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Il taglio dei parlamentari voluto dai 5 Stelle, fino a oggi contrastato dal Pd e che Renzi ora vorrebbe approvare

13 Agosto 2019 11 min lettura

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Il taglio dei parlamentari voluto dai 5 Stelle, fino a oggi contrastato dal Pd e che Renzi ora vorrebbe approvare

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Mancherebbe un ultimo voto, alla Camera, e poi un eventuale referendum confermativo per rendere effettivo il disegno di legge costituzionale sostenuto dal Movimento 5 Stelle che punta a ridurre 345 seggi tra Camera e Senato. Lo scorso 11 luglio a Palazzo Madama la riforma era stata approvata, in terza lettura, dalla maggioranza di governo (M5s e Lega), più l’adesione di Fratelli d’Italia. Il Partito democratico e gli altri partiti di centro sinistra avevano invece votato contro, mentre Forza Italia non aveva partecipato al voto. L’esame finale in aula è previsto per settembre, ma la crisi del governo Conte sembra aver interrotto la sua approvazione.

Dopo l’annuncio di Salvini dell’8 agosto di rompere l’alleanza e l’esperienza di governo con i Cinque stelle, il capo politico del M5S, Luigi Di Maio, ha proposto di votare anticipatamente questa riforma e poi di ridare «la parola agli italiani»: «Il mio è un appello a tutte le forze politiche in Parlamento (...)». A questa possibilità, Salvini ha però risposto negativamente perché se «se passa questa legge non si va più a votare» in breve tempo.

Pochi giorni dopo, però, lo stesso Salvini ha cambiato idea, annunciando che la Lega è pronta a votare il “il taglio di 345 parlamentari” e poi andare “subito alle elezioni”

Il voto favorevole a questa riforma coincide anche con uno dei tre elementi della proposta avanzata alle forze politiche, in un’intervista al Corriere della Sera, dal senatore del Partito democratico, Matteo Renzi: non andare subito al voto, ma creare «un governo istituzionale che eviti l’aumento dell’Iva, che gestisca le elezioni senza strumentalizzazioni» e che appunto «permetta agli italiani di votare il referendum sulla riduzione dei parlamentari», dopo la sua definitiva approvazione in Parlamento. Per Renzi, la riforma «è incompleta e demagogica» ma, afferma, «hanno ragione loro (ndr il M5s) quando dicono che sarebbe un assurdo fermarsi adesso, a un passo dal traguardo. Si voti in Aula in quarta lettura e si vada al referendum: siano gli italiani a decidere».

La proposta di Renzi ha creato però una crisi all’interno dello stesso Pd. Il segretario nazionale, Nicola Zingaretti, in un post sull’Huffington Post dal titolo “Con franchezza dico no”, ricorda prima di tutto che “il Partito Democratico in questi lunghi mesi ha escluso con toni diversi qualsiasi ipotesi di accordo con il Movimento 5 stelle”, e poi respinge l’ipotesi di un “governo istituzionale”.

Abbiamo così ricostruito cosa prevede nel dettaglio questa riforma di riduzione dei seggi parlamentari e quali sono i suoi possibili effetti, con un breve confronto anche con altri simili progetti di legge di governi passati.

La riforma di legge costituzionale, cosa prevede

Come spiega un dossier del Centro Studi della Camera dei deputati, il testo del disegno di legge –"risultante dall’unificazione di alcuni disegni di legge costituzionale d'iniziativa parlamentare" – prevede la riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e quella del numero dei senatori da 315 a 200 (qui è possibile vedere come a livello territoriale cambierà il numero dei parlamentari eletti).

Per modificare il numero dei seggi del Parlamento bisogna intervenire sulla Costituzione perché "In Italia, il numero dei parlamentari, dopo la revisione costituzionale del 1963", è determinato dagli articoli 56, 57 e 59 in numero fisso, "mentre in precedenza era determinato in rapporto alla popolazione" per far in modo "che il numero dei parlamentari potesse mutare con il variare della popolazione".

