Qualcuno dica ad Alfano che il dissenso non può essere criminalizzato


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Gli scontri del primo maggio, ennesimo episodio di violenza urbana, aprono l'ennesimo e ripetitivo dibattito sull'onda di motivazioni ormai incessantemente uguali almeno dal 2010.

La polarizzazione, fenomeno tipico dei nostri tempi, vede da un lato la fazione che ritiene i grandi eventi, come l'Expo, occasione di rilancio e di riscatto dell'Italia, dall'altro coloro che criticano l'evento per i costi eccessivi, soldi che, dicono, andrebbero meglio utilizzati per diminuire le crescenti diseguaglianze sociali.
A margine, la sempiterna riproposizione di disegni di legge di prevenzione speciale contro la violenza urbana, iniziative repressive tirate fuori da qualche polveroso cassetto spesso slegate tra loro, con logiche del tutto diverse, in un crescendo di approssimazione ed improvvisazione.
A giustificazione: non è possibile procedere a fermi o arresti di chi è solo sospettato di voler partecipare a violenze di piazza (sic).

Così il ministro dell'Interno chiosa annunciando:

Stiamo lavorando per i divieti preventivi come avviene per le partite di calcio. Quando c’è un alto indice di pericolosità sarà proibito sfilare nel centro delle città, proprio come già avviene quando si impedisce ai tifosi di andare in trasferta.

Già nel 2010, a seguito degli scontri a Roma in occasione delle manifestazioni di protesta contro la riforma Gelmini, fu avanzata l'idea di estendere il Daspo (Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) anche ai partecipanti ai cortei, invocando arresti preventivi e retate di massa. Il Daspo, il divieto comminato dal Questore, senza alcuna pronuncia giudiziaria, per i tifosi ritenuti pericolosi, impedisce loro di andare allo stadio. Prevede da 1 a 3 anni di carcere se si viene trovati nel luogo interdetto, anche se il tifoso se ne stava buono a vedere la partita.

Dalla manifestazione del 15 ottobre 2011, altre proposte di misure di prevenzione: la richiesta di una legge Reale bis, la riproposizione del Daspo per le manifestazioni (di nuovo), l’estensione del fermo preventivo di polizia, la flagranza differita ed infine la fideiussione per le manifestazioni, cioè l’obbligo da parte degli organizzatori di fornire garanzie patrimoniali a copertura di eventuali danni causati dai cortei organizzati (una manifestazione può determinare danni tra i 2 e i 5 milioni di euro, quindi solo i ricchi potrebbero manifestare in piazza, non di certo i cassaintegrati).

Caratteristica comune alla quasi totalità di tali proposte è il contrasto con l'ordinamento costituzionale. Lo stesso Daspo è stato criticato in tal senso, ma la Consulta rigettò l'eccezione, ritenendolo una semplice misura di prevenzione, che comunque deve essere convalidata da un giudice.
Le stesse misure di prevenzione sono ai limiti della costituzionalità perché si tramutano in limitazioni nei confronti di soggetti che non solo non sono stati ancora condannati, ma non hanno nemmeno commesso ancora un reato (il Daspo può essere irrogato anche a carico di persone che si ritiene abbiano “preso parte attiva ad episodi di violenza su persone o cose in occasione o a causa di manifestazioni sportive”), e quindi sono solo sospettate (caso diverso è se vengono trovate in possesso di armi, nella quale ipotesi possono essere fermate).
Applicare una restrizione della libertà personale ad un soggetto solo perché si presume che andando allo stadio potrebbe commettere dei reati è una logica insostenibile, in quanto ragionando allo stesso modo si dovrebbe impedire, ad esempio, ai molestatori di avvicinarsi a qualsiasi donna, ai rapinatori di recarsi in banca, e così via. È la stessa logica che in passato giustificava le limitazioni dei diritti civili degli ebrei, dei gay.

Tuttavia in un regime democratico il Daspo è tollerato solo perché è strettamente limitato a casi del tutto particolari, e in base alla logica della prevenzione del rischio, per cui vale la pena restringere limitatamente i diritti civili ad alcune persone specificamente individuate per evitare rischi ad innumerevoli altre.
Ma, soprattutto, il Daspo è tollerato perché è del tutto indifferente al colore politico del governo in carica, nel senso che si applica sia a persone di destra che di sinistra, e si suppone che verrà applicato allo stesso modo da un governo di destra e da uno di sinistra.

Il Daspo è pensato per le manifestazioni sportive, e tifare una squadra di calcio non è un diritto costituzionalmente tutelato. Ben diversa è la situazione quando è in gioco il legittimo (e costituzionalmente tutelato) dissenso politico. Le due situazioni, andare allo stadio a tifare, e esprimere il dissenso politico manifestando in piazza, non sono in alcun modo comparabili e non possono essere trattate allo stesso modo. I padri costituenti vollero garantire il libero esercizio del diritto di voto, non certo il corretto svolgimento di una partita di calcio, ed è pacifico che il libero esercizio del diritto di voto è possibile solo se il voto può essere espresso liberamente, in un clima democratico e garantendo anche l'espressione delle voci contrarie. Garantendo sia il dissenso in Parlamento che in tutti gli altri luoghi, compreso le strade pubbliche.

La stessa Corte di Cassazione ha sostenuto che l'esercizio della sovranità popolare si deve realizzare attraverso tutti gli strumenti democratici predisposti dall'ordinamento, tra i quali vi è anche l'attività di informazione, da intendere nel duplice aspetto attivo e passivo, cioè non solo la possibilità di ricevere informazioni, ma anche di partecipare attivamente al dibattito pubblico per la formazione dell'opinione pubblica. Un popolo informato deve poter esprimere legittimamente il proprio dissenso nei confronti del governo, altrimenti è la medesima sovranità popolare ad essere limitata.

Con il Daspo politico si subordinerebbe il diritto al legittimo dissenso politico ad una valutazione del governo in carica. E quanto possiamo fidarci che un governo di un certo colore politico applichi il daspo politico a tutti i soggetti indifferentemente dalla loro estrazione politica? Non c’è il rischio che si chiuda un occhio per i soggetti appartenenti a correnti di supporto del governo in carica? Un provvedimento del tipo di quelli limitativi per i tifosi, che sia però applicato alle manifestazioni di piazza, potrebbe colpire chi esprime il dissenso politico nei confronti del governo insediato, diventando un'arma di controllo del dissenso politico, silenziando le opposizioni. E quindi sarebbe immancabilmente incostituzionale.

Tutte le argomentazioni relative alla violenza di alcuni dei partecipanti non hanno alcun pregio, giuridicamente parlando, perché la responsabilità penale è personale (art. 27 Cost.), e il manifestante legittimo e non violento, non può e non deve subire limitazioni dei propri diritti costituzionali solo perché nei cortei si infiltrano anche violenti. Questo, semmai, è un problema di inadeguatezza a garantire l'ordine pubblico nel nostro paese, sottraendo costantemente risorse alle autorità di polizia.

Costituzione Italiana - Articolo 16

Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.

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