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Trionfo Trump: cosa ci dicono i dati e le prime analisi

11 Novembre 2016 14 min lettura

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Trionfo Trump: cosa ci dicono i dati e le prime analisi

12 min lettura

di Angelo Romano e Andrea Zitelli

Donald Trump sarà il quarantacinquesimo Presidente degli Stati Uniti d’America. Dopo una campagna elettorale contraddistinta da violenti attacchi, accuse e scandali, il candidato repubblicano ha sconfitto Hillary Clinton, candidata del Partito democratico. Un risultato che, stando a quanto registrato dai sondaggi e raccontato da diversi media in questi mesi, è stato per certi versi inaspettato.

Secondo gli ultimi dati (non ancora definitivi), Trump ha ottenuto 290 grandi elettori, contro i 228 di Hillary Clinton, che nel voto popolare in termini assoluti ha ottenuto 360mila voti in più del suo avversario (qui come funzionano le elezioni presidenziali americane). Per la sesta volta dagli inizi del Novecento, scrive Le Monde, i repubblicani avranno “tutte le leve del potere”: oltre alla Casa Bianca, al Senato il Partito Repubblicano ha 51 seggi mentre i democratici 48, alla Camera dei rappresentanti, l’altro ramo del Congresso degli Stati Uniti, i repubblicani hanno ottenuto 238 rappresentanti contro i 193 del Partito Democratico.

L’affluenza

Per quanto riguarda l’affluenza (bisogna specificare che si tratta ancora di stime e quindi i numeri possono variare. Secondo Mashable ci vorranno circa due settimane per avere il dato certo), hanno votato quasi 132milioni di americani, pari al 56,9% dei cittadini statunitensi che si sono registrati per andare alle urne. In America, infatti, non si è iscritti d’ufficio alle liste elettorali quando si compiono 18 anni, ma bisogna registrarsi al voto come elettore. I cittadini americani idonei al voto per età sono poco più di 251milioni (VAP, Voting Age Population). Di questi, 231 milioni sono eleggibili e si sono registrati per votare (VEP, Voting Eligible Population). Per questo motivo l’affluenza può essere calcolata in base a questi due valori con risultati differenti: il dato VAP risulta essere più basso a ogni elezione rispetto a quello VEP.

Usa, percentuale affluenza VEP e VAP dal 1948 al 2012 via United States Election Project
Usa, percentuale affluenza VEP e VAP dal 1948 al 2012 via United States Election Project

Ma come spiega il sito United States Election Project, è preferibile fare riferimento all’affluenza calcolata sugli elettori eleggibili. Nel corso della seconda metà del ‘900 il tasso di partecipazione al voto (in base al dato VEP) non è mai andato oltre il 65%, con i picchi in positivo negli anni Sessanta e con la prima elezione di Obama nel 2008. Janell Ross sul Washington Post scrive che l’affluenza negli Stati Uniti è bassa per motivi di carattere burocratico, politico, sociale e perché si vota in un giorno lavorativo.

Dove e come ha vinto Trump

Trump è riuscito a costruire la sua vittoria conquistando sette dei 13 Stati dove il presidente uscente Barack Obama aveva vinto almeno una volta nelle due precedenti elezioni. Il prezzo elettorale maggiore pagato da Hillary Clinton è stata la Florida, dove il candidato repubblicano è riuscito a battere di 1,3 punti percentuali la sua avversaria, ottenendo ben 29 grandi elettori.

Decisivo è stato il successo in Pennsylvania, Ohio, Michigan e Wisconsin, considerate quattro roccaforti del Partito Democratico e che, insieme, costituiscono il cosiddetto Rust Belt, la “cintura della ruggine”, un tempo cuore dell’industria pesante statunitense e poi epicentro di una profonda crisi industriale. In questi Stati, che nelle ultime due tornate elettorali, avevano premiato Obama, Trump ha spazzato via le speranze di Hillary Clinton di diventare presidente degli Stati Uniti. I repubblicani non vincevano in Pennsylvania dal 1988 e in Wisconsin dal 1984.

