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Le proteste in Kazakistan, cosa sappiamo e perché le stiamo raccontando male

13 Gennaio 2022 10 min lettura

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Le proteste in Kazakistan, cosa sappiamo e perché le stiamo raccontando male

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8 min lettura

di Paolo Sorbello*

Il Kazakistan, almeno in Italia, fa titolo solo durante crisi politiche e sociali cataclismiche. È per questo che, anche grazie alla disinformazione proveniente dalla Russia, i media italiani hanno avuto difficoltà a spiegare con sobrietà le cause della crisi e a dipingere possibili scenari per il futuro.

Partiamo dai fatti.

La mattina del 2 gennaio il prezzo del carburante Gpl raddoppia rispetto alla notte precedente nella regione di Mangistau, a ovest del paese. Lì e nelle regioni limitrofe, le automobili usano questo carburante perché più accessibile e conveniente della benzina – nel resto del paese, le automobili vanno in gran parte a benzina. La popolazione scende in piazza a Zhanaozen, una cittadina di lavoratori del petrolio, dove nel 2011 le forze speciali spensero uno sciopero durato otto mesi nel sangue, sparando alla folla e uccidendo decine di lavoratori e residenti, secondo alcune testimonianze. Il 3 gennaio, la protesta arriva alla vicina Aktau, il capoluogo di regione, sul Mar Caspio, e si propaga rapidamente ad Atyrau e Uralsk, a nord, e poi in tutte le più grandi città del paese.

Ma perché i cittadini insorgono ad Almaty, la più grande città, o a Nur-Sultan, la capitale? Certamente non per i prezzi del Gpl, che non è diffuso in queste regioni, che si trovano a migliaia di chilometri di distanza. Il malcontento, invece, è da rintracciare nell’ingiustizia sociale, nell’insicurezza lavorativa, e nella galoppante inflazione, che rappresentano problemi comuni alle classi medio-basse in tutto il paese.

Il 4 gennaio, la folla riunita ad Almaty è già senza precedenti. Vari gruppi politici avevano colto l’occasione di manifestare il loro dissenso verso il governo grazie al clima di protesta. Due settimane prima, il 16 dicembre, giorno di commemorazione del trentesimo anno di indipendenza, ben tre gruppi politici avevano portato in piazza soltanto un centinaio di persone. Nessuno si poteva aspettare una mobilitazione spontanea così grande dopo anni di manifestazioni ridotte ai minimi termini (la marcia femminista dell’8 marzo 2021 era stata una delle manifestazioni di piazza più grandi degli ultimi 35 anni).

La notte tra il 4 e il 5 gennaio, tuttavia, altri gruppi più violenti si sono uniti alla folla pacifica che le forze speciali e di polizia già provavano a respingere con forza. Gli attacchi violenti di questi gruppi – che testimoni [due giornalisti raggiunti telefonicamente ad Almaty che preferiscono rimanere anonimi] dicono essere stati eterogenei e non coordinati da un'unica forza, mentre il governo ritiene che ci sia stato un attacco organizzato di circa 20.000 uomini – contro le forze dell’ordine hanno causato una ulteriore reazione violenta da parte delle autorità che hanno usato proiettili di gomma, gas lacrimogeni e granate per disperdere la folla. I gruppi pacifici, a questo punto, hanno lasciato la piazza in massa. Il 5 gennaio, la maggior parte della folla rimasta era composta di facinorosi che si scagliavano contro i poliziotti e i luoghi simbolo del governo: il municipio e la residenza del presidente. A questo punto, un numero molto ridotto di forze dell’ordine, sentitosi sopraffatto, ha battuto la ritirata per qualche ora, secondo i testimoni. Benché non coordinati, gli attacchi sono stati strategici e mirati perché, la sera del 5 gennaio, alcuni gruppi avevano occupato l’aeroporto.

Davanti a questa situazione, il presidente Kassym-Jomart Tokayev ha licenziato e fatto arrestare per alto tradimento il capo del KNB (il nuovo KGB) e ha sostituito il vecchio presidente Nursultan Nazarbayev alla carica di capo del Consiglio di sicurezza nazionale. È probabilmente a questo momento che Tokayev si riferisce il 7 gennaio, durante un suo discorso alla nazione, quando dice che “è stato mio l’ordine di sparare […] sarebbe un’idiozia provare a dialogare con terroristi e criminali”.

Il governo, infatti, dal 7 gennaio in poi, ha battuto la pista terroristica straniera, benché giorni prima il presidente avesse parlato di gruppi “all’esterno e all’interno del paese”.

