Una riflessione sulla reazione internazionale agli attacchi a Beirut e a Parigi


[Tempo di lettura stimato: 4 minuti]

di Elie Fares – traduzione di Sarah Marion Tuggey

[articolo originale Letter from Beirut: 'It is never just a bomb' pubblicato in italiano su Valigia Blu per gentile concessione dell'autore]

Giovedì 12 novembre, due esplosioni contemporanee nella capitale libanese, Beirut, hanno provocato 43 morti e più di 200 feriti.
Un residente della città, Elie Faras, riflette sugli eventi di quel giorno – e sulla reazione globale a ciò che è accaduto solo il giorno seguente a Parigi.

La gente crede che per noi libanesi sia ormai normale sentir parlare di attacchi. Danno per scontato che vivere in una nazione che vacilla sull'orlo del caos significhi essere pronti a qualsiasi cosa questo caos ci faccia cadere addosso. Ma non è affatto così.

Camminavo senza una meta precisa lungo una via di Beirut il 12 novembre. Era stata una giornata dura a lavoro, un giorno nel quale gli studenti di medicina dei quali sono supervisore avevano scherzato sul fatto che il mio compleanno, che quest'anno cade di venerdì 13, doveva essere un presagio. Ero stato al gioco, non sapendo che si sarebbe rivelata una profezia corretta, avveratasi poche ore più tardi.

Non ho sentito le esplosioni. Non ho sentito il rumore delle vite che si spezzavano, delle famiglie che andavano in frantumi, della normalità che scompariva a meno di dieci minuti da dove mi trovavo. L'ho scoperto invece quando un'amica mi ha chiesto: «Sai cos'è successo a Borj el-Barajneh?»

L'ho guardata senza capire.

«Un attentato suicida», mi ha detto.

Mentre controllavo le news, è esplosa una seconda bomba.

La mia nazione era stata colpita – di nuovo.

«È solo una bomba», ho sentito dire da alcuni vicino a me.

Sarà sempre ‘solo una bomba’ per tanti libanesi. Morire nelle strade delle nostre città, lontano dalle nostre case, facendo cose che nessuna persona dovrebbe mai fare mentre muore, per quanto raro, è diventato abbastanza frequente per noi da sviluppare una reazione di riflesso, grazie alla quale liquidiamo subito la cosa.

Ma non è stata ‘solo una bomba’ stavolta, così come non è mai ‘solo una bomba’.

La conta dei morti continuava a salire, e le immagini continuavano a scorrere sui media: i corpi bruciati; le vedove che urlavano; i neonati in lacrime; i bambini ricoverati in ospedale; gli edifici distrutti; le strade ridotte a macerie.

Orrore, orrore ovunque; un tipo di orrore che è fin troppo familiare e allo stesso tempo in qualche modo distante.

Ma quella notte, c'è stato un cambiamento nella riposta data dalla mia nazione che mi ha annichilito: la notte del 12 novembre non è stata della politica meschina, del perché, del come, del chi aveva compiuto quell'attacco mortale. È stata la nostra notte: noi, che siamo stati assieme e ci siamo detti: non mi interessa da dove vieni, ti offro il mio aiuto, permettimi di aiutarti.

Le persone si sono riversate negli ospedali per donare sangue, per aiutare in qualsiasi modo possibile.

Nella devastazione, è emersa la storia di Adel Termos: un uomo sulla trentina, che ha atterrato il secondo attentatore suicida, e gli ha impedito di entrare nella moschea obiettivo dell'attacco, salvando centinaia di vite.

Guardavamo quelle immagini terrificanti, stringendo i nostri figli, le nostre madri, i nostri padri, sperando che quella fosse l'ultima volta nella quale dovessero vedere, sentire e provare certe cose. È stato davvero troppo dover scoprire che Alaa Awada, studente al terzo anno di legge, era morto, o che Rawan Awada, un'insegnante, non avrebbe insegnato ai suoi alunni il giorno seguente, o che Shawki Droubi e Khodre Alaeddine non avrebbero visto i loro colleghi poche ore dopo all'ospedale.

I nomi, i volti, le storie: sono le stesse ogni volta, eppure sono così diverse. Il denominatore comune è sempre lo stesso: una nazione ridotta in ginocchio, costretta a piangere i suoi morti, forzata ad affrontare il caos e uscirne trionfante ogni volta. Ma per quanto ancora?

Tre giorni dopo il 12 novembre, Borj el-Barajneh sta raccogliendo i pezzi di ciò che era un tempo. La nazione sta riprendendosi piano, ma ce la farà. Il senso di unità che si percepisce stavolta è palpabile. Non sento il tipo di discorsi che erano ormai diventati un luogo comune: dissertazioni della politica di ciascun attacco. No, stavolta i discorsi riguardano le persone, le vittime, il senso di disperazione che sentiamo per dover di nuovo subire tutto questo, ancora e ancora. Questa non è stata ‘solo una bomba’.

Questi orrori hanno colpito la mia gente, e poco dopo hanno colpito anche Parigi.

La notizia è stata uno shock per me. Parigi è una città che amo. Quando ci sono stato l'ultima volta, soggiornavo proprio nella strada dove si trova il Bataclan. Conosco quelle avenue, conosco quei boulevard. Mi ha spezzato il cuore vedere segnati sulla mappa i luoghi dove Parigi era stata ferita, così come era successo per la mia città solo poche ore prima.

Dopo poco tempo, le condanne internazionali hanno iniziato a fioccare. Persone da tutto il mondo hanno iniziato a pregare. Luoghi simbolo globali sono stati illuminati con i colori della bandiera francese. Tutti erano in lutto.

Ero seduto a lavoro, la mattina del 14 novembre, e mi chiedevo perché la mia gente non contasse abbastanza, perché la mia morte non sarebbe mai stata così importante, perché sarei rimasto sempre politicamente irrilevante.

La mia gente non ha avuto il sostegno delle condanne internazionali. Le loro morti non hanno svegliato il Presidente americano Barack Obama, portandolo a emettere una dichiarazione su come esse fossero una perdita per l'umanità. Dopo tutto, cos'è l'umanità se non un termine soggettivo che delinea il valore dell'essere umano al quale si riferisce?

La mia gente non ha avuto nulla se non una breve menzione nel ciclo delle notizie, alla stregua delle previsioni del tempo. La mia gente non ha visto i simboli storici del mondo illuminati nei colori della sua bandiera. La mia gente non ha unito il mondo in dichiarazioni di sostegno. Non ha nemmeno avuto una funzione di Facebook per poter dire alla famiglia che era al sicuro.

Sapete una cosa, mi va bene. Sono arrivato ad accettare il fatto che non avrò mai davvero importanza. Non avrò mai importanza finché ci saranno libanesi e altri arabi più devastati da quello che è successo a Parigi che da quello che succede quasi giornalmente nelle loro stesse città. Dicono che è così perché ormai questi attacchi sono diventati normali per noi. Dicono che è una questione di assuefazione. Ma non è così.

Possiamo chiedere al mondo di pensare che Beirut sia importante quanto Parigi, o a Facebook di aggiungere la funzione Safety Check da poter usare giornalmente, o alle persone di tenere a noi. Ma la verità è che siamo cresciuti così abituati a essere feriti, che abbiamo smesso da tempo di cercare di guarire.

Che tutte le vittime delle atrocità – a Beirut, a Parigi, ovunque – possano riposare in pace.

Foto: La doppia esplosione che ha ucciso 43 persone a Beirut il 12 novembre - Bilal Hussein/AP

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