Da un lato, scrive Edward McClelland sul Washington Post, c’è stato Trump che ha giocato sulla nostalgia del passato glorioso e fatto leva sull’idea di politiche economiche di protezione dell’industria locale, dall’altro, Clinton ha dato così per scontata una sua affermazione in quest’area del paese da non aver mai avviato una campagna nel Wisconsin o da concentrare le sue apparizioni solo negli ultimi giorni prima della chiusura delle votazioni, come a Detroit, nel Michigan, dove si è presentata venerdì scorso.

Stati passati da Obama a Trump
Stati passati da Obama a Trump

Come mostra il New York Times, nelle singole contee (soprattutto nella parte orientale del paese), rispetto alle ultime elezioni presidenziali del 2012, si è registrata una variazione positiva di voti nei confronti di Donald Trump e dei repubblicani, al contrario del Partito Democratico che ha visto erosi i propri consensi.

Andamento voti dal 2012 al 2016 via New York Times
Andamento voti dal 2012 al 2016 via New York Times

Delle oltre 700 contee che per ben due volte hanno mandato Obama alla Casa Bianca, un terzo è finito ai repubblicani. Trump ha inoltre vinto in 194 delle 207 contee che avevano votato per i democratici almeno una volta, nel 2008 o il 2012. Viceversa, Clinton ha prevalso solo in sei delle 2002 contee (lo 0,3% dei casi) che non hanno mai votato per Obama.

A testimonianza della presa di Trump, anche in altri Stati notoriamente democratici, come ad esempio il Maine, New York e il Minnesota, si è registrato uno spostamento del 5% dei consensi verso il Partito Repubblicano, mentre nelle roccaforti repubblicane il neo-presidente degli Stati Uniti ha notevolmente incrementato il risultato di Romney del 2012.

Distribuzione voti tra Clinton e Trump via Washington Post
Distribuzione voti tra Clinton e Trump via Washington Post

Storicamente, i democratici hanno costruito le proprie vittorie su poche (ma popolose) contee, mentre i repubblicani sono stati sostenuti da un ampio arco di centri suburbani e rurali. Ma, a differenza di quanto accaduto solo quattro anni fa, il Partito Democratico non è riuscito a compensare nei centri metropolitani la debolezza nelle aree rurali.

Anche in questa occasione, come già accaduto in passato, i democratici hanno ottenuto i risultati migliori nelle aree metropolitane e nelle grandi città. Questa volta, però, il Partito Repubblicano ha avuto la meglio nelle città di medie dimensioni, nei sobborghi a ridosso delle città industriali e in quelle contee in bilico che nel 2012 invece avevano spianato la strada alla vittoria di Obama.

Distribuzione voti per aree metropolitane, città di medie dimensioni e aree rurali via New York Times
Distribuzione voti per aree metropolitane, città di medie dimensioni e aree rurali via New York Times

Clinton ha vinto quasi il 90% dei nuclei urbani, mentre Trump ha vinto la stragrande maggioranza – tra il 75 e il 90% - delle periferie, delle piccole città e delle zone rurali. Come hanno commentato Lazario Gamio e Dan Keating sul Washington Post, “Clinton ha vinto nelle contee urbane, Trump ha vinto ovunque”.

In molti Stati, guardando i risultati contea per contea, ha scritto Ronald Brownstein su The Atlantic, si ha la sensazione di un effetto accerchiamento: piccoli puntini blu (ndr il colore dei democratici, rosso è quello dei repubblicani) circondati da un mare di rosso: “In Pennsylvania, Clinton è stata avanti solo nell’angolo a sud est dello Stato, con picchi in città come Pittsburgh, mentre Trump ha sfondato in mezzo. Stesso andamento in Wisconsin: puntini blu intorno a Milwaukee e Madison in mezzo al mare rosso. Richmond e Norfolk, in Northern Virginia, costituiscono delle isole in un altro mare rosso lungo l'intera Virginia. Fuori Detroit, la mappa è alquanto uniformemente rossa per tutto il Michigan, un altro Stato che la Clinton avrebbe dovuto vincere”.

