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La delirante propaganda contro la cannabis light

18 Dicembre 2019 5 min lettura

La delirante propaganda contro la cannabis light

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Nella seduta del 16 dicembre al Senato per l’approvazione delle Legge di bilancio, la presidente Elisabetta Casellati ha espunto l’emendamento presentato dal senatore Matteo Mantero (M5s) e cofirmato da altri colleghi. L’emendamento, tra i vari punti, si proponeva di risolvere il contenzioso sulla legalità o meno della cosiddetta cannabis light. Su di essa pende infatti un pronunciamento della Cassazione, che nel maggio di quest’anno non aveva sciolto la riserva rispetto al Testo unico sulle droghe. Da una parte la Corte aveva dichiarato illegale la vendita dei prodotti derivati contenente Thc (il tetraidrocannabinolo, ossia il principio attivo psicotropo), dall’altra rimandava i controlli sulla “reale efficacia drogante delle sostanze oggetto di cessione” alle autorità competenti. L’emendamento, tra i vari punti, fissava un tetto di Thc pari allo 0,6%. Da notare che nel consumo a scopo ricreativo o terapeutico, la quantità di Thc è significativamente più alta - tra il 5% e l’8%.

Dal punto di vista formale la decisione di Casellati si appella al regolamento del Senato, e al fatto che su una materia del genere bisognerebbe agire per via legislativa. La questione, tuttavia, è politica e non certo tecnica o di regolamenti. Per chi ha seguito negli ultimi anni il dibattito sulla cannabis light, così come per chi ha udito l’applauso dei senatori dell’opposizione dopo la decisione di Casellati, è evidente che tutto ciò ha un valore fortemente ideologico. Lo stesso senatore Matteo Mantero, a commento della decisione, ha ricordato di aver già presentato un disegno di legge a riguardo, che non è mai stato calendarizzato.

Se già nei giorni precedenti al dibattito in Senato la notizia dell’approvazione dell’emendamento in commissione Bilancio aveva fatto squillare le trombe della battaglia ideologica, con Gasparri che parlava di “un pericolosissimo subemendamento dei 5Stelle che fa fare passi avanti alle politiche di apertura alle droghe”, la decisione di Casellati, oltre agli applausi, ha dato spazio a destra per esultare. Per cosa? Ma per la vittoria contro la “droga di Stato”, naturalmente.

Ora, siamo di fronte a uno di quei casi in cui entrare nel merito del dibattito significa ammettere la plausibilità di qualcosa che è totalmente assurdo. Non vale nemmeno la pena di mostrare ipocrisie o contraddizioni di chi si innalza ad autorità morale ed estremo difensore di costumi morigerati e sani. Come faceva notare il giornalista Fabio Chiusi su Facebook “È come se improvvisamente bere un decaffeinato mandasse in allarme i cardiologi, o una birra analcolica facesse parlare di alcolismo. Editoriali, servizi al tg, grandi dibattiti online: di colpo una mattina vi svegliate e una sostanza innocua diventa criminale.” Qualunque copertura delle dichiarazioni sparate via comunicati stampa o profili social andrebbe perciò inquadrata sul piano fattuale nella categoria “deliri”, senza mezzi termini. Perché nel frattempo si danneggia quell’economia che ruota intorno alla canapa, dalla coltivazione alla vendita, che tra l’altro vede il Veneto a trazione leghista tra le regioni più interessate dal settore, tanto da aver promulgato una legge a sostegno della filiera. Ma si danneggia anche la nostra percezione, come cittadini e consumatori, di questioni che portano avanti un disegno politico ben preciso.

Se gli allarmi strumentali sulla “droga di Stato” evocano d’istinto orde di cittadini in fila alla Asl per chiedere uno spinello mutuabile, o dipendenti della pubblica amministrazione che reclamano la pausa cannetta, questo tipo di propaganda va vista come un tassello di un disegno più ampio e consolidato. È infatti uno di quei casi in cui diritti o libertà personali sono ribaltati linguisticamente in crimini, e chi è chiamato a garantirli ne è il mandante. Così nel caso specifico la libertà d’impresa e la sua regolamentazione diviene “droga di Stato” (o "Stato spacciatore"), per l’appunto; ma abbiamo assistito anche a campagne analoghe dove il diritto di fine vita diventa “suicidio di Stato”, o il diritto di scelta delle donne è chiamato “omicidio di Stato”. Al contempo, le categorie che si vorrebbero proteggere - i giovani, i malati, i feti in quanto potenziali nascituri - sono vittime indifese contro cui si invoca un generico “diritto alla vita” che, di fatto, diventa negazione della libertà di decidere.

Questo lessico e immaginario chiama poi in causa il concetto di guerra - la “guerra alla droga”, come un nemico contro cui non bisogna mai abbassare la guardia. Non importa il contesto o la pertinenza, importa la contiguità del messaggio a ogni occasione, senza alcun pudore o vergogna - pensiamo ad esempio allo squallido commento di Salvini sulla sentenza Cucchi. Portato alle estreme conseguenze, come nel caso della cannabis light (una guerra alla droga in assenza di droga), sortisce un duplice effetto sull’opinione pubblica attraverso i media. Da una parte si radicalizzano le posizioni attraverso una propaganda dai toni militarizzati, rendendo semplicemente impensabile il concetto di compromesso o mediazione. Dall’altra si tagliano fuori visioni alternative, normalizzando posizioni politiche di estrema destra o fortemente reazionarie, mentre si distanziano dall’idea di buonsenso concetti come liberalizzazione, depenalizzazione o consumo informato. Quest’ultimo punto purtroppo ha delle complicità più o meno indirette. A parte il senatore Mantero, si sono registrate reazioni degne di nota da parte della maggioranza? E, in materia di cannabis, quanto ha preparato il terreno in questi anni una certa stampa mainstream bacchettona e demonizzante, con tutta una retorica sulla “cultura dello sballo”, sulla cannabis che porta alla schizofrenia o sui “pochi spinelli” sufficienti ad “alterare il cervello dei giovani”?

Ma questa militarizzazione non è soltanto propagandistica, di facciata. Passa all’incasso quando lancia operazioni come “Scuole sicure”: varata da Salvini durante il primo Governo Conte, sul piano dell’efficienza ha prodotto uno sproposito di controlli antidroga per dei sequestri irrisori. Uno spreco tronfio, e nient’altro, per risorse che avrebbero potuto essere destinate magari al contrasto delle reti di narcotraffico. Ma in una visione securitaria e repressiva quello spreco è risultato un investimento culturale. Perché ci ha abituati un po’ di più a vedere la presenza della polizia nelle scuole come qualcosa di normale e positivo, fatto per il nostro bene, o per il bene dei nostri figli, ci ha abituato a essere un po’ più sorvegliati dalle telecamere. Ci ha abituati un po’ di più a essere fermati e controllati, fatti fiutare dai cani, a sentirci chiedere di svuotare borse, zaini, tasche; come se un controllo di polizia fosse un dispositivo che scandisce la nostra quotidianità alla stregua del rosso al semaforo. Rispetto a questa visione, di fronte al delirio sulla cannabis light come “droga di Stato”, coltivatori e commercianti sono semplicemente danni collaterali di un disegno politico senza scrupoli la cui logica non chiede ragioni, ma cieca obbedienza a una guerra culturale contro le nostre libertà personali.

Foto via Adhocnews

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