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Il collasso del sistema sanitario nazionale nel Regno Unito è un avvertimento per tutti

6 Febbraio 2023 14 min lettura

Il collasso del sistema sanitario nazionale nel Regno Unito è un avvertimento per tutti

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13 min lettura

Da dicembre 2022 il Royal College of Nursing, sindacato e organizzazione professionale che riunisce infermieri, ostetriche, assistenti sanitari e studenti di infermieristica nel Regno Unito, ha annunciato e organizzato una serie di scioperi in Inghilterra, Nord Irlanda e Galles. A questi si sono aggiunti i paramedici e il personale che lavora sulle ambulanze, mentre i medici ‘junior’ (medici qualificati, con anche diversi anni di esperienza, ma che non sono ancora abilitati a lavorare in maniera indipendente) sono stati chiamati a votare per uno sciopero di 72 ore che potrebbe tenersi a marzo. Le motivazioni di questi scioperi sono le condizioni lavorative precarie e poco sicure, le pressioni sul personale sanitario e i salari considerati inadeguati al costo della vita e alla mole di lavoro.

La richiesta dell’aumento degli stipendi da parte del personale sanitario è dovuto principalmente alla crisi economica che il Regno Unito sta affrontando, che ha portato diverse categorie professionali del settore pubblico a organizzare e prendere parte a scioperi e mobilitazioni. Con un’inflazione che ha superato il 10% alla fine del 2022 e il timore di una lunga e complicata recessione, non in tutti gli ambiti lavorativi si è verificato un aumento dei salari in linea con l’aumento dei prezzi. Tra agosto e ottobre 2022, ad esempio, la crescita media degli stipendi nel settore privato è stata pari al 6,9% contro il 2,7% del pubblico.

Brexit, covid, guerra e conservatori: come il Regno Unito è finito nella tempesta perfetta

“La retribuzione, i termini e le condizioni sono fondamentali”, ha detto Miriam Deakin, direttrice di Politiche e strategie presso l’organizzazione NHS Providers. Nel 2022, ha detto Deakin, “tutto il personale dell'NHS ha ricevuto un premio salariale inferiore all'inflazione, che ha fatto seguito a una serie di anni di contenimento delle retribuzioni, per cui le persone subiscono un taglio in termini reali dei loro salari e vedono il loro tenore di vita ridursi, mentre la domanda di servizi è in aumento”.

Un sistema in crisi

Per contrastare la crisi del sistema sanitario, il governo guidato da Rishi Sunak ha proposto alcune misure di intervento che, a detta del Ministro dell’Economia britannico Jeremy Hunt, hanno lo scopo di rafforzare l’NHS. Presentando la manovra economica a novembre 2022, Hunt ha annunciato ad esempio che il budget destinato al servizio sanitario inglese verrà aumentato di 3,3 miliardi di sterline all’anno per i prossimi due anni. Tuttavia, la proposta del governo è stata presto definita come insufficiente.

Come spiega a Valigia Blu Siva Anandaciva, chief analyst presso l’organizzazione indipendente King’s Fund che si occupa di studiare il sistema sanitario e di assistenza inglesi:

Il governo ha promesso finanziamenti extra da miliardi di sterline per l’NHS per i prossimi due anni, ma l’inflazione crescente implica che questi fondi non saranno sufficienti come previsto. Con l’attuale livello di finanziamento offerto, l’NHS può al massimo sperare di rallentare il declino dell’assistenza ai pazienti e dei tempi di attesa per le cure. È altamente improbabile che si possano ottenere dei rapidi miglioramenti nell’assistenza ai pazienti con il livello di finanziamento messo sul tavolo.

Il Ministro dell’Economia britannico, invece, ha descritto i nuovi finanziamenti all’NHS come la dimostrazione che il governo conservatore consideri il sistema sanitario una priorità. Eppure è proprio alla politica di austerità introdotta da un governo conservatore nel 2010 e alle scelte fatte anche dal Ministero della Sanità guidato proprio dallo stesso Hunt tra il 2012 e il 2018 che vengono attribuite le maggiori responsabilità di questa crisi.

Nel 2010, infatti il partito conservatore vinse le elezioni e formò una coalizione con i Liberal-Democratici. Per ridurre il debito nazionale e fare fronte alla crisi finanziaria dei due anni precedenti, il nuovo governo approvò una serie di misure che aprirono la strada a un periodo di austerità per il Regno Unito. Tra queste vi fu una netta riduzione all’aumento del budget destinato all’NHS che passò dal circa 6,6% del decennio precedente all’1,1% nei primi cinque anni di governo conservatore.

