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Bombardamenti, droni, incursioni: è guerra alla verticale del potere di Putin

4 Giugno 2023 9 min lettura

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Bombardamenti, droni, incursioni: è guerra alla verticale del potere di Putin

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La nuova fase in cui è entrato il conflitto in Ucraina vede una crescita continua negli ultimi giorni delle azioni di guerra sul territorio russo. Nella regione di Belgorod, teatro dell’incursione dei combattenti del Corpo volontario russo (Rdk) e della legione Svoboda Rossii il 22 maggio, continuano i bombardamenti dell’artiglieria e si susseguono notizie di raid frammiste a smentite e ad annunci di aver annientato unità ucraine. La città di Shebekino, poco più di quarantamila abitanti a 6 chilometri dal confine con l’Ucraina, nel corso della giornata del primo giugno è stata presa d’assalto dal fuoco d’artiglieria, con incendi e esplosioni in varie parti del centro abitato. Il 2 giugno è stato sospeso il traffico ferroviario con il capoluogo Belgorod e migliaia di abitanti hanno lasciato la zona, venendo ospitati nei punti temporanei d’accoglienza nella parte settentrionale della regione, lontana dall’Ucraina, e in altri posti della Russia. 

Il canale Telegram della legione Svoboda Rossii ha pubblicato un video dove si vede una colonna di fumo azzurrognolo salire da Shebekino, mentre non è chiaro se i legionari e l’Rdk siano entrati in azione o meno nei pressi di Novaya Talvozhanka, villaggio a 8 chilometri dalla città. Due donne sono rimaste uccise in conseguenza dei combattimenti, con accuse reciproche tra Svoboda Rossii e il governatore della regione Vyacheslav Gladkov sulle responsabilità della morte. Nel solo mese di maggio la regione di Belgorod ha subito 130 bombardamenti, un terzo dei 358 dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ma si tratterebbe di un record già superato nei primi due giorni di giugno, secondo Gladkov sarebbero state sparate circa 850 munizioni di tipo diverso sul territorio di Shebekino.

L’intensificarsi dei bombardamenti è proseguito sabato 3 giugno, così come l’evacuazione dei civili, in cui vengono impiegati anche soldati dei corpi speciali, tra le polemiche degli studenti dell’Università statale di Belgorod, costretti a lasciare le proprie camere negli studentati per far spazio agli sfollati, e degli abitanti del distretto di Shebekino, che denunciano come siano stati costretti a pagare 3000 rubli per ogni bambino evacuato, notizia prima confermata e poi smentita dal sindaco della cittadina Vladimir Ždanov, insignito dell’ordine al coraggio da Putin il primo giugno. Nel frattempo, tra venerdì e sabato il bilancio dei morti civili è arrivato a sette.

Di quanto accade nella regione di Belgorod si parla poco o nulla nelle trasmissioni delle reti federali, ormai dal febbraio 2022 diventate lo strumento principale della propaganda del Cremlino con ore di dirette e di talk-show dedicati alla guerra, e nel quotidiano incontro con la stampa del portavoce di Putin Dmitrij Peskov non vi è stato spazio per Shebekino. Un silenzio interrotto solo da qualche servizio televisivo, dove la situazione viene presentata come sotto controllo. “L’impressione è che tutto il paese se ne fotta di quello che succede nella nostra regione”, racconta un cittadino di Belgorod ai giornalisti di Mediazona, esprimendo un sentimento diffuso tra gli abitanti della frontiera con l’Ucraina, tale da portare i media locali a lanciare l’hashtag #ШебекиноЭтоРоссия (“Shebekino è in Russia”) per rompere il muro di mezze verità e omissioni.

Tra venerdì e sabato, però, l’amara realtà ha cominciato a far capolino nei talk-show. Nel corso del suo programma serale Vladimir Solovyov, volto tra i più noti della propaganda del Cremlino, ha criticato indirettamente l’operato dei vertici militari, colpevoli di minimizzare quanto accade ai confini. "C’è una bella città russa, nel nostro territorio, attaccata dalla feccia nazista" ha dichiarato il conduttore, "e noi davvero diciamo 'hanno tentato un attacco terroristico nella regione di Belgorod ma non gli è riuscito'?? Eccome se gli è riuscito! Hanno trasformato la vita degli abitanti di Shebekino in un vero inferno!”

L’irritazione degli abitanti della regione di Belgorod rappresenta un senso di abbandono da parte del centro federale, e risalta ancor di più dopo gli attacchi avvenuti il 30 maggio a Mosca e nei dintorni, con circa una ventina di droni diretti su diversi obiettivi della capitale russa. Non vi sono stati danni ai civili, ma tre droni hanno colpito tre condomini, uno nel sobborgo Moskovskij, gli altri due nella zona meridionale della città, a Leninskij prospekt e Profsojuznaja ulica, importanti assi viari della capitale. Altri droni sono caduti verso la Rublevka, dove sono concentrate le residenze dei principali esponenti di governo e degli oligarchi, e non distante da Novo-Ogarevo, dove abita Putin. 