Voto in Virginia e North Carolina via Washington Post
Voto in Virginia e North Carolina via Washington Post

Da questo punto di vista, il voto in Virginia e North Carolina, due Stati limitrofi, dove la vittoria dei democratici non sembrava in discussione alla vigilia, rappresenta uno specchio fedele di quanto accaduto a livello generale, si legge in un altro articolo sul Washington Post. In Virginia, Clinton ha vinto di misura, mentre in North Carolina ha vinto a sorpresa Trump. Il candidato repubblicano ha sconfitto nettamente la sua contendente nel voto rurale, con punte dell’80%, mentre la rappresentante dei democratici ha vinto nelle aree urbane, prendendo, però, tra il 5 e il 7% in meno rispetto a Obama quattro anni prima.
Divario che sale all’8% nei centri con popolazione in media meno abbiente o in maggioranza bianchi, mentre nelle contee dove il reddito mediano era superiore ai 50mila dollari, Clinton ha preso più o meno gli stessi voti dell’ex presidente degli Stati Uniti.
Inoltre, in Virginia, la candidata democratica non è stata capace di attrarre i voti di quei distretti dove i cittadini sono in media meno istruiti né è riuscita a distanziare di molto Trump nei centri dove più di un quarto della popolazione ha almeno un diploma di istruzione superiore.

Infine, un ultimo aspetto contribuisce a dare un ulteriore elemento di analisi. Secondo i dati elettorali (da ricordare, provvisori e quindi ancora variabili) entrambi i candidati hanno perso consensi rispetto a quattro anni fa. Nelle elezioni dell'8 novembre 2016 – spiega Les Decodeurs – Donald Trump ha perso quasi un milione di voti rispetto al candidato repubblicano Mitt Romney nel 2012, "mentre Hillary Clinton sembra aver sofferto maggiormente il calo degli elettori e l'aumento dell'astensionismo, perdendo quasi 6 milioni di voti contro Barack Obama quattro anni fa".

Reazione e analisi alla vittoria di Trump

Dopo la vittoria di Donald Trump sono state varie e differenti le reazioni di capi di Stato, commentatori, intellettuali e cittadini di ogni paese. Negli Stati Uniti, ad esempio, in questi due giorni, ci sono state svariate proteste contro il futuro Presidente. Trump in un tweet li ha definiti contestatori di professione, incitati dai media.

Nel suo primo discorso pubblico, pronunciato subito dopo la certezza di aver battuto Hillary Clinton, Trump ha dichiarato di voler essere il presidente di tutti gli americani, anche di quelli che non l’hanno votato e ha ringraziato Clinton per quanto fatto come Segretario di Stato degli Stati Uniti durante l'amministrazione Obama.

Toni che ad alcuni analisti sono sembrati in contrasto con la violenta campagna elettorale portata avanti in questi mesi da Trump. “L'onere della prova ora spetta a lui – si legge in un editoriale su Bloomberg –: lasciarsi alle spalle una campagna meschina e dimostrare che può unire le persone per far avanzare il paese su questioni importanti”.

L’attesa di capire che Presidente sarà è tanta, sia a livello di politica interna – da parte di chi l’ha votato e chi no –, viste anche le promesse fatte negli scorsi mesi su immigrazione, salute, lavoro, economia, sia riguardo le questioni più problematiche in politica estera, come i conflitti in Medio Oriente – Siria, Libia, Yemen, Iraq – e la guerra al cosiddetto "Stato Islamico".

Di seguito presentiamo alcune analisi sui motivi della vittoria di Trump e della sconfitta di Hillary Clinton.

