Come i media dovrebbero coprire gli attacchi terroristici?

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Come i media devono coprire gli attentati terroristici?

Il Guardian ha aperto un dibattito sul suo sito, invitando i lettori a partecipare e confrontandosi con le loro opinioni. Al centro della discussione anche le esperienze e le difficoltà raccontate dagli stessi giornalisti che si sono trovati a coprire attacchi terroristici.

Si tratta di una questione complessa e articolata con cui giornalisti, esperti e lettori devono fare i conti. 

La scorsa settimana Le Monde e altri media francesi, anche in seguito prima all'attentato di Nizza e poi all’attacco nella chiesa a Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, hanno deciso di non pubblicare più foto e video degli attentatori per evitare “glorificazioni postume”.

Scrive infatti Jérôme Fenoglio, direttore de Le Monde, che “i siti e i giornali che diffondono questo tipo di informazioni sono chiamati a riflettere sul proprio operato” perché la questione va oltre la pubblicazione di immagini e fotografie e implica una riflessione su come coprire giornalisticamente quel che accade, evitando di farsi megafono della propaganda terroristica.

Nel dibattito pubblico che ne è seguito sono state sollevate diverse questioni. Ad esempio, si è parlato della possibile emulazione di questi atti che un certo tipo di copertura mediatica può scatenare, come ha spiegato il giornalista del New York Times, Benedict Carey.
Ma le obiezioni alla decisione di Le Monde non sono mancate. Il direttore di Libération (altro quotidiano francese), ad esempio, Laurent Joffrin, in un editoriale di risposta a Fenoglio, ha chiesto retoricamente se davvero non pubblicare più foto di attentatori possa dissuadere da attuare nuovi piani terroristici, sollevando anche la questione di una possibile riduzione della libertà di stampa come ultima concessione al terrorismo.

La conversazione sul sito del Guardian parte proprio da questo dibattito. Diversi spunti di riflessione sono emersi e abbiamo provato qui a riassumerli e riproporli. 

Le richieste e le critiche dei lettori

Tra i primi commenti, segnalati dai moderatori, c’è quello di Heloise, francese che vive in Inghilterra, che si dice d’accordo con la decisione di Le Monde, come la netta maggioranza dei partecipanti al "sondaggio" (senza alcuna valenza statistica) lanciato su Twitter dal quotidiano britannico al riguardo:

Nella sua critica, verso una certa copertura mediatica, la ragazza afferma che:

I media dovrebbero essere una guida, non diffondere paura attraverso il sensazionalismo.

I giornalisti infatti per Heloise non devono contribuire ad aggiungere senso di panico durante un attacco terroristico. Inoltre, non dovrebbero essere divulgate notizie sensibili che possono intralciare le operazioni di polizia.
Una richiesta, quest’ultima, che anche le forze dell’ordine tedesche hanno fatto ai cittadini e media riguardo la pubblicazione di foto o video sui social durante la sparatoria di massa a Monaco di Baviera il 22 luglio scorso, quando un diciannovenne con doppia cittadinanza tedesca e iraniana ha ucciso a colpi di pistola 9 persone, per poi suicidarsi.

Inoltre, conclude la ragazza francese, un’uguale copertura mediatica dovrebbe essere fornita a tutti gli attacchi terroristici, soprattutto per tutte le vittime: “Perché dovremmo pubblicare i ritratti delle vittime francesi e non quelli di iracheni o siriani? Forse perché le loro vittime sono di più? Perché il terrorismo è la loro vita quotidiana?”.
Sempre riguardo le vittime, un altro utente scrive che è inutile e sgradevole pubblicare le foto delle persone morte nell’attentato visto anche il rischio che i loro parenti possano apprendere in questo modo la notizia.

Yermelay propone di pubblicare articoli descrivendo nelle cronache giornalistiche “il contesto sociale e le biografie delle persone coinvolte”.

Per John, lettore dello Yorkshire, inoltre, è necessario riconoscere che gli attacchi terroristici esercitano “un fascino macabro” nei lettori:

Ogni orribile reato è un enorme spot per il potere e il successo di ISIS, che attrae sempre più giovani che vogliono morire per il fascino che esercita. Si tratta di un dialogo tra media e i terroristi che deve essere ridimensionato.