Dalla sera del 5 gennaio, le comunicazioni internet sono diventate impossibili ad Almaty e molto difficili nel resto del paese. Tokayev ha dichiarato lo stato di emergenza e il coprifuoco fino al 19 gennaio.

Nei giorni successivi, ha invitato l’intervento delle truppe del CSTO (un’alleanza militare post-Sovietica simile alla Nato). Sono arrivati 2.500 soldati con il mandato esclusivo di proteggere alcuni punti strategici, come l’aeroporto, i depositi di armi e le stazioni di polizia.

Le radici della crisi sociale

La guerriglia urbana che si è verificata dal 5 al 7 gennaio – i più sanguinosi scontri nella storia del Kazakistan – non ha alcuna radice nella protesta pacifica dei giorni precedenti. Per capire il malcontento sociale bisogna andare indietro nella storia del Kazakistan, governato per quasi 30 anni da Nazarbayev, prima che lasciasse il suo posto a Tokayev nel 2019. 

Sotto Nazarbayev, il paese si è arricchito grazie alla vendita delle proprie risorse naturali, all’esportazione del petrolio, dell’uranio, del grano e di altre materie prime. Il Kazakistan è il più esteso paese dell’Asia centrale, grande quanto l’Europa occidentale, nella steppa tra il Mar Caspio e la Cina, a nord confina con le regioni siberiane della Russia. Nel nord ovest è concentrata la sua principale ricchezza, gli idrocarburi. Nella regione di Mangistau, Atyrau e West Kazakistan si producono petrolio e gas naturale in grandi quantità: da qui partono oleodotti e gasdotti destinati alle esportazioni verso Russia, Cina, ed Europa.

Qui l'ENI, insieme a una costellazione di compagnie trans-nazionali e statali, estrae idrocarburi sin quasi dalla dichiarazione di indipendenza dall’Unione Sovietica del dicembre 1991. Nel resto del paese, gli investimenti stranieri sono soprattutto diretti verso giacimenti minerari, tra cui uranio, rame e oro, e infrastrutture, con le banche di investimento estere sempre pronte a finanziare nuove autostrade, ferrovie e hub commerciali.  L’Italia è il principale paese importatore di petrolio dal Kazakistan. Il secondo è la Cina, che importa materie prime ed esporta principalmente beni di consumo e complessi industriali. Un recente tipo di esportazione è costituito dalle compagnie che producono (“minano”) criptovalute. Dopo che Pechino ha vietato la produzione di criptovalute nel proprio territorio per questioni legate all’approvvigionamento energetico, molte di queste compagnie hanno trasferito i propri calcolatori nel vicino Kazakistan, dove il costo dell’elettricità è basso. Con un balzo repentino, quindi, il Kazakistan è diventato tra i principali produttori di criptovalute al mondo, un settore dell’economia che richiede pochi lavoratori, tanta energia elettrica e restituisce poche tasse per il budget statale. L’avvento dei produttori di criptovalute ha provocato un sovraccarico alla rete elettrica del paese, per il 70% alimentata da centrali a carbone. Questo cambiamento degli ultimi mesi del 2021, però, non ha nulla a che fare con gli eventi di gennaio.

La ricchezza ottenuta dalle esportazioni di risorse naturali è ricaduta nelle mani di pochi, pochissimi fedelissimi del presidente. Qualora qualcuno di questi avesse sfidato politicamente Nazarbayev, la ritorsione sarebbe stata severa. È quello che è successo al movimento Scelta democratica del Kazakistan, fondata nel 2001 dal banchiere ed ex-ministro Mukhtar Ablyazov e altri politici ed economisti liberali. Ablyazov dovette promettere di smettere di fare politica quando Nazarbayev gli chiese di scegliere tra la prigione e la repressione oppure l’abbandono di ogni velleità di potere. Ablyazov così fece, ma scappò dal paese. Secondo il governo kazako, rubando miliardi di dollari dalla sua banca, che poco dopo subì un bail-out governativo.

Dopo alcune vicissitudini giudiziarie in Gran Bretagna, Ablyazov fu arrestato nel 2013 in Francia per crimini finanziari, qualche settimana dopo che sua moglie, Alma Shalabayeva, e sua figlia subirono una extraordinary rendition, grazie alle forze speciali italiane, che le riportarono ad Almaty su un aereo privato.

Dal suo rilascio nel 2016, Ablyazov ha provato a rilanciare Scelta democratica, che riesce a portare in piazza alcune dozzine di attivisti ogni volta che il loro leader li esorta durante le sue famigerate dirette su Instagram. Insieme al suo partito, non riconosciuto e illegale in Kazakistan, ci sono altri attori politici, che tuttavia restano marginali: il Partito Democratico, un movimento nazionalista, e Oyan, Qazaqstan!, scaturito da un gruppo di giovani di Almaty che chiedono un cambiamento politico sin dalle dimissioni di Nazarbayev del 2019.