Il Ddl è composto da quattro articoli:

L'articolo 1 interviene sull’articolo 56 della Costituzione in cui si stabilisce che il numero dei deputati è 630, 12 dei quali eletti nella circoscrizione Estero. La modifica invece abbassa il numero complessivo a 400, con 8 deputati (anziché 12) eletti nella circoscrizione Estero.

L'articolo 2 modifica invece l'articolo 57, riducendo i seggi in Senato da 315 a 200. I senatori da eleggere nella circoscrizione Estero al Senato passano da 6 a 4.

L'articolo 3 si concentra sull’articolo 59 della Costituzione, stabilendo che "il numero complessivo dei senatori in carica nominati dal Presidente della Repubblica non può in alcun caso essere superiore a cinque". Questa modifica, si legge nel dossier del Centro Studi della Camera, "è finalizzata a sciogliere il nodo interpretativo postosi per i senatori a vita riguardo al vigente articolo 59 della Costituzione, cioè se il numero di cinque senatori di nomina presidenziale sia un 'numero chiuso' (quindi non possano esservi nel complesso più di 5 senatori di nomina presidenziale) oppure se ciascun Presidente della Repubblica possa nominarne cinque".

L'articolo 4, infine, prevede che la riduzione di deputati e senatori parta "dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della legge costituzionale e, comunque, non prima che siano decorsi da essa sessanta giorni" (termine stabilito per consentire l’adozione del decreto legislativo in materia di determinazione dei collegi elettorali).

via Servizio Studi Parlamento

 

via Servizio Studi Parlamento

È necessario ricordare però che l'articolo 138 della Carta stabilisce che "le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione". Queste riforme, poi, "sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali". Se nel referendum confermativo, la legge ottiene il voto favorevole della maggioranza dei votanti (non esiste un quorum da raggiungere), allora viene promulgata. Non può essere richiesto un referendum, invece, se la legge "è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti", cioè a maggioranza qualificata. Ma non è questo il caso, perché la riforma nell'ultima votazione Senato non ha ottenuto i due terzi dei voti parlamentari.

Quanto si risparmia dal taglio dei seggi in Parlamento?

Secondo il Movimento 5 stelle la riforma, una volta approvata in via definitiva, porterebbe a un "risparmio" di 500 milioni di euro a legislatura (quindi ogni cinque anni). Secondo però i calcoli effettuati dal sito di fact-checking Pagella politica sui bilanci di previsione dei due rami del Parlamento per il triennio 2018-2020, le risorse risparmiate (esclusi i risparmi indiretti su lungo termine che attualmente risultano difficili da stimare) sarebbero inferiori: "(...) Complessivamente, Camera e Senato, con 345 parlamentari in meno, risparmierebbero ogni anno circa 82 milioni di euro per un totale di circa 408 milioni di euro ogni cinque anni di legislatura".

Il Parlamento sarà davvero più efficiente?

Sempre secondo i Cinque stelle la riduzione del numero dei parlamentari porterà maggiore efficienza e velocità al Parlamento.

Nel corso dell'iter parlamentare del progetto di riforma sono stati ascoltati diversi esperti. Durante le audizioni sono emerse differenti aspetti di valutazione degli obiettivi e delle finalità del progetto di legge.

Carlo Fusaro, ad esempio, professore di Diritto Elettorale e Parlamentare presso l’Università di Firenze, ha dichiarato che si tratta di una riforma limitata alla riduzione del numero dei parlamentari, "con mantenimento – per il resto – di tutte le caratteristiche del bicameralismo indifferenziato instauratosi con la Costituzione del ’48, in particolare dopo la revisione costituzionale del 1963". Ma per quanto riguarda una possibile maggiore efficenza, il professore esprime parere positivo: "La drastica riduzione del numero dei componenti è destinata a produrre non solo risparmi ma – a mio avviso, e diversamente da preoccupazioni avanzate da altri, (...) una generale maggiore efficienza e dunque, potenzialmente, maggiore prestigio dei due rami del Parlamento e un ruolo rafforzato di quest’ultimo". "Naturalmente – continua il professore – si porrebbe la questione di come eventualmente adeguare i due regolamenti (per esempio riducendo il numero attuale delle Commissioni, specie al Senato; valutando se ridurre ulteriormente il numero minimo dei componenti per la formazione di un Gruppo). Ma nel complesso la funzionalità delle due Camere e del Parlamento nel suo complesso ne dovrebbe comunque guadagnare".