Secondo un’analisi pubblicata dalla fondazione Health, la spesa sanitaria media giornaliera per persona sostenuta dal Regno Unito tra il 2010 e il 2019 è stata all’incirca pari a 3005 sterline, il 18% al di sotto della media del gruppo di paesi europei conosciuto come EU14, ovvero le 14 nazioni che sono entrate a fare parte dell’Unione Europea prima del 2004. Solo quattro paesi hanno speso meno del Regno Unito: Spagna, Grecia, Portogallo e Italia. Secondo la British Medical Association, sindacato e organizzazione professionale dei medici nel Regno Unito, gli investimenti fatti lo scorso decennio non sono stati adeguati alla domanda e alle necessità del paese.

Una delle principali conseguenze della riduzione degli investimenti nella sanità è la disponibilità di posti letto negli ospedali. Secondo uno studio del Nuffield Trust, organizzazione che si occupa di studiare e analizzare lo stato della sanità in UK, il numero di posti letto a disposizione negli ospedali inglesi nei dieci anni che hanno preceduto la pandemia è diminuito notevolmente. Secondo King’s Fund, negli ultimi trent’anni è addirittura dimezzato

La forte pressione che la pandemia ha poi generato sugli ospedali e la necessità di mettere in atto misure di distanziamento hanno a loro volta ridotto i posti letto disponibili e messo in evidenza la criticità della situazione. L’NHS è infatti arrivato completamente impreparato alla pandemia, a causa di un’insufficienza di risorse e finanziamenti che hanno nel tempo fortemente indebolito il sistema sanitario. Piuttosto che essere la maggiore responsabile della crisi dell’NHS inglese, come sostenuto dal Primo Ministro britannico, la pandemia sembra piuttosto aver peggiorato una situazione già di per sé instabile.

“La pandemia da Covid-19 ha chiaramente imposto una maggiore pressione sull’NHS e i tempi di attesa per le cure sono peggiorati di conseguenza”, spiega a Valigia Blu, “ma sarebbe un errore etichettare l’attuale crisi delle prestazioni dell’NHS come ‘un problema dovuto alla pandemia’. Importanti tempi di attesa per i pazienti al Pronto Soccorso e per le cure ospedaliere programmate, come le operazioni al ginocchio o all'anca, sono stati regolarmente ignorati per diversi anni prima della pandemia, a causa di una combinazione di una minore crescita dei finanziamenti e di gravi carenze di personale in tutto il sistema sanitario e assistenziale inglese”.

Già nel 2018, ad esempio, molte persone lamentavano di non aver ricevuto le cure di cui avevano bisogno a causa dei tempi di attesa. Da aprile 2012 a febbraio 2020, poi, la lista di attesa per gli interventi chirurgici programmati è passata da 2,5 milioni a 4,6 milioni, mentre il numero dei pazienti in attesa di sottoporsi a test diagnostici o procedure specifiche è salito da circa 632,000 a oltre un milione. Anche per le malattie oncologiche si registravano ritardi già prima della pandemia. Phoebe Dunn, ricercatrice ed esperta di politiche sanitarie per la Health Foundation, spiega a  Valigia Blu che la situazione attuale è addirittura peggiore: “circa 54 mila pazienti hanno atteso più di 12 ore in pronto soccorso per un posto letto in ospedale a dicembre, dato che ha portato a un totale di 347,707 pazienti in tutto l’anno. Le attese per le cure oncologiche hanno raggiunto nuovi record nel 2022, mentre la lista di attesa per le operazioni di routine è pari a 7,2 milioni”. Anche i tempi di attesa delle ambulanza si sono dilatati. A dicembre, per esempio, per i casi di ictus, ustioni gravi o dolore toracico le ambulanze hanno impiegato in media 93 minuti prima di arrivare, un tempo cinque volte superiore al target previsto (18 minuti).“Dietro questi grandi numeri”, spiega Dunn, “ci sono persone la cui vita potrebbe finire prima del tempo o che dovranno affrontare dolore e sofferenze non necessari, come conseguenza dei ritardi nelle cure da parte del Servizio sanitario nazionale”.

Il Royal College of Emergency Medicine, organizzazione che si occupa di monitorare gli standard della medicina di emergenza, ha stimato che nel Regno Unito si verificano almeno tra 300 e 500 decessi in eccesso associati all'affollamento e ai lunghi tempi di attesa nei reparti di emergenza. Numeri confermati da altre analisi, benché l’NHS non concordi con le cifre riportate

La crisi della forza lavoro

Tra le ragioni di queste lunghe attese vi è quella che l’Health and social care committee del Parlamento britannico ha definito “la più grande crisi della forza lavoro” mai affrontata dall’NHS.