Certo, continua John, non si possono ignorare eventi come Nizza o l’11 settembre, ma si può ridurre il loro impatto: non mostrare immagini dell’orrore e non pubblicare i nomi dei terroristi – “perché per i lettori non è importante sapere chi erano gli attentatori” –, ridurre le notizie a meri fatti. Decisioni che possono aiutare l’opinione pubblica a non farsi travolgere da un'isteria generale: “I fatti di Nizza hanno causato una tempesta, ma poi con gli altri attacchi in Francia e con quelli in Germania la frenesia dei media ha fatto pensare che dietro a ogni attacco ci sia l’ombra dell’Is. Questo è quello che vogliono. Non dobbiamo permetterglielo”.

Ma rispetto a queste considerazioni il giornalista del Guardian, James Walsh, chiede però come sia possibile fare tutto ciò nell’epoca dei social network. Osservazione condivisa anche da altri lettori per i quali inoltre la decisione di non pubblicare da parte dei media video e foto degli attentatori è una strada che potrebbe portare a conseguenze non sempre positive. C’è chi dice che si tratta di “una forma di censura”, interrogandosi anche sulla reale efficacia di una simile decisione editoriale. Per Staberinde, altro partecipante alla discussione, le criticità sarebbero anche altre:

Se limiti la copertura dei media, si rischia di creare un mercato più grande per rumor, complottismi e speculazioni sui social media.

Gli utenti di Twitter e Facebook, spiega ancora il lettore, posteranno ciò che vogliono, più velocemente di chiunque “voglia fargli abbassare la cresta” e per questo si domanda cosa si preferisca: un mondo in cui questi eventi siano coperti giornalisticamente o dalle insinuazioni?

Tra i punti emersi nel confronto, ci si interroga anche sulla questione del linguaggio, partendo proprio dall’origine: l’uso del termine “terrorismo” e le sue conseguenze. Yusuf, un lettore inglese, scrive che questo termine è diventato così abusato che ha “oscurato la verità” perché “il suo utilizzo dice al lettore di più sulla visione del mondo e pregiudizi dei media e del giornalista che sull’evento e le sue cause”. Per questo motivo, continua Yusuf, si può parlare di questi atti per quelli che sono, cioè azioni criminali, senza necessariamente connotarli come atti di terrorismo. In questo modo cadrebbe il sensazionalismo e potrebbero essere analizzati “con lo stesso rigore analitico” degli altri crimini: “Dietro agli atti di un criminale ci sono una serie di cause complesse e fattori motivanti, che vengono oscurati quando si utilizzano parole come ‘terrorismo’”.

Anche le stesse linee guida del Guardianpubblicate da uno dei moderatori nel dibattito dopo che un utente aveva domandato se il giornale avesse delle regole da seguire durante attentati terroristici – raccomandano di usare il termine con cautela, come anche quelle della BBC in cui si può leggere che ‘terrorista’ può essere un ostacolo piuttosto che un aiuto alla comprensione della notizia:

“Dobbiamo trasmettere al nostro pubblico le conseguenze dell'atto descrivendo quello che è successo. Dovremmo usare le parole che descrivono specificamente l'autore come 'attentatore', 'bandito', 'sequestratore', 'insorti' e 'militante'. (…) La nostra responsabilità è quella di rimanere obiettivi e riferire in un modo che consenta al nostro pubblico di fare le proprie valutazioni su chi fa cosa a chi”.

Il “Sensazionalismo delle notizie” è stato criticato anche da altri utenti, come ad esempio Gerry di Dublino che scrive che “i media dovrebbero smettere di assecondare la massa perché “abbiamo bisogno di analizzare gli effetti di questa modalità di dare le notizie sulle persone vulnerabili e anche di tener presente che potrebbero spingere queste individui verso gruppi terroristici”.