La vittoria di Donald Trump è stato un colpo umiliante per i mezzi d’informazione, i sondaggisti e la leadership democratica di Hillary Clinton, scrive il New York Times. Quali saranno le sue future azioni e come sarà da Presidente degli Stati Uniti non è possibile saperlo. Quello che si può dire, è cosa è stato Trump fino ad oggi: "con parole e azioni, egli si è mostrato caratterialmente inadatto a guidare una nazione di 320 milioni di persone: ha minacciato di perseguire e imprigionare i suoi avversari politici, ha detto che vorrebbe limitare la libertà di stampa. Sappiamo che mente senza rimorsi né scrupoli”.
Per il quotidiano statunitense, nell’ascesa al potere di Trump hanno giocato vari fattori come il razzismo e la misoginia, ma anche un desiderio feroce di cambiamento, senza pensare alle conseguenze.
Un cambiamento che ha collocato ora gli Stati Uniti su di un precipizio.

Come Trump è riuscito a vincere le elezioni? Innanzitutto, scrive David Smith sul Guardian, con un messaggio semplice ("Rendere l'America di nuovo grande") che ha tenuto insieme pessimismo e ottimismo, paura e speranza. Il candidato repubblicano ha lanciato infatti un appello al cuore, non alla testa, in un paese dove il patriottismo non dovrebbe mai essere sottovalutato. Inoltre, continua il giornalista, bisogna considerare anche l’impopolarità dell'avversario, Hillary Clinton, percepito come una rappresentante dell’establishment (la mancanza di entusiasmo rispetto all’ascesa di Barack Obama nel 2008 è stata, infatti, palpabile). Un ruolo di rottura che Trump è riuscito a darsi anche all’interno del suo stesso partito. Per questi motivi, razzismo, misoginia, nichilismo (che in altre occasioni avrebbero messo fuori gioco qualsiasi candidatura), in questo caso sono state ritenute la miscela esplosiva per far saltare in aria il sistema.

La vittoria di Donald Trump, scrive Thomas L. Friedman, ha molto meno a che fare con le differenze di reddito e di categoria e molto più con la cultura e il sentimento degli americani di sentirsi “senza patria”. Non c'è niente che può rendere le persone più arrabbiate o disorientate che sentirsi di aver perso la propria casa. I motivi sono vari, spiega Friedman: per alcuni è perché l'America sta diventando un paese di minoranza-maggioranza e questo fatto ha minacciato il senso di comunità di molti bianchi della classe media, in particolare quelli che vivono al di fuori delle aree urbane più cosmopolite. Per altri, invece, la colpa sta nel vorticoso cambiamento tecnologico che sta spazzando via o trasformando il loro lavoro. Così, quando le due cose più importanti nella tua vita – il posto di lavoro e la comunità che ti dà un'identità – sono attaccati, non sorprende che le persone, disorientate, decidano di appoggiare soluzioni semplicistiche di un aspirante uomo forte.

Trump si è beffato delle ideologie, predicando un duro pragmatismo alimentato da un ego senza vergogna, scrive Marc Fisher sul Washington Post. Ha detto alla gente quello che voleva sentirsi dire: che una società frammentata in rapida evoluzione potrebbe essere costretta a tornare a un senso di nostalgia di una comunità e di uno obiettivo, che i lavori persi potrebbero essere recuperati, che un'economia pre-globalizzata potrebbe essere ripristinata. Trump ha corso anche contro le élite, spiega ancora il giornalista: "non importa che sia nato ricco, ostentando la sua ricchezza: egli ha definito la propria elezione come la rivolta di un popolo contro tutte le istituzioni che avevano deluso le persone: i politici, i partiti, l'istituzione di Washington, i mezzi di informazione, Hollywood, il mondo accademico, tutti i ricchi, i settori altamente istruiti della società che se la passavano bene mentre le famiglie della classe media stavano perdendo la propria rilevanza".
Inoltre Trump, più di ogni altra grande figura politica nell'era digitale, ha capito come i social media avessero segregato la nazione in campi ideologici e culturali quasi del tutto separati, ciascuno con le proprie attitudini e le proprie narrazioni. Egli ha visto come Facebook e Twitter avessero offuscato il confine tra pubblico e privato e ha approfittato di questo cambiamento culturale, trasformandosi in uno sfogatoio umano, facendo esplodere il paese con un flusso di frustrazione e rabbia che molte persone avevano trattenuto o vomitato in forma anonima.