Per comprendere la gravità della situazione, vanno considerati più elementi. Secondo alcune organizzazioni mediche, ad esempio, il Regno Unito non sta formando abbastanza medici. Al tempo stesso, la crisi economica, la pandemia e lo stato attuale dell’NHS sta portando molti studenti di medicina a pensare di trasferirsi all’estero. Anche tanti medici ‘junior’ stanno cercando opportunità fuori dal Regno Unito.

Poi c’è un problema di assunzioni. Nonostante infatti il numero di lavoratori e lavoratrici dell’NHS negli ultimi anni sia cresciuto, non si può dire con certezza che sia sufficiente a rispondere alle richieste della popolazione e a colmare il sempre più alto numero di posti vacanti. Dal 2018 al 2022, ad esempio, c’è stato un aumento di oltre 4000 posti da infermiere disponibili in Inghilterra, mentre a settembre 2022 sono stati registrati 1,808 medici di base qualificati in meno rispetto a settembre 2015.

La carenza del personale ha portato a chiedersi anche che ruolo abbia avuto la Brexit nella crisi di un sistema che a lungo ha fatto affidamento su una buona percentuale di dipendenti qualificati provenienti da altri paesi. Come ha spiegato Anandaciva a Valigia Blu, “’L’NHS ha visto un forte calo nel numero di infermieri e ostetriche che sono arrivate nel Regno Unito dallo Spazio economico europeo. Mentre la Brexit non è l’unico elemento che ha portato a questo trend, poiché nello stesso periodo sono state apportate altre modifiche alle regole sui test linguistici, la Brexit è stata citata come un fattore nelle indagini condotte tra infermieri e ostetriche provenienti dallo spazio economico europeo che stanno lasciando il Regno Unito. Anche se l’assunzione del personale esterno all’SEE è aumentato, l’NHS considerava importante l’apporto dei lavoratori provenienti dallo spazio economico europeo ai servizi per i pazienti, e gli infermieri e le ostetriche che hanno lasciato l’NHS sono ancora da sostituire”.

La carenza di medici, infermieri e operatori sanitari non è un rischio soltanto per le persone che hanno bisogno di cure, ma anche per lo stesso personale.A settembre 2022, disturbi di natura psichiatrica hanno costituito il 24,9% di tutte le assenze per malattia.

“Siamo spesso pericolosamente sotto organico, con assenze per malattie e burnout ai massimi storici”, ha raccontato Silan Fidan, giovane medica di un ospedale di Londra. “C’è un forte senso di malumore”, ha detto, “con molti di noi che si sentono sottovalutati e soffrono del peso emotivo di trovarsi in una posizione in cui non siamo in grado di rispondere ai bisogni dei nostri pazienti. Questo non perché loro chiedano troppo, ma perché noi abbiamo poco da offrire”.

Un numero sempre maggiore di medici sta considerando di lasciare il proprio lavoro, in maniera temporanea o definitiva, e tra le motivazioni più comuni dietro questa scelta ci sono le preoccupazioni per il proprio benessere o il desiderio di avere maggiore tempo libero. Lo stesso vale per infermieri e infermiere.: In un recente sondaggio, oltre la metà delle persone intervistate ha dichiarato di stare valutando o attivamente programmando di lasciare il lavoro da infermiere, e tra le principali ragioni riportate vi è il sentirsi sottovalutati o esausti, l’eccessiva pressione e la carenza di personale. Senza politiche specificamente volte all’assunzione di nuovo personale, dicono alcuni studi, la situazione non può fare altro che peggiorare.

Nel 2019 i Conservatori aveva promesso che entro il 2024 in Inghilterra ci sarebbero stati 6000 medici di famiglia e 50,000 infermieri in più, per fare fronte alla crisi dell’NHS. Mentre il governo si è detto sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo fissato per gli infermieri, nel caso dei medici di famiglia la situazione sembra molto più incerta, se non del tutto infattibile. Nel frattempo anche l’NHS ha avviato un nuovo programma d’azione che prende il nome di “Piano a lungo termine” e che è volto a migliorare e rendere più efficiente il sistema sanitario. Tra gli obiettivi di questo piano vi è anche un maggiore supporto al personale sanitario, inteso sia come condizioni di lavoro più soddisfacenti sia sotto forma di incremento della forza lavoro.