Questi movimenti si sono uniti alla protesta del 2-4 gennaio ma non l’hanno diretta. Anche perché, con le loro richieste contro la corruzione e contro il super-presidenzialismo autoritario nel paese, non riescono a intercettare il diffuso malcontento socio-economico, ulteriormente esacerbato da due anni di pandemia.

Nonostante producano una corposa percentuale del PIL, le regioni dell’ovest del Kazakistan danno più di quello che ricevono alle casse dello Stato. Le compagnie multinazionali, compresa l’ENI, che lavorano in quelle regioni estraggono petrolio e profitti e garantiscono solamente contratti in larga parte precari e stagionali (sempre più spesso attraverso agenzie interinali) e “progetti sociali” che spesso alla fine si tramutano in dazioni alle élite vicine al governo. Salari bassi e precari, mancanza di servizi e continue accuse di disturbare l’ordine costituito sono fonti di costante malcontento a Mangistau, nella vicina Atyrau e più a nord a Uralsk. Nel resto del paese, poi, dove il lavoro nel settore degli idrocarburi non c’è, gli stipendi sono ancora più bassi e la vita è ancora più precaria.

Come (non) scrivere di Kazakistan

Gli interventi sul Kazakistan nei media italiani di questi giorni hanno lasciato a desiderare sotto almeno tre punti di vista. 

1) Errori grossolani (non refusi) su fatti e dati verificabili con una veloce ricerca su Internet. Ad esempio: l’inviato RAI che continua a chiamare Almaty con il suo vecchio nome sovietico Alma-Ata; Repubblica che si ostina a pubblicare mappe che indicano la capitale come Astana (nel 2019 ufficialmente cambiato a Nur-Sultan); la mancata distinzione semantica tra gas e Gpl (uno usato principalmente per riscaldare le case e per le industrie, l’altro un carburante per una limitata porzione delle automobili nel paese). ANSA che dice che nel CSTO, l’alleanza militare tra alcune ex-Repubbliche Sovietiche, c’è anche l’Uzbekistan, che ha lasciato l’organizzazione nel 2012.

Una pagina di Repubblica con la mappa del Kazakistan in cui viene indicata come capitale Astana

2) Complottismo riguardo alle possibili cause della violenza e alle potenziali conseguenze. In molti casi, versioni strampalate di teorie che arrivano dai talk-show russi vengono riportate come dati di fatto. Ad esempio: la presenza di afghani tra i facinorosi, un’idea presentata da un senatore russo e poi riportata in Italia come la versione ufficiale della leadership kazaka (è diventata la versione ufficiale kazaka solo il 10 gennaio); l’idea che Tokayev sia filo-cinese perché fu ambasciatore a Pechino trent’anni fa; o la congettura che questa sia una lotta intestina tra presidenti, senza tenere in considerazione che di élites ce ne sono molte più di due in Kazakistan.

Un articolo di Repubblica che definisce Tokayev "il cinese"

3) Orientalismo, un atteggiamento paternalistico occidentale verso ogni notizia che viene "dall'est", nei confronti del Kazakhstan e della sua popolazione. Ad esempio: i titoli del Corriere della Sera e di Repubblica che chiamano sia Nazarbayev che Tokayev “sultani” (alla stessa stregua chiamano spesso Putin “lo zar”) – anche se almeno in una occasione, Tokayev è diventato “il cinese”; il focus esagerato su cause e conseguenze geopolitiche (inclusa una sedicente “invasione russa”) che non danno alcuno spazio ai problemi socio-economici interni che restano irrisolti in Kazakistan dopo questi giorni di sangue; infine, le preoccupazioni che riguardano principalmente le risorse naturali – importanti per gli interessi economici occidentali – e quasi mai le persone, per le loro vite e per le loro libertà.

Una pagina de La Stampa in cui si parla di ombre russe e "zar" Putin
La pagina di Repubblica in cui Nazarbayev è definito “sultano”
La pagine del Corriere della Sera in cui Tokayev è definito “sultano”

Per chi volesse continuare a seguire la situazione, di seguito suggeriamo alcune fonti utili:

*Paolo Sorbello è assegnista di ricerca presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha conseguito un dottorato all’Università di Glasgow sulla Sociologia del lavoro nel settore petrolifero in Kazakistan e scrive per varie testate giornalistiche da Almaty.

 

Immagine anteprima Esetok - 2022 Kazakhstan protests — Aqtobe, January 4, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons

 

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