Per Fusaro, invece, un aspetto da non sottovalutare è il rapporto fra deputati e popolazione e fra senatori e popolazione che si "modificherebbe drasticamente": "Quanto alla rappresentatività, in media ogni deputato rappresenterebbe oltre 150.000 abitanti e ogni senatore oltre 300.000: accanto alla crescita indiretta di responsabilità e di prestigio, vanno però anche valutate le conseguenze sulla capacità effettiva di presenza sul territorio (cioè di esercizio reale della funzione rappresentativa), nonché gli effetti sulle campagne elettorali (a partire dai costi); quanto alla rappresentanza, va considerato che – anche al di là delle ricadute sulla vigente formula elettorale (caratterizzata da seggi uninominali e seggi proporzionali: i primi, in particolare, – ove proporzionalmente ridotti sarebbero espressi da un numero ancor più alto di elettori in collegi ben più grandi di quelli, già grandi, attuali) – vi potrebbe essere indirettamente una ricaduta in termini di implicito sbarramento alla rappresentanza (ciò può non essere un male e dipenderebbe dalla formula: ma si tratta di esserne avvertiti)".

Questo effetto, inoltre, sottolinea il professore Paolo Carrozza della Scuola superiore Sant'Anna, farebbe diventare l'Italia, in confronto agli altri paesi europei con simili dimensioni di popolazioni, il paese con il rapporto maggiore tra numero di elettori e parlamentari Inoltre, in base a quanto riferito da Gianluca Passarelli, docente di Scienza Politica e Politica Comparata alla Sapienza di Roma, intervenire sul numero di deputati e senatori, lasciando invariato il sistema elettorale "genererebbe una grande distorsione nel rapporto elettori-eletti, una probabile crescita del costo delle campagne elettorali nonché una selezione di candidature ed eletti da queste derivanti".

Per Carrozza, poi, la riduzione dei parlamentari avrebbe come possibile conseguenza una semplificazione del sistema politico, "ma non anche una maggiore governabilità o chiarezza nella determinazione della maggioranza, poiché la natura bipolare o frammentata del sistema non è governata solo dal numero dei parlamentari, ma anche da altri meccanismi affidati alla legislazione elettorale (...) o addirittura ai regolamenti parlamentari". L'effetto, invece, sarebbe quello di "rafforzare le segreterie (o organismi dirigenti) centrali dei partiti, a scapito del peso delle rispettive rappresentanze territoriali" questo perché "aumentare il rapporto tra numero di eletti ed elettori significa anche aumentare la loro 'reciproca' distanza, allontanare sempre di più dal territorio, dalla 'base', gli eletti". Un esito che non sarebbe "né un bene né un male in sé", ma che "andrebbe valutato e commisurato in relazione alla situazione generale del paese".

Quali sono le tempistiche delle elezioni se la riforma viene votata?

Come abbiamo visto, il leader della Lega, che punta ad andare a votare il prima possibile, ha dichiarato che «se passa questa legge non si va più a votare». Secondo quanto ricostruito dall'agenzia stampa Adnkronos, ad esempio, una volta approvata, questa legge "potrebbe avviare una serie di procedure in grado di far slittare le eventuali elezioni anticipate di vari mesi. Potrebbe infatti risultare difficile che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sciolga le Camere senza che si sia esaurito l'iter della riforma", compreso cioè lo svolgimento di un eventuale referendum confermativo. Quali saranno comunque le tempistiche e le modalità per arrivare al voto, dopo la possibile approvazione della riduzione dei parlamentari, non sono ancora chiare e definite. Il Post spiega infatti che "non ci sono precedenti e ci sarebbero probabilmente grossi dibattiti tra costituzionalisti. Dipenderebbe in ultima istanza dalla volontà delle principali forze parlamentari e da quella del presidente della Repubblica".

