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La rivoluzione egiziana 10 anni dopo: il sogno che ha fatto tremare la terra, pagato carissimo e che prima o poi tornerà

26 Gennaio 2021 6 min lettura

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La rivoluzione egiziana 10 anni dopo: il sogno che ha fatto tremare la terra, pagato carissimo e che prima o poi tornerà

5 min lettura

di Marina Petrillo*

Immagina un posto dove se hai bisogno di qualcosa, qualcuno la porterà. Dove c’è riparo per le donne divorziate o ripudiate, per i bambini di strada, per i ragazzi nubiani di colore. Dove pregano due religioni. Dove gli operai discutono ogni giorno in capannelli con i medici in camice bianco, le studentesse universitarie, i maestri, i contadini, i giornalisti. Dove ogni tanto arriva cibo fumante da dividere mentre si discute e si negozia. Un posto dove si canta, e i canti fanno tremare i muri. Un posto dove se la calca arretra per i lacrimogeni e ti travolge, qualcuno ti trascina al riparo e ti lava gli occhi. Dove basta una tenda e un tappeto per fare casa, dove qualcuno ti tiene i bambini, dove Gramsci sta appoggiato con le pagine a faccia in giù accanto ai thriller e ai poeti persiani.

Quel posto è esistito. E chi ha conosciuto Tahrir occupata ne è stato trasformato per sempre. In questi giorni di anniversari resto ancora stupita da quella costruzione. Il coraggio che centinaia di migliaia di persone dimostrarono allora - molte senza possedere niente e rischiando la vita - non si spegne, non sbiadisce. Mentre loro vengono spazzati da continue ondate di soprusi, tradimenti, amarezze e umiliazioni, quello che hanno fatto resiste e respira in ogni persona che li ha incontrati; la vita di ciascuno toccata, scomposta e rimontata in modi che non avremmo potuto nemmeno immaginare.

Perché i rivoluzionari egiziani, nel reclamare “pane, libertà e giustizia sociale” dal cuore occupato di una piazza glabra e inospitale, aprirono uno straordinario ventaglio di possibilità politiche. Sulla scorta della loro esperienza sul campo e delle lotte sindacali, avevano intuito qualcosa che ci riguarda tutti: il mondo bianco, maschio e capitalista è agonizzante. È un modello fallimentare e insostenibile, e nuovi modelli faticano a nascere. Lo squilibrio nella distribuzione della ricchezza è osceno. La rapina delle risorse inaccettabile, e sono sempre i fragili a pagarne il prezzo più alto. Lo spazio pubblico, in tutto il mondo, è sempre più sottratto alla vita collettiva. Il sacro è spazzato via, sostituito da abbagli da quattro soldi.

Mentre i treni degli egiziani deragliavano e le case crollavano loro sulla testa, militari ed élite si erano ingrassati alle loro spalle. Al Cairo, lo stato poliziesco e il tallone della corruzione avevano esiliato gli abitanti dalla loro stessa città, spingendoli ai margini. A ottobre del 2011, una lettera dai rivoluzionari di Tahrir agli attivisti di Occupy Wall Street diceva “abbiamo visto persone in lacrime entrare in piazza per la prima volta”. Dieci anni fa, per un anno intero, fecero della piazza una nuova repubblica.

Quella piazza vibrava per diversità, varietà, complessità. Dirò di più: quella piazza era femmina. La prima foto che vidi di quei manifestanti a Tahrir era del 2010, uno dei primi piccoli cortei per protestare contro l’uccisione di Khaled Said. Sarah Carr aveva fotografato Salma Said che gridava slogan in mezzo a un gruppo di uomini, il volto pieno di energia, l’abito verde che nel movimento le ruotava intorno alle ginocchia. Salma in quella foto è la scintilla.

Con quella piazza ci dissero che con l’immateriale ragnatela digitale, di cui divennero maestri, si potevano reclamare i corpi, i passi, gli abbracci, il sapore del cibo condiviso, e battersi a mani nude, baciarsi e sposarsi nella piazza circondati dall’amore di tutti. Guardarono ammirati i loro compagni tunisini e misero il corpo davanti alla polizia perché era l’unica cosa che avevano. Quando piovevano sassi, frammenti di marciapiede staccati a mani nude, e dall’altra parte bastonate, proiettili di gomma e proiettili veri, si coprivano con quello che c’era a portata di mano: pezzi di lamiera ondulata, cassette della frutta, scolapasta.

