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La propaganda di Putin ha trasformato le scuole russe in centri di indottrinamento

31 Dicembre 2022 9 min lettura

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La propaganda di Putin ha trasformato le scuole russe in centri di indottrinamento

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Il processo di radicalizzazione del regime putiniano, entrato in una nuova fase con l’aggressione militare all’Ucraina, inevitabilmente tocca ogni settore della società russa. Nuove leggi sempre più repressive, misure che vanno a colpire ogni aspetto della cultura e della vita (pubblica e privata) dei cittadini, l’adozione di provvedimenti volti a terrorizzare e a tenere nel silenzio la popolazione: questo breve elenco fornisce un quadro di come le autorità russe in questi dieci mesi di guerra stiano affrontando la situazione interna. Non sono più possibili spazi di autonomia né tanto meno opinioni diverse nemmeno in quegli ambiti, come la scuola e l’università, dove fino al 24 febbraio 2022 si provava a resistere (per quanto possibile e in modi differenti) al controllo politico e ideologico sull’istruzione. 

L’introduzione di nuove discipline nei curricula scolastici e l’organizzazione di corsi obbligatori nei percorsi universitari, orientate a instillare nei giovani idee ultraconservatrici e nazionaliste, assieme all’istituzione di centri di addestramento militare presso gli atenei e a speciali programmi per le ultime classi curati dall’esercito, rappresentano dei tentativi di irreggimentare quelle fasce d’età più ostili alla guerra e refrattarie alla propaganda trasmessa ormai senza soste in televisione. Non si tratta di una novità, perché già in passato vi sono state discussioni sulla necessità di sviluppare programmi scolastici e universitari nella direzione di una istruzione “patriottica”, e di omologare, anche attraverso l’introduzione di un unico manuale di storia della Russia, l’insegnamento del passato. Già nel febbraio 2013, agli inizi della svolta nazional-imperialista, Vladimir Putin aveva invitato a lavorare alla pubblicazione di un manuale che, secondo il presidente, non era “un tentativo di introdurre una uniformità nel pensiero e nelle valutazioni” ma “i manuali di storia devono sì tener conto delle differenze d’età, però essere strutturati nel quadro di una concezione unica, nella cornice della logica ininterrotta della storia russa, delle interazioni nelle sue varie tappe e rispettando tutte le pagine del nostro passato”. 

Poco più di un anno dopo, nell’agosto 2014, l’allora ministro dell’Istruzione Dmitry Livanov annunciò che non vi sarebbero stati manuali unici, ma la presentazione di un nuovo standard unificato dell’insegnamento della storia. La standardizzazione era stata già discussa nei mesi precedenti all’interno di un comitato creato ad hoc, ai cui lavori aveva preso parte Putin in varie occasioni, e il cui compito consisteva nell’eliminare “l’immondizia ideologica” presente nei testi e nei programmi, definita anche come “uno sputo in faccia” dal presidente in un suo intervento

Contemporaneamente agli interventi del Cremlino sull’insegnamento della storia patria, avevano più successo altre iniziative volte a militarizzare la scuola. Il 1 settembre 2014 inizia il programma delle “classi cadette”, oggi presente in 254 istituti di Mosca, che differisce dalle scuole militari vere e proprie perché gli allievi non vivono in caserma. Dalla settima all’undicesima classe (ma in alcune scuole già in quinta e in sesta vi sono momenti di preparazione alla vita cadetta) gli allievi frequentano le lezioni in divisa militare, la disciplina è severa e sono sotto la responsabilità di un ufficiale delle forze armate russe. L’iscrizione non è automatica, i ragazzi e le ragazze devono passare una prova che comprende test di russo, inglese e matematica per essere ammessi nelle classi, che seguono il programma scolastico normale con l’aggiunta delle lezioni delle materie militari il pomeriggio, assieme allo svolgimento dei compiti. 

La disciplina e la permanenza a scuola fino a tardi hanno avuto un ruolo nel promuovere le “classi cadette” tra i genitori, e da qualche anno non è raro vedere alunni in divisa, in metropolitana o in autobus, mentre si recano a scuola. Il ministero della Difesa nel 2016 ha poi lanciato il movimento Yunarmiya (esercito giovane), indirizzato ai bambini e agli adolescenti, che si pone, tra i vari obiettivi, di “educare alla fedeltà, al servizio, all’amore per la propria patria” e al “rispetto verso l’istituto della famiglia e la memoria degli antenati”. Yunarmiya avrebbe dovuto essere, secondo alcune previsioni, un tentativo di far sorgere qualcosa di simile ai pionieri d’età sovietica, ma il progetto sembrerebbe non essere decollato: al dicembre 2021 un milione di bambini e adolescenti avevano aderito al movimento, soprattutto grazie alle pressioni esercitate dall’alto sugli insegnanti. In molti casi, nonostante i finanziamenti ottenuti dal governo, le uniformi devono essere acquistate (spesso a prezzi esorbitanti) dai genitori, e ci sono stati scontri a livello locale per il controllo dei coordinamenti, denominati “comandi”. Dal 21 luglio 2022 Yunarmiya è nella lista degli enti russi sottoposti a sanzioni da parte dell’Unione Europea.