L’attacco, seppur simbolico, ha un effetto psicologico da non sottovalutare per tanti: per il Cremlino, che si è limitato a ribadire la lotta ai “terroristi di Kyiv”, si tratta di un ulteriore dimostrazione della fallacia del mito dell’invincibilità putiniana; per il ministero russo della Difesa, perché, nonostante l’entrata in azione del sistema di contraerea Panitsyr, rende evidente i problemi nell’intercettare i droni a bassa quota; per quell’ampia zona grigia della società russa, muta tra terrore e apatia, perché indica le debolezze del sistema.

Le difficoltà di questi giorni alimentano ulteriormente quanto accade con la Wagner, i cui combattenti sono in procinto di completare il proprio ritiro da Bakhmut per poter recuperare le forze e impegnarsi in un nuovo periodo di addestramento. Evgenij Prigožin ha colto l’occasione per visitare Vladivostok, Ekaterinburg, Novosibirsk e Nižnij Novgorod per presentare un nuovo progetto, chiamato Wagner. Vtoroj front ("Wagner. Secondo fronte"), volto a informare sul reale stato di cose dell’operazione speciale, come ha dichiarato l’imprenditore nell’incontro di Novosibirsk. Una risposta al tentativo intrapreso dall’Amministrazione presidenziale e dal ministero della Difesa di riprendere sotto controllo media e notizie e di mettere nell’angolo la Wagner, accusata di voler incentrare su di sé meriti e narrazione della guerra.

Prigožin ritiene sia necessario "smetterla con i media che edulcorano i problemi" e di dover "parlare onestamente con la gente", per poter mobilitare l’opinione pubblica attorno agli obiettivi dell’operazione speciale. Già nella lunga intervista al blogger Konstantin Dolgov il capo della Wagner aveva analizzato la situazione corrente sul campo di battaglia e nella società, denunciando le responsabilità e la codardia dell’élite, agitando lo spettro di un possibile rivolgimento sociale simile alla rivoluzione del 1917 e di fatto presentando il proprio programma politico, dove si prevede la trasformazione "per qualche anno" della Russia in una macchina da guerra sul modello della Corea del Nord. In una risposta pubblicata dall’ufficio stampa di Prigožin alle domande di una testata locale, l’imprenditore ha ribadito la sua visione di cosa avverrà nell’immediato futuro:

1. Credo che ci stiamo avvicinando rapidamente al culmine dell’escalation, al punto ritenuto accettabile dall'Occidente, e questo sarà un grave conflitto su vasta scala in cui dovremo essere sulla difensiva, se analizziamo come vanno le cose adesso.
2. Il conflitto, ne sono certo, non si concluderà con la caduta di Kiev, lo dico ancora una volta partendo dalla situazione in cui ci troviamo
3. Per molto, molto tempo, non vi saranno occasioni per stringere la mano (ai leader occidentali) nei summit perché, come ho detto molte volte, dobbiamo capire che per tutti gli altri noi saremo come la Corea del Nord. In termini di standard di vita, ovviamente, saremo in una situazione migliore, perché abbiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno sul territorio.

Le dichiarazioni di stampo populista e antielitario hanno portato ad accostare Prigožin a Navalny, con una differenza sostanziale: il primo non ha mai attaccato Putin e l’Fsb, in un tentativo (al momento riuscito) di usare i diversi centri di potere del sistema russo per la propria ascesa. Un obiettivo al momento raggiunto, la popolarità del patron della compagnia mercenaria è in crescita, e secondo un recente sondaggio del Centro Levada, istituzione indipendente di ricerche sociologiche, il 4% dei russi si fida di Prigožin, un dato su cui si possono basare ulteriori ambizioni politiche, testimoniate anche dalla visita a Zachar Prilepin, lo scrittore ultranazionalista caduto vittima di un attentato, in ospedale durante la tappa a Nižnij Novgorod.

Ma l’ascesa della Wagner ha trovato un nuovo avversario, nonostante le dolci parole di amicizia e fedeltà eterna dei mesi scorsi. Ramzan Kadyrov, che aveva già criticato aspramente Prigožin per i suoi attacchi a Shoigu e Gerasimov agli inizi di maggio, nel conflitto tra l’imprenditore e l’Amministrazione presidenziale ha scelto di schierarsi con la seconda. Già Abbas Gallyamov, ex speechwriter di Putin ora emigrato in Israele e nella lista degli agenti stranieri, aveva previsto in un articolo dello scorso novembre la rottura tra il leader ceceno e il capo della Wagner, sottolineando come gli interessi dei due fossero in contrasto, ma accomunati dalla necessità di conservare le proprie truppe in vista dei futuri sviluppi all’interno della Russia. 