Salvini ha cambiato idea sul voto della riforma, dichiarando di essere disponibile a votarla e poi andare subito al voto. Il ministro dell'Interno ha citato l’articolo 4 della riforma costituzionale che “dice che se nel frattempo vengono sciolte le Camere” quella legge “entra in vigore nella legislaturasuccessiva”. Tradotto, spiega il Fatto quotidiano, "si può andare al voto subito, anche se viene approvato il taglio. Non entrerà in vigore ora, ma alla fine della prossima legislatura (teoricamente anche fra 5 anni)".

Sui giornali, però, diversi quirinalisti raccontano della “sorpresa” del Quirinale di questa mossa politica perché, scrivono su Repubblica Concetto Vecchio e Lavinia Rivara, il Presidente avrebbe già fatto conoscere il suo pensiero ai partiti di maggioranza e cioè che si “dovesse approvare definitivamente la riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari sarebbe impossibile sciogliere le Camere prima di sei, sette mesi” e quindi andare subito al voto. I due giornalisti riportano che non varrebbe neanche il precedente suggerito da Roberto Calderoli e cioè la riforma costituzionale approvata il 16 novembre del 2005, "sulla quale si tenne un referendum confermativo alla fine del giugno del 2006 (che la bocciò). In mezzo, nell'aprile del 2006, ci furono le elezioni politiche, dunque si era passati ad un'altra legislatura. Ma intanto i parlamentari avevano avuto a disposizione i tre mesi di tempo per chiedere la consultazione".

Marzio Breda sul Corriere della Sera aggiunge che per il Capo dello Stato “la sola idea che si voglia portare la sfida politica su una legge costituzionale che modifica in profondità le regole del Parlamento, ritenendo di poter procrastinarne l'entrata in vigore secondo i propri calcoli di convenienza, è semplicemente inammissibile. E non solo perché non fa i conti con l' articolo 138 della Carta, laddove si prevedono certi margini di attesa per eventuali richieste di referendum, dopo un simile voto. Quanto perché la provocazione configura, di fatto, l'ennesima frattura di un sistema che ormai si pretenderebbe di mettere sbrigativamente in liquidazione”.

I tentativi precedenti di riforma del numero dei parlamentari

Il Centro Studi della Camera ripercorre anche le varie proposte di modifica del numero di deputati e senatori pensate e avanzate nel corso del tempo. Negli anni '80, "emerge che una riduzione del numero dei parlamentari fu discussa già entro la Commissione parlamentare bicamerale istituita ad hoc nella IX legislatura". Il dibattito però non portò alla formulazione di una proposta. Nel decennio successivo, la Commissione bicamerale per le riforme istituzionali (conosciuta anche come "Commissione D'Alema") esaminò un progetto di legge che prevedeva tra 400 e 500 deputati e 200 senatori elettivi. Nel 2006, dopo che il Parlamento aveva approvato in via definitiva un disegno di legge costituzionale in cui era prevista una Camera di 518 deputati (elettivi) e un Senato di 252 senatori, un referendum confermativo, svoltosi il 25-26 giugno, non approvò la riforma. Altri simili progetti di legge furono analizzati anche negli anni successivi.

Tre anni fa, infine, fu approvato dal Parlamento, durante il governo guidato da Matteo Renzi, il testo di riforma costituzionale che tra le altre cose, prevedeva una Camera inalterata nella sua composizione di 630 deputati e un Senato di 95 senatori, rappresentativi delle istituzioni territoriali (Regioni e Comuni), eletti con un'elezione di secondo grado: dovevano cioè essere eletti dai Consigli regionali e da quelli delle province autonome di Trento e di Bolzano, con metodo proporzionale, tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. Questo progetto di riforma, però, non ottenne la maggioranza nel referendum confermativo del 4 dicembre 2016 e fu respinto. Un risultato che portò alle dimissioni di Renzi e alla fine del suo governo.

Foto in anteprima via Ansa

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