione incessante: un paio di grattacieli nel 2010 non c'erano (il walkie talkie e la piramide), King's Cross Station quasi non l'ho riconosciuta. Mi era mancato fare attenzione quando attraversi la strada, a guardare dalla parte giusta (a destra). Ora, poi, c'è l’insegna “cibo sano” a ogni angolo di strada: molte cose sono cambiate.

Più di tutto mi ha colpito rivedere gli amici. Come Miguel di Madrid, che sviluppa videogiochi per la Sega, felice perché i suoi capi lo valorizzano. Pensare che pochi anni fa aveva perso il lavoro in Spagna, ed era stato parecchi mesi in cassa integrazione. “Vedi questo isolato? Prima non c'era”, dice Miguel, e mi porta a un pub che sta proprio sotto la sede di Vice UK. In realtà il pub stesso è proprietà di Vice: “È un pub come gli altri, non c'è scritto Vice da nessuna parte”, racconta. Lì, una volta al mese, fanno la festa della media company americana.

Ho rivisto anche Clara, la mia amica argentina-cilena, che in passato ha avuto tanti problemi col visto per l'Inghilterra, avendo deciso di andarci a vivere proprio nel momento in cui David Cameron decise di dare una stretta all'immigrazione. Fu costretta a fare avanti e indietro dall'Italia per un anno intero. Ora Clara ha aperto la sua società di produzione - “Di cosa? Di tutto” - e lavora con un artista che espone al MoMA. "La dichiarazione dei redditi la faccio online", mi ha spiegato “E sui primi 10mila pound non ci pago le tasse”.

Ho visto dopo tanto tempo anche il mio amico e collega Vincenzo Sassu, che incontro ogni anno al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia. Nel 2014, per la prima volta, non era potuto venire perché era qui, a Londra, a frequentare un master full-time in fotogiornalismo all'Università di Westminster. Sono andato a vedere l'esposizione delle sue foto di fine corso, un progetto realizzato alle Banlieue di Parigi, che Vins conosce bene, e che è stato inserito nella Source Photographic Review - 2014 MA Showcase.

Sul muro vedo volti di francesi figli di emigrati arabi o africani: “Quella ragazza nella foto”, racconta Vins, “lei ha appena fatto uno stage a San Francisco, eppure quando torna a Parigi sta a Le Banlieue, e si sente ancora emarginata dalla società”. Un po' come Vincenzo, che è sardo e ha vissuto a Parigi, a Roma, ha lavorato per Il Messaggero, e a 32 anni ha deciso di fregarsene dei consigli degli altri per reinventarsi da capo, studiando a Londra. “Sento di aver trovato la mia voce finalmente”, dice, e a vedere le sue foto c'è da credergli.

Quindi Bill Emmott, Vice, il fotogiornalismo, le case di produzione e tutto. Ho anche rivisto il Big Ben. Bene. Io però a Londra ero andato a fare il musicista. Ero venuto qui nell'agosto 2009 assieme a Linda Buratto, e con lei e gli altri amici inglesi e stranieri dell’accademia avevamo un sogno: sfondare nella musica. Lei c'è riuscita: ora è la chitarrista di Kate Nash, un’artista famosa in tutto il mondo. E fra i nostri amici c'è chi ha firmato un contratto discografico con la Sony, chi viaggia il globo in tour, chi è sponsor per i brand più famosi di amplificatori e batterie.

E in una bellissima serata alla jam session di blues a Soho, mentre sul palco si esibivano Linda e Carmen Vanderberg, mi sono reso conto che loro ora stanno vivendo ciò che fino a pochi anni fa guardavamo da lontano, ammirati, come i bambini alle vetrine dei giocattoli a natale. Pensare che tutti ci dicevano quanto sarebbe stata dura: sono bastati 4 anni e ce l’hanno già fatta (anche se il bello dovrà ancora venire).

Insomma, in questi 7 giorni a Londra mi sono sentito davvero giovane, e, voglio dire, ho appena compiuto 30 anni. Non fraintendetemi, non ho alcun rimpianto. Anche perché la mia carriera nella musica non è finita, e perché io in Italia sono tornato per fare qualcosa in cui credo (e ho avuto fortuna). Ma non riesco a smettere di pensare che là, aldilà della Manica, è diverso. Che vivere in un paese in cui ci sono mille problemi come il Regno Unito - gli affitti altissimi o le leggi contro gli immigrati - ma in cui i giovani non sono trattati ogni giorno come carne da macello... è un'altra cosa.

Londra è un'arena di gladiatori in cui per emergere devi lottare. Ma alla fine della giornata sai che i tuoi sacrifici sono serviti. Ho rivisto Miguel, Clara, Linda, Vincenzo e tutti gli altri dopo 4 anni, per 7 giorni, e li ho visti felici e soddisfatti del proprio lavoro e della propria vita, perché hanno faticato molto e ora vedono i loro sogni realizzarsi.

Poi torno in Italia e rivedo i miei amici del nord e del sud: sfruttati, repressi, calpestati, odiati. In Italia essere giovani, oggi, è incredibilmente difficile: le paghe basse, i contratti precari, gli affitti alti, le case condivise fino ai 40 anni, l'impossibilità di accedere ai mutui, le tasse che tagliano le gambe quando sei appena all'inizio.

Probabilmente è così dappertutto. Ma, allora, la differenza qual è? Perché a Londra vedi tutti quei passeggini, tutti quei matrimoni, e le persone che conosco sono felici? “Non importa se fai musica o giornalismo”, mi ha detto una volta Linda, “La cosa importante è che tu stia facendo qualcosa per cambiare il mondo”. Ecco, forse è questa la ragione: ognuna delle persone di cui ho scritto è riuscita, in pochi anni, a cambiare sostanzialmente la propria vita, e con essa il mondo che li circonda (in meglio).

Insomma, è qualcosa che ha a che fare con le opportunità, la speranza, col passato e col futuro. Con la giustizia sociale. Cose che in Italia, forse, abbiamo dimenticato. Sono bastati 7 giorni a Londra per farmele tornare in mente.

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