L’intelligenza collettiva di quella piazza, del suo ribellarsi, organizzarsi, esprimersi, nutrirsi; la sua arte, il suo giornalismo, il suo pluralismo, il suo internazionalismo, la continua salvezza della sua ironia. La maturazione di quel “noi” potente, quasi magico. Tanto che quando il “noi” è caduto, i colpi delle botte hanno cominciato a dolere, le ferite a sanguinare, intere esistenze a sbriciolarsi.

Ma quel “noi” è un’onda tellurica, che investì prima la Siria, la Libia, lo Yemen, il Bahrain, e poi Barcellona e Madrid, Atene e Salonicco, Londra e Occupy Wall Street negli Stati Uniti, Gezi Park a Istanbul, la Euromaidan di Kiev, Beirut, Baghdad, Hong Kong, Khartoum, e si sente ancora oggi nell’elaborazione di Black Lives Matter e del movimento femminista americano.

Nel decennale del 25 gennaio, appena sveglio, il blogger The Big Pharaoh scrive che la rivoluzione “ha smosso le placche tettoniche della vita egiziana, che non potranno più tornare come prima”. La verità è che ha smosso le placche tettoniche del mondo intero, anche se a pagarne il prezzo sono stati solo e soltanto loro: madri e padri che invecchiano e si ammalano seduti sulle sedie dure dei commissariati ad aspettare notizie dei figli e delle figlie incarcerati, torturati. La non-vita di chi è chiuso in carcere, e i sensi di colpa di chi non lo è. Le migliaia e migliaia di esiliati, che hanno avuto la vita, il lavoro, l’amore e lo studio distrutti dal terribile rinculo della controrivoluzione di el Sisi, dalla beffa del dittatore che vieta di manifestare al popolo che più ha manifestato sulla Terra.

Chi è stato nella piazza non se la dimentica più. Io stessa da quel giorno ho accantonato tutto per capirla e raccontarla. E questo ha cambiato tutto il mio lavoro, condizionato le mie scelte, trasformato gli spazi in cui rendermi utile. Alle amiche e agli amici che ho trovato grazie a quella piazza mi lega un filo formidabile, che si allenta e si tende ma non si spezza mai. È con noi in ogni cosa che diciamo, in ogni scelta che facciamo, in ogni sguardo. Con ogni anno che passa, sappiamo con sempre maggiore certezza di aver assistito a eventi di una portata gigantesca. L’attore e attivista Khalid Abdallah ha scritto l’anno scorso “spero almeno di vivere il resto della mia vita all’altezza di quella luce”.

Difesero quella piazza finché, in mancanza di un titanico progetto politico che ne fosse all’altezza, la piazza non divenne un simbolo vuoto. Nel reclamare lo spazio pubblico, avevano reclamato la loro cittadinanza. E mi spezza il cuore, ma è proprio la ricchezza culturale e politica di quella cittadinanza che pulsava nella regione che alla fine ha spaventato Europa e Stati Uniti. Nel 2013 non vollero nemmeno usare l’espressione colpo di Stato, e tollerarono la strage di mille persone in un giorno al sit-in dei Fratelli Musulmani a Rabaa. Ci sono voluti sette anni e la vita di un giovane ricercatore italiano perché prendesse piede un argomento evidente come il legame fra la dittatura di el Sisi e le commesse militari ed energetiche.

In questi anni ho guardato migliaia di video e di fotografie, ma ancora ne scopro. Ieri, un giovane che aveva partecipato alla rivoluzione ha postato il video che girò nelle strade intorno a Tahrir la sera dell’11 febbraio 2011, con uomini, donne e bambini che festeggiavano la caduta di Mubarak. A un certo punto c’è un omone che sembra indeciso se ridere o piangere, le spalle che sussultano, si guarda intorno incredulo, confuso, forse cerca gli amici, e poi vede gli altri che lo guardano e allora ride, ride fortissimo, e nel ridere tutto il corpo si scioglie come se perdesse un’armatura.

Sono stati dieci anni di levarsi in volo, cadere e farsi male. L’ultimo forte sussulto, a settembre del 2017, è costato centinaia di condanne al carcere e una censura totale. Ma intanto cinquemila, poi seimila, poi ottomila operai siderurgici sono in sit-in di protesta a Helwan mentre scrivo.

Hanno sognato per l’Egitto, e hanno sognato anche per noi, e sapevano di farlo. Un sogno pagato carissimo, che ha fatto tremare la terra. Il più grande, inclusivo e internazionale dall’inizio di questo secolo, e poiché non ha finito il suo lavoro, prima o poi tornerà.

*Marina Petrillo, giornalista e scrittrice, il suo libro sull’occupazione di piazza Tahrir, “Io canto la piazza elettrica”, è in uscita nel 2021.

Foto anteprima: Jonathan Rashad, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

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