Esperienze e opinioni dei giornalisti del Guardian

Oltre alla moderazione e alla cura del confronto con i lettori, alcuni giornalisti del Guardian hanno anche raccontato le loro esperienze quotidiane, permettendo così ai partecipanti di potersi confrontare con le scelte, i dubbi, le criticità che in prima persona un giornalista deve affrontare quando si trova davanti a eventi del genere.

Elena Cresci ragiona sul ruolo che i social media hanno nella copertura di sparatorie e attentati terroristici. Innanzitutto, per quanto riguarda il metodo di lavoro:

Da quando lavoro al Guardian, ho trovato un sistema per seguire le news così come irrompono sui social media. Prima arrivano le segnalazioni: tweet dalla scena, spesso dai media locali. Poi, gli hashtag, come le richieste delle persone per avere maggiori informazioni. Spesso ho delle schede aperte per queste cose. La cosa migliore per capire costa sta succedendo è seguire la polizia e le fonti ufficiali.

Cresci racconta come in questi casi ci siano due dinamiche che accadono spesso. La prima è la circolazione di immagini violente, come ad esempio l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo e l’uccisione a freddo del poliziotti da parte dei terroristi, la seconda è la disinformazione di massa da parte sia di persone che con buone intenzioni provano ad immaginare cosa stia accadendo sia da parte di chi agisce in malafede, ad esempio, diffondendo bufale sui presunti responsabili degli attacchi.

E in questo caos il lavoro del giornalista è filtrare le notizie vere da quelle false e osservare cose che nessuno vorrebbe mai vedere:

A volte ho la sensazione che la gran disponibilità di filmati e immagini di violenza sui social media incoraggi i media a spingere il confine sempre più in là e ho paura che tutto ciò possa peggiorare le cose.

Anche Martin Belam, altro giornalista del Guardian, racconta quali difficoltà si incontrano sui social durante la copertura di un attacco, lavorando sotto pressione e sottoposti al giudizio di chi ti legge, e la cura che bisogna avere nel riportare le notizie: “per esempio nel caso dell’uomo (un richiedente asilo siriano) che aveva ucciso una donna con un machete in Germania, nella cittadina di Reutlingen, non appena si è diffusa la notizia ho inviato un tweet descrivendolo come un ‘incidente’. Qualcuno ha ripreso questo mio tweet dicendo che il Guardian aveva usato solo la parola “incidente” piuttosto che definire l’attacco per quello che era. Ma in quel momento, io avevo visto solo due paragrafi di un lancio di agenzia che riportavano quello che la Bild scriveva sull’accaduto”.
Belam continua dicendo che in queste situazione è giusto che una testata giornalistica eserciti cautela: “non potevo essere sicuro di quante vittime ci fossero e se ci fossero dei morti”.

Ovviamente, scrive il giornalista, è giusto che le persone valutino ciò che i media fanno e allo stesso tempo è importante che i giornalisti diano informazioni precise: “ma questo non significa sempre riportare quello che le persone vogliono sentirsi dire. Se la polizia in una conferenza stampa dice ‘non ci sono prove che l’autore di un attacco sia legato allo Stato Islamico’ e noi riportiamo queste affermazioni su Twitter, posso garantire che a replicare a un tweet come questo sarà una massa di persone che dirà “Guardian, perché stai deliberatamente minimizzando l’accaduto quando è ovvio che si tratta di terrorismo islamico?’, quando tutto quello che stai facendo in quel momento è riportare cosa è stato detto, non stai facendo un’analisi”.
Una situazione che comunque non lascia indifferente il giornalista: “a volte twitto con il cuore pesante, sapendo che semplicemente scrivendo un titolo sto per scatenare un’ondata di critiche”.

Infine Belam ragiona sulla scelta della stampa francese di non pubblicare video e immagini degli attentatori, specificando che pur capendone le ragioni, sente che si tratta di una logica radicata in un tempo precedente ai social media – avallando in questo caso i ragionamenti di alcuni lettori partecipanti al dibattito –: “la decisione di alcune testate di non pubblicare deliberatamente il materiale che hanno – comunque disponibile gratuitamente sui social media – favorisce una narrazione di un complotto dei media di cui potrebbero trarre beneficio diversi tipo di estremisti”.

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