Dan Roberts sul Guardian ha provato a guardare il risultato elettorale dal lato di Hillary Clinton, cercando di individuare cosa abbia portato alla sua sconfitta. Innanzitutto, la candidata democratica ha pagato il diffuso senso anti-establishment dell’attuale momento politico a livello globale. È questo stato d’animo che ha portato alla Brexit nel Regno Unito, alla candidatura di Trump tra i repubblicani e alla vittoria di Bernie Sanders durante le primarie dei democratici in ben 22 Stati. In questo senso, Clinton "non è riuscita a difendere il capitalismo americano dal socialismo di Sanders e dalle omelie proto-fasciste di Trump” e ha scontato un deficit di fiducia rispetto al suo avversario, a causa delle sue relazioni poco trasparenti con il mondo finanziario e dell’inchiesta sulle email da parte dell’FBI in piena campagna elettorale.
Va, infine, considerato che, fatta eccezione per Bush senior, dopo Reagan, raramente una parte politica è riuscita a governare per più di 8 anni negli Stati Uniti.

Trump ha vinto perché è stato percepito come più umano, autentico e trasparente, giusto rappresentante del popolo in un mondo altrimenti sentito come impenetrabile e ostile. Secondo Gilian Tett sul Financial Times, sono stati proprio gli errori di Trump, il suo rifiuto di utilizzare le tecniche della comunicazione, come l’analisi dei dati per leggere il voto o il ricorso ai sondaggi, a renderlo attraente ad alcuni elettori, a differenza di Hillary Clinton, che, al contrario, ha usato ogni trucco delle moderne campagne politiche alla perfezione.

Asra Q. Nomani, ex reporter del Wall Street Journal e co-fondatrice del Muslim Reform Movement, in un articolo sul Washington Post, spiega le ragioni per cui lei, musulmana, ha votato Donald Trump, nonostante le sue posizioni di chiusura su religione, ruolo della donna, dialogo interculturale. Pur sostenendo le posizioni del Partito Democratico in materia di aborto, matrimonio tra persone dello stesso sesso, cambiamento climatico, Nomani non ha accettato la mancata condanna dell’estremismo islamico da parte di Obama e Clinton, le opacità della Fondazione Clinton e i limiti della riforma sanitaria, che non prevede la copertura per madri single come lei. Per tutti questi motivi, ha deciso di votare Trump.

Vice News ha intervistato alcuni cittadini americani residenti negli Stati che hanno avuto un ruolo chiave nella vittoria di Trump. "Non sono sicuro che ci fosse una grande scelta in queste elezioni – dice ad esempio Rob Wierzda del Wisconsin –. Ma non ho potuto votare per Hillary per le sue posizioni. Penso che per i politici di Washington questo sia un grosso campanello d'allarme”. Inoltre, continua Wierzda, una delle cose che non ha favorito la candidata democratica nel Wisconsin è il fatto di non essersi mai presentata in campagna elettorale.
Per Lorraine DiNatale, cittadina della Pennsylvania, le persone che hanno votato Trump erano stanche di quello che stava accadendo e così disgustate dalla candidatura di Hillary Clinton da cercare un'altra persona che portasse aria fresca e dicesse loro quello che volevano sentirsi dire.

Foto anteprima via Quartz.com

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