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L’invasione russa e la situazione critica della gestazione per altri in Ucraina

19 Aprile 2022 5 min lettura

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L’invasione russa e la situazione critica della gestazione per altri in Ucraina

4 min lettura

di Roberta Cavaglià

Negli ultimi vent’anni l’Ucraina è diventata una delle principali destinazioni per le coppie che decidono di ricorrere alla gestazione per altri, una pratica anche conosciuta come “gestazione di sostegno” o, in maniera riduttiva e spesso dispregiativa, come “maternità surrogata” o “utero in affitto”. 

Dal 2002 infatti, anno di adozione del Codice della Famiglia, l’Ucraina è diventata una delle poche nazioni al mondo insieme agli Stati Uniti, la Russia, l’Armenia, la Bielorussia, il Kazakhistan e la Georgia, dove le gestanti possono essere ricompensate economicamente. Nella maggior parte dei paesi la gestazione per altri è vietata (come in Italia, Francia, Germania, Spagna e Finlandia), non è regolata esplicitamente dalla legge o è autorizzata solo nella sua forma “altruistica” o “solidale”, ovvero senza compenso economico. Allo stesso tempo, i costi della procedura in Ucraina sono molto inferiori rispetto a quelli richiesti negli Stati Uniti, dove i committenti arrivano a spendere dai 100 ai 200mila dollari (in Ucraina la media va dai 30 ai 50mila dollari), e la qualità dei servizi offerti dalle cliniche è superiore rispetto a quella fornita dalle strutture russe o georgiane. 

Dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la situazione è diventata sempre più complicata per centinaia di queste cliniche, che solo nel 2021 erano riuscite a riprendersi dagli effetti della pandemia. In quel periodo, infatti, centinaia di coppie non riuscivano a raggiungere l’Ucraina per ricevere il certificato di nascita del bambino (un documento che garantisce la loro piena potestà genitoriale) e portare il neonato fuori dal paese a causa del blocco dei voli internazionali e di altre restrizioni imposte dai governi. “Le conseguenze del primo anno di pandemia hanno colpito molto gravemente alcune cliniche. Ma già dall’anno seguente sono riuscite a tornare a lavorare quasi a pieno regime, specialmente dopo il ripristino del regolare traffico aereo. Per alcune strutture gli affari andavano abbastanza bene prima dell’inizio della guerra”, racconta Anastasia Aleksandrova, consulente indipendente con più di sette anni di esperienza alla direzione di cliniche specializzate nei trattamenti per la procreazione medicalmente assistita. Oggi questi centri devono gestire le conseguenze della guerra non solo sulle gestanti, ma anche sui loro dipendenti, sui futuri genitori che non riescono a raggiungere l’Ucraina e sugli embrioni in attesa di essere impiantati.

“Molte agenzie hanno trasferito le gestanti con cui lavorano nelle zone più occidentali dell’Ucraina, che per ora sono le più sicure”, spiega Aleksandrova. “Per una donna incinta, affrontare un lungo viaggio in macchina e restare in fila per ore alla frontiera è un grande rischio. Non importa quanto questi centri si considerassero pronti a qualsiasi evenienza prima della guerra: non si può mai essere davvero preparati in questi casi”, afferma la consulente. 

“La maggior parte delle gestanti rimane in Ucraina anche per restare vicine ai figli e ai mariti”, aggiunge Sam Everingham, direttore di Growing Families, un’organizzazione senza scopo di lucro che offre supporto alle coppie che ricorrono alla gestazione per altri. “Quelle che sono riuscite a lasciare il paese ora sono in Polonia o in Moldavia e alcune di loro cercheranno di tornare in Ucraina per partorire. In questo modo, secondo la legge ucraina, il nome dei futuri genitori potrà apparire sul certificato di nascita del bambino. Se restano fuori dall’Ucraina, il nome della gestante apparirà sul certificato e sarà necessario ricorrere a un lungo procedimento legale per modificarlo”, continua Everingham. “Lo stesso vale per i committenti che hanno deciso di ospitare le gestanti nelle loro case in Francia o nel Regno Unito”.

“In Ucraina lavoriamo con otto strutture diverse”, spiega Everingham, “e siamo riusciti a rimanere in contatto con sette di loro nelle ultime settimane: dell’ottava non sappiamo nulla”. Secondo i dati dell’European Society of Human Reproduction and Embryology, in Ucraina circa 38 cliniche si occupano ufficialmente di gestazione per altri: nella maggior parte dei casi si tratta di strutture private con sede a Kyiv. Qualche anno fa in un’intervista pubblicata da Al Jazeera l’avvocato Sergii Antonov affermava tuttavia che circa “due terzi del settore opera illegalmente” a causa dell’aumento della domanda dovuto in larga parte alla decisione del 2015 di Nepal, India e Thailandia di proibire la gestazione per altri a fini commerciali. Inoltre, Antonov stimava che ogni anno le gestanti ucraine danno alla luce più di duemila neonati e che circa la metà di loro lavora con una nota clinica per la fertilità, BioTexCom, più volte indagata per traffico di minori ed evasione fiscale. Entro la fine di maggio di quest’anno, le gestanti che lavorano per questa clinica partoriranno circa 200 neonati. 

“Molti dipendenti di queste strutture hanno scelto di lasciare il paese o spostarsi verso il confine occidentale”, racconta Everingham. Chi resta lo fa non solo per motivi personali o politici, ma proprio per affrontare l’aumento del numero di parti tra le gestanti e coordinare l’evacuazione dei neonati. La squadra di evacuazione di Growing Families, ad esempio, “si trova al confine con la Polonia: grazie alle donazioni che riceviamo siamo riusciti a organizzare il trasporto via terra di neonati su strade sicure, assumendo autisti professionisti e balie che assistono i neonati durante il viaggio verso la frontiera”. Allo stesso tempo, l’organizzazione si occupa di rassicurare e informare i futuri genitori, precisando il tipo di documenti di cui avranno bisogno, verso quale frontiera verranno evacuati i neonati e quali saranno i tempi di attesa dell’intera operazione. 

“In questo momento, più di 70 coppie che seguiamo sono in attesa dell’arrivo dei loro bambini”, dice il direttore di Growing Families, mentre la consulente indipendente Anastasia Aleksandrova afferma di essere in contatto con numerosi genitori che erano alla ricerca di una gestante ucraina.

Tra le alternative, ci sono i centri per la fertilità russi, una scelta che alcune agenzie hanno deciso di sconsigliare o di eliminare a tutti gli effetti. È il caso di Global Surrogacy Inc, che sul suo sito spiega di aver interrotto la collaborazione con le strutture russe “nonostante i numerosi programmi portati a termine al fianco di professionisti affidabili e onesti”, a causa dell’“assoluta e irrazionale dominazione della popolazione e degli affari da parte di un governo autocratico”. 

Anche alcuni embriologi sono dello stesso avviso: in una lettera aperta indirizzata ai media stranieri e ai fornitori di materiali per la riproduzione assistita, più di ottanta professionisti ucraini denunciano gli effetti della guerra e chiedono di boicottare le cliniche russe. 

Immagine in anteprima: frame video via biotexcom.com

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