Ed è stata proprio una dichiarazione di Prigožin, dove si affermava di non sapere dove erano dislocati gli uomini dell’unità speciale cecena “Akhmat”, ad avviare la polemica tra i capi delle forze cecene e i comandanti della Wagner. Il primo a replicare è stato Adam Delimkhanov, deputato alla Duma e fedelissimo di Kadyrov, decorato lo scorso anno con la medaglia di eroe della Russia, in un video con parole forti:

Prigožin dice di non capire cosa faccia l'«Akhmat». Se non capisci, se qualcosa non è chiaro, puoi contattarci, fissare dove e quando, e te lo spieghiamo. […] Ormai sei un blogger e gridi a tutto il mondo che abbiamo solo problemi. [...] Dicci il posto: dove, come, quando e ci vediamo.

Dopo quelle del deputato, si sono aggiunte le dichiarazioni di Magomed Daudov, presidente del parlamento ceceno, che ha invitato "Ženja" (diminutivo di Evgenij Prigožin) a smetterla di seminare il panico e ad incontrarsi “da uomo a uomo”. Nel corso della serata del primo giugno sono apparse le risposte dei commilitoni di Prigožin, e il primo è stato Dmitrij Utkin, già ufficiale dei corpi speciali e del controspionaggio militare, fondatore della compagnia a cui ha dato il proprio soprannome come denominazione. Noto per le sue simpatie naziste, Utkin, veterano delle guerre di Cecenia, ha replicato a Daudov e Delimkhanov con estrema durezza, alludendo anche al passato dei due tra i separatisti ceceni durante il sanguinoso conflitto nel Caucaso, senza lesinare l’utilizzo del caps-lock:

«Inizio: mi rivolgo al presidente del Parlamento della Cecenia, il signor Magomed Daudov:

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  • noi siamo già nella Terza guerra mondiale e in relazione agli avvenimenti correnti sono completamente d'accordo — certi cittadini vanno messi al muro per questa VERGOGNA;
  • NELLA WAGNER NON CI SONO STATI, NON CI SONO NÉ MAI CI SARANNO momenti di panico;
  • ogni tipo di problema lo risolviamo con i mezzi a nostra disposizione, che non contraddicono le Leggi e la Costituzione della Federazione Russa;
  • chi vi ha dato questa confidenza, chi vi ha autorizzato a dare del "tu" e a chiamare "Ženja" (si riferisce al diminutivo di Evgenij)
  • non abbiamo mai ricevuto da voi aeroplani, elicotteri, lanciarazzi;
  • Sì, la «WAGNER» è al primo posto delle compagnie private militari, riconosciuta in tutto il mondo;
  • siamo sempre pronti a parlare "da uomo a uomo", soprattutto perché ci conosciamo dai tempi della prima e della seconda guerra in Cecenia»

Dopo Utkin sono intervenuti altri comandanti della compagnia mercenaria, Zombie, Ten’, Ratibor, che hanno ribadito di essere pronti a difendere l’onore della Wagner. Lo scambio di accuse e di insulti al momento è cessato dopo una dichiarazione di Prigožin in cui afferma di aver chiarito per via telefonica con Ramzan Kadyrov, però aggiungendo come in Russia le minoranze nazionali possano offendere e attaccare i russi senza rischiare provvedimenti giudiziari, e non il contrario. Inoltre, secondo il capo della Wagner, uno scontro tra i suoi uomini e i ceceni avrebbe un esito scontato a favore dei primi, e il conflitto sarebbe alimentato da una delle “torri del Cremlino” (termine con cui vengono descritte le varie fazioni nel sistema putiniano), in questo modo alludendo alla subalternità di Kadyrov nei confronti dell’Amministrazione presidenziale.

I raid al confine, gli attacchi dei droni, le tensioni tra i vari distaccamenti di mercenari e volontari non devono far nascere illusioni su un repentino e incruento collasso del sistema di potere putiniano. Il processo, però, di sgretolamento della verticale del potere, più volte analizzato per Valigia Blu, continua ad assumere nuove e sempre più fosche forme, aprendo uno scenario per il futuro della Russia fatto di bande armate e di insicurezza generale. L’attesa della controffensiva ucraina, probabilmente in realtà già iniziata con le azioni intraprese all’interno della Russia e ai suoi confini, contribuisce ad acuire le contraddizioni presenti tra i vari centri di potere, con sviluppi imprevedibili per la tenuta del regime sul medio-lungo periodo.


Immagine in anteprima Squarcio sull'edificio di Mosca dopo l'esplosione del drone

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