Altri tentativi di costituire associazioni e movimenti rivolti all’infanzia e agli adolescenti si sono susseguiti nel corso dell’ultimo decennio, restando però spesso sulla carta o diventando organizzazioni tenute in vita artificialmente. Al momento anche il movimento giovanile, definito come i “pionieri di Putin”, di cui si era dato l’annuncio con la presentazione di un disegno di legge alla Duma il 19 maggio scorso tradottosi poi in un decreto presidenziale pochi mesi dopo, sembrerebbe seguire la stessa traiettoria. Il giorno scelto per depositare il disegno di legge non è stato casuale, perché coincide con l’anniversario della fondazione dell’Organizzazione sovietica dei pionieri, mentre il primo congresso si è svolto dal 18 al 20 dicembre. Inizialmente chiamata Bolshaya peremena (il “grande intervallo” tra la terza e la quarta ora di lezione, che dura 15 minuti invece di 10), la nuova associazione ha adottato il nome di Dvizhenie pervykh (Movimento dei primi), e si può aderire a partire dai sei anni fino ai diciotto. 

I valori al centro del movimento sono “la vita e la dignità, il patriottismo, il lavoro costruttivo, il bene e la giustizia, la famiglia forte”, e si ribadisce a più riprese come l’organizzazione sia autonoma e autogestita dai giovani aderenti, anche se il Consiglio di supervisione è presieduto da Putin e a regolamentare finalità, obiettivi e modalità è la legge federale n° 261 del 14 luglio 2022. Vi è però già un’altra struttura, il Movimento russo degli scolari, anche questa voluta dal presidente, istituita con il decreto n° 536 del 29 ottobre 2015. Il moltiplicarsi di associazioni e movimenti testimonia le difficoltà del Cremlino nell’intercettare gli umori e le simpatie di adolescenti e giovani, per cui la necessità di intervenire nei programmi scolastici e universitari viene vista come una priorità non più rinviabile.

La Duma ha approvato il 14 settembre la nuova legge sull’istruzione, che elimina ogni autonomia delle scuole e degli insegnanti: i programmi vengono definiti a livello centrale, senza alcuna possibilità di adattamenti e di modifiche, e potranno essere utilizzati solo i manuali di studiosi autorizzati dal ministero. “Sappiamo tutti che introducendo una normativa così diretta difendiamo quelle discipline che formano i valori dei giovani, e li prepariamo ai nostri valori di cui stiamo parlando, e in tal senso ogni variabilità, esemplificazione, incertezza causano gravi danni”: la presidente della Commissione Istruzione della Duma Olga Kazakova ha così presentato la legge durante la sessione plenaria. 

Dal 1 settembre 2023 i programmi entreranno in vigore a tutti gli effetti, come i manuali, tra cui il libro di testo di storia, disciplina al centro delle attenzioni del regime putiniano. Già nella circolare ministeriale del 12 settembre di quest’anno si è introdotto, tra le conoscenze ritenute basilari di carattere storico per gli alunni delle classi decima e undicesima, lo studio delle cause e delle ragioni dell’operazione speciale militare in Ucraina. Anche nelle lezioni dedicate all’attualità, chiamate “Discorsi sulle cose importanti”, ampio spazio è dedicato alla guerra dal punto di vista del Cremlino. La commissione per il nuovo manuale di storia è presieduta da Vladimir Medinsky, consigliere di Putin già ministro della Cultura e autore di numerose pubblicazioni dove il passato della Russia è presentato come una continua lotta contro complotti provenienti dall’esterno. La sua attività da storico ha suscitato in passato non poche perplessità per la qualità dei suoi studi e la modalità di compilazione e presentazione, tanto da spingere la comunità di studiosi Dissernet, da anni impegnata nel denunciare i plagi nelle tesi e le irregolarità nel mondo accademico, a chiedere la revoca del titolo di dottore di ricerca in scienze storiche dell’ex ministro, senza successo. 