Il 30 gennaio l’NHS e il governo hanno pubblicato anche un piano specifico per i servizi di urgenza ed emergenza inglesi, che tra le altre cose prevede l’incremento del numero di ambulanze e dei posti letto in ospedale e un maggiore supporto al personale sanitario. Pur sottolineandone gli aspetti positivi, diversi esperti hanno comunque definito questo programma come non sufficiente.

Non solo medici e ospedali

D’altro canto, come ha spiegato Phoebe Dunn a Valigia Blu, “la crisi è sistemica e si estende a tutto il sistema di cura e assistenza”.

Negli ultimi anni, ad esempio, si è verificato un aumento del numero di pazienti ricoverati in ospedale che sono stati dimessi in ritardo rispetto a quando avrebbero potuto lasciare la struttura. Si tratta di persone che, pur non avendo più bisogno di assistenza ospedaliera, presentano condizioni di salute per cui è necessario il trasferimento in case di cura o riabilitazione o l’assistenza domiciliare. A causa però di una profonda crisi del sistema di cura e assistenza, sia in termini di alta richiesta da parte di una popolazione che vive più a lungo che di carenza di personale, è ad oggi molto difficile riuscire ad accedere a questo tipo di cure. Per questo motivo, molti pazienti ricoverati vengono trattenuti in ospedale proprio perché dimetterli vorrebbe dire non garantire loro il percorso di terapia e assistenza di cui avrebbero bisogno. Conseguenza di ciò è un alto numero di letti potenzialmente disponibili ma che restano occupati, oltre al rischio per questi pazienti di incorrere in infezioni e ulteriori problemi di salute fisica e mentale mentre restano in ospedale.

Nonostante si parli da tempo ormai di riformare l’assistenza sociale e di una sua possibile integrazione nel sistema sanitario, l’NHS e i servizi sociali e di cura sono ad oggi di fatto organismi separati. Mentre la sanità è garantita dal sistema sanitario nazionale e finanziata dal governo, i servizi sociali e di cura sono responsabilità delle autorità locali che negli ultimi dodici anni hanno dovuto affrontare una sempre minore disponibilità di fondi e finanziamenti da parte del governo centrale. Questo ha comportato una ridotta capacità da parte delle autorità locali di garantire servizi di cura adeguati alla richiesta e una maggiore difficoltà per le persone con problemi di salute ad accedere a servizi di assistenza in maniera gratuita. A differenza dell’NHS i cui servizi sono infatti gratuiti al momento dell’utilizzo, l’assistenza sociale si basa invece su una valutazione delle necessità e del reddito di una persona, che stabilisce se e fino a che punto è possibile usufruire di servizi finanziati da fondi pubblici. Tra novembre 2021 e agosto 2022, il numero di coloro che erano in attesa di valutazione o di ricevere assistenza è cresciuto del 24%.

Come nel caso del sistema sanitario, anche per l’assistenza sociale inglese la crisi è cominciata ben prima della pandemia. Già nel 2018 erano stati denunciati livelli record di persone anziane che non ricevevano le cure e il supporto di cui avevano bisogno e le enormi differenze tra diverse aree geografiche in termini di qualità delle prestazioni offerte. Allo stesso tempo, i bassi stipendi e le condizioni di lavoro spesso precarie sono state a lungo alla base di un continuo ricambio di dipendenti e nel 2019 erano stati stimati circa 110,000 posti vacanti. Un report pubblicato a ottobre dello scorso anno ha stimato che tra il 2021 e il 2022 i posti disponibili erano 165,000.

Presentando la manovra finanziaria a novembre 2022, il Ministro dell’Economia ha annunciato fino a 2,8 miliardi per il 2023/2024 e 4,7 miliardi per l’anno successivo per l’assistenza sociale. Secondo Jennifer Dixon, Chief Executive della Health Foundation, questo intervento “non farà altro che coprire le crepe di un sistema che si è rotto”.

Cosa succede negli altri paesi del Regno Unito

Anche ai governi di Scozia, Nord Irlanda e Galles, sono stati promessi ulteriori finanziamenti dal Ministro dell’Economia per far fronte alla crisi dell’NHS e dell’assistenza sociale. Mentre in Inghilterra, infatti, il sistema sanitario è direttamente finanziato dal Ministero della Salute britannico, negli altri tre paesi del Regno Unito i fondi arrivano dal governo centrale e sono i governi locali poi a scegliere come gestire e distribuire le risorse. La delega del controllo del sistema sanitario ha permesso ad esempio al governo scozzese di iniziare le negoziazioni e portare alcune organizzazioni sindacali a sospendere le proteste nel paese, mentre il Royal College of Nursing in Galles ha accusato il governo locale di non starsi occupando “seriamente” del problema.

La crisi infatti non riguarda soltanto l’Inghilterra. In Scozia, il numero di persone costrette ad attendere più di 12 ore nei reparti di medicina d’urgenza è aumentato notevolmente negli ultimi anni così come è cresciuta la lista di attesa di pazienti che devono sottoporsi a test diagnostici. I medici ‘junior’ hanno chiesto un aumento degli stipendi adeguato al costo della vita e al livello di inflazione attuale, mentre l’NHS scozzese sta affrontando una crisi del personale che riguarda diversi ambiti sanitari, dalla medicina generale all’ostetricia fino all’odontoiatria. 

In Nord Irlanda, dove la crisi del sistema sanitario si intreccia a una profonda instabilità politica, si prevede che gli scioperi del personale sanitario possano andare avanti a lungo. Il sentimento generale che ha portato molti dipendenti dell’NHS nord-irlandese a scioperare è quello di lavorare in condizioni inadeguate, di essere sottovalutati e sottopagati e soprattutto di non essere ascoltati dalla politica locale e dal governo centrale. Anche in Galles il sistema sanitario è in difficoltà: a dicembre 2022, ad esempio, solo il 63,1% dei pazienti nei reparti di emergenza ha aspettato un massimo di 4 ore, raggiungendo così il livello di performance più basso mai registrato e, mentre le liste di attesa per sottoporsi a un’operazione o terapia si stanno lentamente riducendo, ancora un alto numero di pazienti rischia di aspettare per anni prima di poter cominciare le cure.

I piani per il futuro

Sajid Javid, ex Ministro della Salute sotto il governo di Boris Johnson, ha di recente sostenuto che un modo per ridurre le liste di attesa potrebbe essere quello di rendere a pagamento alcuni servizi, come gli appuntamenti dal medico di famiglia. Come hanno spiegato però le dottoresse Ellen Welch e Lizzie Toberty della Doctors’ Association, associazione che riunisce medici e studenti di medicina nel Regno Unito, questo tipo di soluzione rischierebbe solo di esacerbare le disuguaglianze: “Molti pazienti”, hanno spiegato le due mediche, “semplicemente non cercherebbero aiuto, con un impatto negativo sulla loro salute a lungo termine – e quindi sull’economia, sul sistema sanitario in senso ampio e anche sull’assistenza sociale”.

D’altro canto, secondo Phoebe Dunn “non ci sono soluzioni a breve termine per questa crisi – per affrontarla sarà necessario un approccio a lungo termine con un mix di investimenti e cambiamenti politici per garantire la sostenibilità del sistema. Il governo deve essere onesto con l'opinione pubblica riguardo a questi problemi e al tempo necessario per affrontarli”.

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“Né tanto meno”, spiega la ricercatrice a Valigia Blu, “c’è bisogno di una grande idea per salvare” l’NHS. “Investimenti e personale adeguati, competenze e capacità per migliorare i servizi, priorità chiare e coerenti a livello nazionale e la giusta combinazione di leve politiche - come i target, i sistemi di pagamento, le regolamentazioni – per contribuire a raggiungerle. La carenza di personale è al centro dell’emergenza, quindi è urgente un piano per la forza lavoro completamente finanziato per aumentare le assunzioni, incentivare il mantenimento e migliorare la cultura del lavoro. Il Servizio sanitario nazionale deve inoltre ampliare il numero di posti letto per fare fronte alla crescente domanda di assistenza”.

A questo, ha detto Dunn, va aggiunto un intervento sull’assistenza sociale: “A breve termine, sono urgenti un aumento del personale e un piano per la forza lavoro. Ma il sistema ha anche bisogno di una riforma a lungo termine per aumentare l’accesso all’assistenza finanziata con fondi pubblici, migliorare la qualità e le condizioni di chi lavora nel settore. Infine, la crisi non riguarda solo il Servizio sanitario nazionale, ma anche l'impatto di problemi economici e sociali più ampi e l'indebolimento di altri servizi pubblici; una soluzione a lungo termine deve concentrarsi sulla prevenzione, sulla salute pubblica e sui determinanti in senso più ampio che influenzano la salute della popolazione”.

Immagine in anteprima via mancunion.com

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