Come presidente della Società russa di storia militare, Medinsky ha proposto una lettura del passato del paese incentrata sulla continuità ideale e statale dalla Rus’ alla Russia di oggi, mettendo in primo piano il ruolo svolto dagli eserciti nelle varie epoche, e promuovendo iniziative di vario genere, dalla pubblicazione di testi alla costruzione di monumenti, altro elemento su cui si spinge per formare memorie e immagini dell’attuale guerra all’Ucraina compatibili con la propaganda bellica di Mosca. In numerose scuole russe sin dalla primavera sono apparsi dei banchi particolari, chiamati “degli eroi”. Una iniziativa avviata qualche anno fa da Russia Unita, il partito al potere, in alcune regioni, dedicata ai combattenti dei conflitti del passato (su tutte, la Seconda guerra mondiale), e tramutatasi ora in un ulteriore strumento propagandistico a scuola, da estendere in tutto il paese. I banchi sono riservati agli alunni che si distinguono per voti e disciplina in classe, e sulla superficie, oltre alla foto del caduto, vi è la sua biografia, le decorazioni ricevute, il racconto delle sue gesta, un tentativo di epicizzazione di una guerra a cui prendono parte come mobilitati i genitori degli stessi ragazzi.

Quando a fine marzo del 2017 le proteste contro la corruzione causate dal documentario di Alexey Navalny su Dmitry Medvedev hanno visto la partecipazione di tantissimi giovani nelle più importanti città russe, le principali reti televisive del paese hanno puntato il dito contro gli “scolari” traviati, per poi ripetere più o meno le stesse parole a distanza di quattro anni, durante le manifestazioni contro l’arresto del blogger sopravvissuto al tentativo di avvelenamento e ritornato a Mosca dalla Germania. Come spiegato già all’epoca dal gruppo di studiosi “Monitoraggio del folklore attuale”, a spingere giovani e giovanissimi a manifestare andando incontro ad arresti e violenze da parte della polizia era un sentimento di profonda indignazione verso le menzogne di un regime basato formalmente sulla divisione dei poteri e sulla democrazia. 

Questo sentimento si estende anche al di là degli under 20, ed è evidente anche nelle rilevazioni effettuate a proposito del sostegno o meno all’operazione speciale militare, dove circa il 50% nella fascia d’età tra i 19 e i 29 anni è per fermare le ostilità (tra gli over 60 è il 25%). L’attenzione verso le università da parte delle autorità, intermittente nel corso di questi ultimi anni con alcune operazioni volte a demolire gli spazi di autonomia in alcuni atenei, dall’inizio della guerra è diventata pressante. Espulsioni di studenti e docenti contrari alla politica del Cremlino, perquisizioni negli studentati, ragazzi mobilitati anche se in presenza dell’esonero di leva: si tratta di alcuni degli strumenti utilizzati dalle amministrazioni degli atenei, sotto la pressione dell’FSB e delle forze dell’ordine. Ultima in ordine di tempo, Yuliya Galyamina, attivista politica già consigliera municipale, è stata licenziata dal suo posto di professoressa associata presso l’Istituto di scienze sociali dell’Accademia presidenziale russa a causa del suo status di “agente straniero”. Dal prossimo settembre vi saranno nuovi corsi per gli studenti, tra cui “Fondamenti della preparazione militare”, “Principi e fondamenti della statualità russa” e verrà reso obbligatorio per tutti gli indirizzi di studio un programma di almeno 144 ore di storia patria a cura della Società storica russa. Del modulo dedicato alla preparazione militare già si conosce il programma, di 108 ore e suddiviso in 9 blocchi che coprono diversi aspetti delle arti della guerra, dalla politica alla difesa dagli attacchi chimici o nucleari, invece gli altri corsi sono in fase di definizione. Insieme ai cambiamenti nel piano di studi, un decreto del primo ministro Mikhail Mishustin emanato il 23 dicembre prevede l’apertura in 16 università di centri di preparazione militare.

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L’allungarsi della guerra, di cui non si intravede la fine, le difficoltà nel creare consenso tra le giovani generazioni e l’incertezza della situazione socioeconomica spingono il Cremlino a muoversi verso un controllo ancor più capillare di scuola e di università, dopo aver espulso dal settore educativo ogni voce di dissenso (si veda ad esempio la vicenda della rivista studentesca Doxa e dei suoi redattori condannati a pene detentive e amministrative). Un tentativo di vera e propria “rieducazione”, che ricorda le famigerate “terapie di conversione” ai danni di omosessuali, lesbiche e persone trans, con l’obiettivo di sradicare ogni possibile diversità non accettata dal potere. Un modello inquietante, invocato anche per i minori ucraini portati in Russia, come dichiarato dal commissario presidenziale per i diritti dell’infanzia Mariya Lvova-Belova, che ha “adottato” un orfano di Mariupol: nessuna indipendenza di giudizio, nessuna identità autonoma, per i giovani oggi sotto il regime di Putin.

Immagine in anteprima via The Moscow Times

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